Machina Sacra: Matteo Mandelli e Max Magaldi portano il rito nell’era digitale

Una processione, nel Sud Italia, non è mai soltanto una processione. È un rito religioso, certo, ma anche una forma antica di teatro collettivo, un attraversamento del paese, una liturgia civile in cui il sacro e il quotidiano, la devozione e il pettegolezzo, il raccoglimento e la vita di comunità finiscono inevitabilmente per mescolarsi. A Bosco, nel Cilento, Matteo Mandelli e Max Magaldi hanno scelto di partire proprio da questa forma arcaica e popolare per rovesciarla dall’interno, trasformandola in una processione digitale, in cui il santo portato a spalla era un grande monitor inciso, luminoso, ferito, accompagnato da una costellazione di smartphone tenuti in mano dagli abitanti come nuove lanterne votive.

L’operazione, intitolata Machina Sacra, si è svolta mercoledì 8 luglio, nell’ambito di MicroCosmi, il festival multidisciplinare ideato da Vittorio Cosma e curato insieme ad Annarita Masullo, che dal 6 al 12 luglio ha attraversato San Giovanni a Piro, Bosco e Scario intrecciando musica, teatro, arte contemporanea, letteratura, scienza, giornalismo e partecipazione territoriale. Non dunque una semplice cornice, ma il contesto ideale per un intervento che aveva bisogno, più che di un pubblico, di una comunità viva, capace di accogliere un gesto insieme poetico, inquietante e radicale. Già il titolo rivela una delle chiavi di lettura del progetto. Machina Sacra richiama infatti, per assonanza, il deus ex machina del teatro greco, il dispositivo scenico che faceva apparire sulla scena la divinità chiamata a risolvere il conflitto drammatico. Qui, tuttavia, la prospettiva si capovolge: non è più la macchina a rendere possibile l’apparizione del dio, ma è la macchina stessa a occupare il posto della divinità, trasformandosi in simulacro, reliquia e centro di una nuova liturgia tecnologica.

L’idea del progetto affonda le proprie radici in un incontro avvenuto un anno fa a Vallo della Lucania, dove Mandelli e Magaldi si erano trovati a lavorare, da prospettive differenti ma sorprendentemente affini, sugli stessi temi: la tecnologia, il sacro, la dimensione comunitaria. Da quel dialogo è nata la volontà di trasformare la processione – uno dei rituali collettivi più radicati nella tradizione popolare italiana – in un rito contemporaneo capace di raccontare il modo in cui le nuove tecnologie hanno modificato le nostre relazioni. “L’idea era molto semplice”, racconta Magaldi. “La tecnologia ci aiuta a comunicare ma, allo stesso tempo, spesso ci divide. Per questo siamo partiti proprio dalla processione, che è forse il momento più comunitario della liturgia cattolica, per ribaltarne completamente il significato. A Bosco, questo progetto ha trovato un luogo particolarmente adatto e un terreno sorprendentemente fertile, come dimostra la partecipazione numerosa e convinta degli abitanti del paese. Non soltanto per la conformazione del borgo, raccolto tra vicoli, cappelle e antiche case in pietra, ma anche per la sua storia. “Bosco è sempre stato un borgo di persone molto indipendenti”, raccontano gli artisti. “Nel 1828 fu raso al suolo dai Borbone perché era stato tra i primi centri a ribellarvisi. Conserva una tradizione di autonomia e di pensiero che è ancora viva nella memoria collettiva”. Un paese piccolo, segnato come molti borghi dell’entroterra dallo spopolamento, ma ancora coeso e capace di riconoscersi in un gesto condiviso.

Il paragone potrebbe apparire azzardato, ma viene spontaneo pensare al celebre e straordinario Legarsi alla montagna, l’intervento realizzato da Maria Lai a Ulassai nel 1981, quando l’artista coinvolse l’intero paese in un’azione collettiva destinata a trasformare, almeno per un giorno, lo spazio pubblico in un’opera d’arte. Naturalmente le differenze sono profonde: Lai ricuciva simbolicamente una comunità attraverso un nastro celeste che univa case, persone e montagna; Mandelli e Magaldi, al contrario, mettono in scena una comunità chiamata oggi a confrontarsi con altre forme di fragilità, dal progressivo spopolamento dei piccoli borghi alla perdita di quei legami quotidiani che, pur continuando a vivere nello stesso spazio fisico, rischiano di dissolversi nella mediazione incessante delle tecnologie digitali. Eppure, in entrambi i casi, l’opera rinuncia all’idea di un pubblico spettatore per affidarsi alla partecipazione degli abitanti, chiamati a diventare parte integrante del lavoro.

Machina Sacra, Bosco, Matteo Mandelli taglia lo schermo, Foto Lorenza Daverio

Al centro della processione, c’era un monitor inciso da Matteo Mandelli. Il gesto rimanda direttamente a The Contact, il progetto presentato nel 2023 alla Fabbrica del Vapore di Milano, nel quale l’artista interviene su schermi accesi con un flessibile, trasformando la superficie digitale in una materia viva, instabile, provocando la fuoriuscita dei cristalli liquidi. “Da quel momento”, racconta, “perdo il controllo di ciò che accade: si generano immagini che continuano a trasformarsi nel tempo e finiscono per avere una vita propria”. In Machina Sacra, però, quel gesto assumeva una valenza diversa. Non più soltanto l’apertura fisica dello schermo, non più soltanto il contatto fra corpo e macchina e l’apertura (Fontana docet) di una “nuova spazialità”, non più soltanto fisica e neppure esclusivamente digitale, ma una sorta di marchio rituale, una ferita luminosa inflitta al nuovo simulacro, che trasforma lo schermo in una sorta di reliquia contemporanea. “Il rito è iniziato proprio con questo atto”, dice Mandelli: “quel taglio appartiene ormai al mio linguaggio artistico, ma qui assumeva un significato diverso. Non segnava soltanto la trasformazione dello schermo, ma il passaggio da oggetto di uso quotidiano a immagine capace di assumere una funzione rituale, occupando il posto che, nelle processioni popolari, appartiene tradizionalmente alla figura del santo”. Lo schermo, infatti, non è stato distrutto: è stato consacrato, trasformato in reliquia tecnologica appunto, in oggetto di ostensione. Attorno a quel simulacro, gli smartphone dei partecipanti diffondevano litanie, suoni, voci generate e programmate da Magaldi. L’artista ha lavorato sul monoscopio televisivo, quel segnale di fine trasmissione che per generazioni ha indicato un’interruzione, una sospensione del flusso, una zona franca tra presenza e assenza. Da lì nasceva il suono di base dell’opera, mentre i telefoni, distribuiti come piccole ostie luminose, diventavano insieme strumenti musicali, lampade processionali e voci di una divinità artificiale.

Machina Sacra Foto Lorenza Daverio

L’intuizione più originale di Machina Sacra sta proprio in questo rovesciamento. La nuova divinità non chiedeva di essere pregata: era lei a pregare i fedeli. “È una divinità che, invece di essere pregata, prega te”, spiega Magaldi: “ti lusinga, ti dà sempre ragione, ti adula, chiede cosa hai bisogno, cosa può fare per te oggi”. La voce dell’intelligenza artificiale, apparentemente servile, paziente e sempre disponibile, finisce così per incarnare una forma di divinità del tutto inedita. Non detta comandamenti, non pretende sacrifici, non promette salvezza; al contrario, conferma continuamente il nostro punto di vista, asseconda i nostri desideri, restituisce l’immagine rassicurante di un io destinato ad avere sempre ragione. Se le religioni tradizionali chiedevano all’uomo di uscire da sé stesso, di confrontarsi con un principio superiore, con il limite e con l’alterità, questa nuova divinità sembra invece ricondurre ogni cosa all’individuo. È forse questa la differenza più radicale rispetto a ogni esperienza religiosa del passato: non un dio davanti al quale riconoscere la propria finitezza, ma una presenza costruita per restituirci incessantemente il riflesso di noi stessi. Del resto, il dialogo con il divino non rappresenta affatto una novità: la preghiera, nella tradizione cristiana, è sempre stata una forma di conversazione con un’entità “altra”, così come la stessa iconografia della Sacra Conversazione allude a una comunione spirituale nella quale uomini e santi, pur appartenendo a epoche diverse, si ritrovano riuniti attorno a una medesima verità. Quel dialogo, tuttavia, aveva una direzione precisa: conduceva il fedele fuori da sé, chiamandolo a conformare la propria esistenza a qualcosa che lo trascendeva. Qui il movimento si inverte: l’interlocutore sembra continuare a essere altro da noi, ma finisce progressivamente per assumere le nostre stesse sembianze, confermando desideri, opinioni e aspettative. La venerazione si trasforma così in una forma di contemplazione dell’io, espressione di quella egolatria contemporanea che trova nei social network prima e nell’intelligenza artificiale oggi il proprio più potente strumento di legittimazione.

Older woman in a blue floral shawl grips a wooden selfie stick with a mounted phone at night.
Machina Sacra Foto Lorenza Daverio

La processione diventa allora il paradosso perfetto del nostro tempo: un rito collettivo in cui ciascuno è chiamato, al tempo stesso, a partecipare e a isolarsi; a camminare insieme agli altri, ma tenendo in mano il proprio apparecchio; a prendere parte a una liturgia comunitaria che metteva in scena la separazione. “Cosa c’è di più paradossale”, osserva Magaldi, “di una processione dove le persone, invece di parlare e stare le une con le altre, stanno al telefono?”. In questo senso, Machina Sacra non è una critica semplicistica alla tecnologia. Mandelli e Magaldi non oppongono il mondo antico al mondo digitale, la comunità autentica alla solitudine dei social, il sacro alla macchina. Il punto è più ambiguo e più interessante: mostrare come i nuovi strumenti abbiano già assorbito forme, promesse e ritualità che un tempo appartenevano alla religione. L’intelligenza artificiale ascolta, risponde, consola, guida, assolve. Lo smartphone custodisce immagini, memorie, confessioni, desideri, autorappresentazioni. La rete costruisce piccoli culti individuali, devozionali e narcisistici, in cui ognuno alimenta ogni giorno la propria immagine.

È un tema che attraversa da tempo la ricerca di Max Magaldi. Musicista e artista, nato a Fidenza nel 1982, Magaldi lavora da anni su installazioni sonore e visive in cui gli smartphone diventano materia plastica, strumenti musicali, corpi luminosi, frammenti di una partitura sociale. In Vainglory, prima tappa del ciclo theVices, aveva invaso il Teatro Petrella di Longiano con un’orchestra di circa 150 telefoni e laptop, sostituendo agli spettatori una platea di apparecchi che diffondevano immagini e suoni prelevati dall’ecosistema dei social. Un teatro rovesciato, in cui il pubblico osservava dal palco la propria immagine dispersa, moltiplicata, trasformata in brusio. Lo stesso immaginario era poi entrato in rapporto diretto con il sacro attraverso versioni successive di Vainglory, fino all’episodio di Vallo della Lucania, dove l’installazione, inizialmente prevista nella Cappella del Crocifisso, venne vietata dal vescovo e riallestita spontaneamente dalla comunità in un portone del centro storico. Lì avvenne anche la prima collaborazione tra Magaldi e Mandelli: i 130 telefoni dell’installazione vennero ricollocati e, al posto del crocifisso, fu posto uno schermo inciso da Mandelli. Da quella specie di “cacciata” nacque l’idea della processione.

Machina Sacra Foto Lorenza Daverio

Il lavoro di Mandelli, dal canto suo, si muove da anni in una zona di attrito tra materia e digitale. Dai Cybercarpets ai Cybertotem, da The Contact alle più recenti Fioriture Sintetiche realizzate con Luca Baldocchi, fino a The Algorithm Creed, la sua ricerca insiste su una domanda centrale: che cosa resta del corpo, della fede, della memoria e dell’esperienza quando la nostra relazione con il mondo passa sempre più attraverso superfici elettroniche, codici, schermi, automatismi intelligenti? In The Algorithm Creed, in particolare, l’artista ha trasformato confessionali autentici in luoghi in cui l’interlocutore non è più un sacerdote, ma un sistema algoritmico. La confessione diventa input, l’assoluzione output, la fede fiducia nella macchina. Per questo l’incontro tra Mandelli e Magaldi appare così naturale: entrambi lavorano sulla tecnologia non come decorazione futuribile, ma come nuova antropologia del presente; entrambi comprendono che gli strumenti digitali non sono più soltanto mezzi di comunicazione: sono ambienti mentali, forme di comportamento, liturgie inconsapevoli. E proprio per questo li portano nei luoghi in cui la liturgia è ancora riconoscibile: il teatro, la cappella, il cimitero, la processione, il borgo.

Dopo il corteo, il monitor e gli smartphone rimarranno per tre giorni “in ostensione” all’interno di una cappella del paese, come dicono gli stessi artisti ricorrendo a una parola che, a un primo ascolto, potrebbe sembrare quasi blasfema, ma che in realtà descrive con sorprendente precisione ciò che accade: il monitor inciso viene esposto come una reliquia contemporanea, destinata non tanto a essere venerata quanto a rendere evidente il cortocircuito tra il linguaggio della liturgia e quello della tecnologia. In questo caso, la reliquia non appartiene più al passato, ma al presente più fragile e più veloce: una tecnologia che invecchia nel giro di poche settimane, soppiantata senza sosta da aggiornamenti e modelli successivi, una divinità già destinata all’obsolescenza. A sopravvivere, tuttavia, non è il dispositivo, ma la sua aura. Cambiano gli oggetti del culto, sempre più effimeri e rapidamente sostituibili; rimane invece sorprendentemente intatto il bisogno umano di investire quegli stessi oggetti di un significato che eccede la loro semplice funzione, trasformandoli, ancora una volta, in immagini di devozione.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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