Maledetta Primavera: dodici sguardi sul lato inquieto della rinascita

La primavera, si sa, è la stagione delle promesse. Luce, leggerezza, nuovi inizi. Eppure, è anche il momento in cui tutto si espone, si scopre, cambia pelle. È proprio dentro questa ambivalenza – tra desiderio di rinascita e sottile inquietudine – che si muove Maledetta Primavera, la mostra collettiva a cura di Paola Martino negli spazi della Galleria Viscerale di Milano.

Dodici artisti, dodici visioni, un filo conduttore che attraversa riflesso, identità e trasformazione. Il progetto ruota attorno all’idea di “21 allo specchio”: un gioco visivo che diventa metafora del doppio, dello scarto tra ciò che vediamo e ciò che siamo. Nulla, qui, coincide del tutto con la propria immagine.

L’ingresso nel percorso è già un piccolo slittamento percettivo. La scultura di Alessandra Pierelli rilegge il Bianconiglio in chiave ironica e surreale: non più guida rassicurante ma presenza sospesa, leggermente fuori asse, che introduce a un tempo instabile, quasi circolare.

Marta Mez, Ballroom

Con Alfonso Umali il tono cambia bruscamente: il casco militare pieno di fiori è un’immagine che resta. Una natura morta solo in apparenza, dove la delicatezza vegetale si scontra con la memoria della guerra. È una primavera che cresce sopra ciò che non è mai davvero finito.

Più raccolta, quasi silenziosa, è la ricerca di Antonella Casazza. I suoi piccoli dipinti di figure addormentate costruiscono una sorta di mappa emotiva del sonno: corpi vulnerabili, sospesi, in un luogo dove l’identità si allenta e si trasforma.

Nel lavoro di Jesse Doll, invece, la materia stessa sembra attraversare un processo di nascita. Il bassorilievo tessile, con le sue cuciture visibili e le forme organiche, suggerisce qualcosa che sta emergendo – o forse cambiando stato – tra fragilità e tensione.

Con Ilaria Del Monte si entra in una dimensione più narrativa, ma tutt’altro che stabile. La scena domestica, con la giovane che suona la chitarra, è attraversata da elementi che sfuggono al controllo: animali, frammenti naturali, pareti che si sgretolano. La primavera qui non consola, irrompe.

Il light box di Stefano Banfi introduce una presenza forte, quasi iconica: una figura femminile costruita attraverso luce, segni e simboli. È un’immagine che tiene insieme decorazione e identità, corpo e superficie, come se il volto stesso fosse un territorio in trasformazione.

Il lavoro di Gabriella Kuruvilla e Luca Tridente sposta invece lo sguardo su un piano più urbano e mentale. La figura si muove in un campo visivo saturo di segni, icone, ripetizioni. È un paesaggio caotico, dove l’identità sembra continuamente sollecitata, frammentata, riscritta.

Con Marianna Bussola il discorso si fa più fisico, quasi viscerale. Le forme organiche e i colori accesi raccontano una metamorfosi che passa attraverso il corpo: la pelle, evocata e trasformata, diventa luogo di passaggio, di crisi e di rigenerazione.

Più trattenuta, ma non meno inquieta, è la pittura di Annika Geigel. I tulipani, così familiari, appaiono qui sospesi, come se il tempo si fosse fermato un attimo prima del cambiamento. Una bellezza in bilico, che contiene già la propria fine.

Nel lavoro di Marta Mez, la figura si riduce all’essenziale: forme geometriche, colori netti, un linguaggio quasi primitivo. Il corpo diventa simbolo, attraversato da segni che rimandano a energia, fertilità, ciclicità.

Lorenzo Porzano lavora invece sul limite tra figurazione e astrazione. Ripropone la Stele della Lunigiana che  sembra emergere e dissolversi nello stesso momento, come se la materia non fosse mai del tutto stabile, ma sempre in fase di ridefinizione.

Infine, Jacopo Ginanneschi propone uno sguardo più lento, contemplativo. La natura cresce in silenzio, tra luce e atmosfera, suggerendo un cambiamento che non esplode ma si sedimenta, giorno dopo giorno.

Nel suo insieme, Maledetta Primavera funziona proprio così: come un attraversamento. Non una celebrazione della stagione, ma una sua messa in discussione. Qui la rinascita non è mai semplice, né innocente. È un processo che espone, trasforma, a volte destabilizza. E forse è proprio in questa tensione – tra ciò che torna e ciò che cambia – che la primavera mostra il suo lato più autentico. La mostra grazie al QR Code di ArtUp è visitabile anche quando la galleria è chiusa.

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