Man Ray e il linguaggio come dispositivo

Non è la fotografia, né l’oggetto, né la pittura il vero centro della ricerca di Man Ray. È il linguaggio. Ed è proprio da questo slittamento, tanto evidente quanto raramente tematizzato in modo sistematico, che prende forma Man Ray: M for Dictionary, la mostra a Milano da Gió Marconi, che costruisce una delle letture più lucide e radicali dedicate all’artista.

L’operazione è tutt’altro che neutra. Invece di seguire una scansione cronologica o mediale, la mostra organizza il lavoro di Man Ray come un sistema linguistico, un vocabolario visivo articolato in sezioni – The Alphabet, Light Writing, Body Language, Objectives, Mathematical Objects – che funzionano come capitoli di un dizionario espanso.

Il punto di partenza è tanto semplice quanto destabilizzante: senza il titolo, senza il gioco di parole, l’opera di Man Ray non si attiva completamente. Come ha sottolineato il curatore Yuval Etgar durante la visita, “se non si coglie il titolo o il gioco linguistico che lo attraversa, è come non aver visto davvero Man Ray”. Una dichiarazione che non è una provocazione, ma una chiave metodologica.

Del resto, la questione dell’identità, linguistica prima ancora che visiva, attraversa l’intera biografia dell’artista. Nato Emmanuel Radnitzky, figlio di immigrati russi, modifica il proprio nome in Man Ray in un gesto che è insieme mimetico e creativo.“ Quella del nome è una questione fondamentale: cosa c’è in un nome?”, osserva il curatore, richiamando implicitamente un nodo che diventerà strutturale nella pratica dell’artista.

Man Ray, installation view, courtesy Galleria Giò Marconi

La sezione The Alphabet rende esplicita questa tensione. I disegni di Alphabet for Adults,  presentati qui nella loro interezza, non sono semplici esercizi grafici, ma dispositivi semantici. Parole e immagini si sovrappongono, si contaminano, producono cortocircuiti. “L’idea era quella di costruire un nuovo alfabeto a partire dai resti di una conversazione”, spiega il curatore, evidenziando come il linguaggio, per Man Ray, non sia mai stabile ma sempre ricombinabile.

Questa logica si radicalizza nei rayographs, raccolti sotto il titolo Light Writing. Qui la scrittura diventa letterale: gli oggetti “imprimono” la propria presenza sulla carta fotosensibile. Non rappresentano, ma si registrano. Il riferimento, non esplicito ma decisivo, è quello a una fotografia intesa come “scrittura della natura”, dove l’immagine non è costruita ma accade.

Eppure, anche in questo caso, è il linguaggio a riattivare il senso. Il titolo Les Champs Délicieux non è solo un gioco ironico sui Campi Elisi: è una torsione semantica che trasforma un’immagine in un campo di ambiguità culturali e simboliche.

Il corpo, nella sezione Body Language, diventa a sua volta un lessico. Smembrato, ricomposto, feticizzato. Mani, labbra, occhi: elementi che funzionano come parole isolate, pronte a generare nuove sintassi visive. È qui che emerge uno degli aspetti più perturbanti della ricerca di Man Ray: la tensione costante tra attrazione e violenza, tra desiderio e disarticolazione.

Man Ray, installation view, courtesy Galleria Giò Marconi

Ancora più esplicita è la posizione sugli oggetti. Man Ray rifiuta il termine “scultura”: i suoi sono “oggetti”, assemblaggi che non modellano la materia ma la ricombinano. “Non voleva creare opere da contemplare su piedistalli, ma oggetti da usare, da attivare”, racconta il curatore. Una distinzione che sposta l’attenzione dal valore estetico alla funzione semantica.

Non è un caso che alcune opere nascano per essere temporanee. Emblematica la vicenda di Venus Restaurée: realizzata, esposta e poi smontata, sopravvive inizialmente solo come fotografia. “Per lui il lavoro era già compiuto: l’oggetto originale non aveva più importanza”, viene sottolineato in mostra. Un atteggiamento che anticipa logiche concettuali ben successive.

Tra gli aneddoti più rivelatori emerge anche quello legato a una delle prime esposizioni newyorkesi: un assemblage con un campanello che il pubblico cercava insistentemente di suonare. “Le persone erano frustrate perché il campanello non funzionava”, racconta il curatore. Un episodio quasi comico, ma estremamente preciso nel restituire la natura ambigua delle opere: oggetti che sembrano funzionali, ma che sabotano l’aspettativa.

Allo stesso modo, i rayographs nascono anche da una necessità pratica: dimostrare l’invenzione di una tecnica. “Per Man Ray era fondamentale poter dire di aver inventato questo metodo”, viene ricordato. In un momento storico in cui la fotografia faticava a essere riconosciuta come arte, l’invenzione diventa una strategia di legittimazione.

Man Ray, installation view, courtesy Galleria Giò Marconi

La mostra si chiude con un’apertura: il dialogo con artisti contemporanei come Alex Da Corte, Simon Fujiwara e Wade Guyton, che raccolgono e rilanciano l’eredità linguistica di Man Ray. Non come citazione, ma come metodo.

M for Dictionary non è, quindi, una retrospettiva in senso tradizionale. È piuttosto un dispositivo critico che restituisce Man Ray alla sua dimensione più instabile e attuale: quella di un artista che ha trasformato il linguaggio in materia e l’arte in un sistema aperto di significati.

E, soprattutto, che ha dimostrato come, in fondo, le immagini non bastino mai. Servono sempre le parole.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

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