Marco Lodola, una scultura a Sanremo per ricordare Pippo Baudo: “Lui uno come me, amava stare tra la gente e detestava gli snob”

È probabilmente il più nazional-popolare degli artisti italiani contemporanei, e non se ne vergogna affatto. Anzi: è una posizione che rivendica con naturalezza, e addirittura con orgoglio. Non stupisce, dunque, che anche quest’anno sia stato lui a rappresentare l’arte – non il mondo dell’arte, verso cui ha sempre manifestato un certo fastidio, quando non aperta antipatia (“preferisco di gran lunga andare al supermercato che alla Biennale”), ma proprio l’arte nella sua dimensione più diretta e condivisa – sul palcoscenico più rituale, mediatico e collettivo del Paese: il Festival di Sanremo. Parliamo di Marco Lodola, uno degli artisti italiani più riconoscibili e più iconici (chi non conosce, del resto, e non riconosce immediatamente, le sue  coloratissime figure in plexiglass, da molti anni quasi sempre luminose, geniale invenzione che negli anni Ottanta lo portò a emergere come uno dei protagonisti di punta del Nuovo Futurismo?), oltre che indubbiamente tra i più amati dal grande pubblico, quello che non frequenta fiere e opening, che se ne frega delle correnti, dei giochetti e delle consorterie interne al sistema, mentre una parte consistente di quello stesso sistema lo guarda, e lo sopporta, da anni con malcelata insofferenza.

Per Lodola, del resto, la presenza di quest’anno a Sanremo non è né una novità né un’incursione occasionale, ma qualcosa che ha il sapore di una consuetudine: non è la prima volta che il suo lavoro approda al Festival, che – come ci dirà nell’intervista che segue – “è praticamente una mia seconda casa”, anche perché sua figlia vive qui da molti anni. In questa familiarità affettiva e professionale si inserisce il progetto di quest’anno, con cui il Festival rende omaggio a Pippo Baudo, scomparso lo scorso agosto, dedicandogli l’edizione. A Lodola è stato affidato il ritratto luminoso di una figura che non è stata soltanto un presentatore, ma una vera e propria architrave simbolica della televisione italiana.

Nel 1961, nel suo celebre e indimenticabile Diario minimo, Umberto Eco (di cui ricorre proprio quest’anno il decennale della morte, e a cui proprio Lodola ha appena dedicato un ritratto luminoso che è stato posto di fronte alla Biblioteca Civica di Alessandria, grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria), dedicava un saggio al presentatore che più di ogni altro aveva segnato l’immaginario della prima televisione italiana, l’uomo dei quiz e delle prime serate in bianco e nero: Mike Buongiorno. Intitolando il suo gustoso saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno, Eco trasformò il conduttore in un paradigma nazionale, descrivendolo come l’emblema dell’everyman televisivo: “Mike Bongiorno parla un basic Italian”, scriveva Eco, e soprattutto “convince il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità”. In lui, aggiungeva, “in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) a un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti”.

Baudo, al contrario, sembra invece appartenere a un’altra categoria: non l’uomo medio che rassicura dissolvendo ogni distanza, ma una figura che occupa stabilmente il centro della scena e da lì governa il rito, esercitando un’autorità tanto visibile quanto accettata, capace di tenere insieme – nella stessa grande cerimonia televisiva – il cantante consacrato e l’esordiente, il divo internazionale e la signora di provincia, il Vip e lo spettatore qualunque, senza annullare le differenze ma organizzandole, distribuendole, dando loro forma. La sua non era un’autorità che si imponeva per separazione, né che si confondeva con il pubblico per compiacenza: stava al centro, come un padrone di casa che accoglie e insieme regola, che apre la porta e controlla la soglia, trasformando la pluralità in spettacolo condiviso. Se Mike, nella lettura di Eco, scioglieva la tensione tra essere e dover essere nell’orizzonte rassicurante della mediocrità elevata a norma, Baudo ha incarnato piuttosto la funzione del garante, dell’arbitro, del regista di un’Italia che, per qualche ora, si riconosceva in un ordine comune. Non l’idolo che annulla la tensione tra essere e dover essere, ma una presenza che quella tensione la regge e la trasforma in spettacolo. In questo senso, più che l’uomo medio, Baudo è stato una sorta di supereroe nazional-popolare: non perché irraggiungibile, ma perché centrale, solido, capace di catalizzare attorno a sé un’intera comunità di pubblico. È in questa dimensione quasi epica, ma sempre profondamente italiana, che si colloca la scultura di Lodola che debutterà questa sera sul palco di Sanremo, con il suo coro di pubblico, con la luce che non isola la figura ma la amplifica dentro una scena condivisa e iperpopolare.

Lodola, che di quell’Ariston è ormai presenza familiare, non ha voluto costruire un’operazione di arte “alta” e neppure di arte bassa o popolare (“sai che stramaroni mi hanno fatto con questa storia dell’arte alta e dell’arte bassa!”, se la ride lui, sornione), non ha voluto strizzare l’occhio al pubblico né assecondare i fans, ma, più semplicemente, ha fatto ciò che fa da quarant’anni, con una coerenza quasi ostinata: ha preso il volto del presentatore, lo ha ridotto all’essenziale, lo ha trasformato in segno e poi in luce, e lo ha riportato nel suo alveo naturale, là dove quel volto è nato e si è imposto, davanti al suo pubblico. Baudo emerge così in mezzo alla sua gente, circondato da quei volti anonimi che Lodola usa ormai da anni come una delle sue cifre stilistiche, e che qui diventano quasi una platea permanente, una folla che non fa da sfondo ma partecipa, sostiene, completa l’immagine.

Noi lo abbiamo raggiunto al telefono a poche ore dal via del Festival, nel pieno della macchina sanremese già in moto.

Pippo Baudo e Marco Lodola

Buongiorno Marco, come stai? Sei già nel caos sanremese?

Resisto, resisto. Sono nel caos di Sanremo, ma, lo sai bene, mi piace molto di più stare qui che andare alla Biennale. Anzi, preferisco andare anche al supermercato piuttosto che a tutte le Biennali o agli opening del mondo. Qui almeno succede qualcosa. C’è la gente vera, c’è energia. Poi certo, anche qui le bruttezze ci sono, ma almeno mi diverto.

A Sanremo sei ormai una presenza fissa, potremmo dire.

Sì, ormai sì. La prima facciata luminosa dell’Ariston l’ho fatta nel 2008. Da lì è nato un rapporto che continua. Ogni anno mi invento qualcosa: una facciata, una proiezione, un omaggio al presentatore. È diventata quasi una consuetudine. E poi qui ho un legame personale: mia figlia vive a Sanremo con la mia nipotina, quindi è un posto che frequento davvero. Per me l’Ariston non è un’apparizione occasionale, è un luogo dove torno.

Quest’anno il Festival è dedicato a Pippo Baudo. Tu lo avevi conosciuto.

Sì, nel 2008, quando presentava con Chiambretti, di cui sono amico da tanti anni. Ci siamo parlati un po’, poi negli anni ho conosciuto anche la famiglia. Quando ho saputo dell’omaggio mi ha colpito, perché parliamo di uno che ha fatto tredici edizioni. Tredici. È un record quasi irraggiungibile.

E com’era Pippo Baudo, umanamente?

Aveva un carisma pazzesco. Si sentiva subito. Era imponente, fisicamente e come presenza, ma non ti schiacciava, anzi. Era sorridente, diretto. Ti metteva a suo agio. Era iperpopolare, certo, ma era anche molto colto. Aveva una passione vera per la lirica. Diceva che la lirica nasce dal popolo, come oggi i concerti rock: prima si andava a teatro con la famiglia, si stava lì tutto il pomeriggio… Poi nel tempo si è contaminata con un’élite che ne ha fatto anche un segno di appartenenza sociale, ma l’origine è autenticamente popolare. A lui piaceva ricordarlo, perché detestava lo snobismo.

Un po’ come il teatro greco, che nasceva come luogo collettivo, per tutto il popolo, che nel teatro si portava pure da mangiare…

Esatto. L’arte nasce sempre così. È negli ultimi sessant’anni, settant’anni, che è diventata sempre più elitaria, sempre più chiusa, sempre più per addetti ai lavori. Prima era una cosa che apparteneva a tutti. Adesso sembra che se non hai studiato il manuale non puoi entrare. Io non ho niente contro la complessità, ma se perdi il foglietto con le spiegazioni e non si capisce un cazzo, allora per me c’è un problema. Poi, figurati, i grandi artisti li riconosco, eccome: Duchamp, Manzoni, anche Cattelan… questi sono fuoriclasse. Hanno aperto strade, hanno cambiato le regole. I progenitori sono una cosa; il problema sono gli epigoni, quelli che fanno la copia della copia della copia senza avere né ironia né sostanza. Lì diventa maniera. E a me quella roba lì annoia.

La scultura di Baudo come l’hai pensata?

L’ho immaginato tra la gente, la sua gente. Perché il pubblico per lui era linfa vitale. Ho usato i miei volti anonimi, quelli che ho messo spesso anche sulla facciata dell’Ariston, perché rappresentano la gente che magari non entra al teatro come non entra alla Biennale. Ma Baudo è lì, in mezzo al suo pubblico. Il palco rotondo, nella mia scultura, diventa quasi la corolla di un fiore. Dentro, c’è lui con le braccia alzate, come faceva sempre, con una carica quasi religiosa. Ho preso una foto, l’ho semplificata, l’ho illuminata: non ho sentito il bisogno di aggiungere altro.

Una scelta di essenzialità, come hai sempre fatto, in fondo..

Ma sì, sai, io ho compiuto 70 anni e oggi ti dirò che non mi piace neanche più essere definito artista. Preferisco immaginarmi come uno che costruisce immagini, che lavora con la luce. La parola “artista” è diventata un’etichetta che mi sta stretta, mi annoia… guarda, preferisco se mi chiamano artigiano. Io faccio delle cose che parlano alla gente. Se poi qualcuno vuole chiamarle arte, va bene, ma senza tante menate. In fondo, a un certo punto capisci che non devi dimostrare niente a nessuno. Fai quello che ti piace, dove ti piace. Io sto qui, con migliaia di persone. Se devo scegliere tra questo e tre curatori che mi spiegano perché dovrei sentirmi importante, scelgo questo tutta la vita, almeno so da che parte stare…

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Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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