E se il prossimo strumento musicale da imparare a suonare fosse il proprio corpo? Per Marculedu, la musica passa dalle dita, dai capelli e dal volto. Da qualche tempo il musicista sviluppa strumenti indossabili capaci di trasformare i movimenti del corpo in segnali musicali: protesi sonore che fanno della corporeità una nuova interfaccia per produrre suono. Le dita diventano tasti, i capelli una superficie sensibile, il volto uno spazio di controllo.
Il suo avvicinamento alle tecnologie musicali indossabili risale al 2024, periodo in cui ha iniziato a sperimentare con uno starter kit composto da un microcontrollore, cavi e sensori. Il lavoro sui circuiti ricorda il processo della composizione musicale: partire da un’idea, fare tentativi, mettere insieme elementi diversi fino a trovare una soluzione funzionante. Quella prima sperimentazione è diventata progressivamente una nuova direzione della sua pratica musicale.
Il risultato sono strumenti che modificano il rapporto tra corpo e produzione del suono. Ci sono le cosiddette “unghie musicali”, una sorta di guanto nel quale i movimenti delle dita vengono rilevati da sensori di pressione. Ci sono poi i “capelli musicali”, costruiti attraverso fili conduttivi inseriti nella capigliatura e collegati a un sensore touch. Un’altra delle protesi sviluppate è una calotta da indossare sul volto, dotata di pulsanti che svolgono una funzione simile ai pad di un controller.
La particolarità di questi dispositivi sta nel modo in cui trasformano un gesto in un’informazione musicale. Le unghie, per esempio, rilevano la flessione della falange distale; quando un dito supera una determinata soglia, il sistema registra il movimento e attiva un comando.
Le protesi non producono autonomamente il suono, funzionano come controller MIDI e comunicano tramite Wi-Fi con una patch sviluppata da Marculedu su PlugData, dove i dati raccolti dai sensori vengono convertiti nelle informazioni necessarie. Da lì, i segnali possono essere mappati su una DAW per suonare un sintetizzatore, un campionatore oppure controllare parametri di effetti. La tecnologia diventa quindi un passaggio tra il movimento fisico e la produzione musicale.
Questa relazione modifica anche la dimensione della performance: se un movimento può produrre un suono, il gesto assume una funzione musicale. La coreografia non rimane separata da ciò che si ascolta diventando parte del processo con cui il brano prende forma. Marculedu vuole rendere visibile durante le esibizioni il legame tra gesto e suono. L’utilizzo delle protesi richiede inoltre di ripensare i movimenti: per mantenere il controllo e ridurre risposte impreviste, il musicista deve adattare la propria gestualità alle reazioni dello strumento, sviluppando una nuova forma di apprendimento corporeo.
È proprio nella trasformazione del rapporto tra corpo e tecnologia che la ricerca di Marculedu può essere avvicinata al concetto di cyborg elaborato da Donna Haraway. Nel Manifesto Cyborg, pubblicato nel 1985, la filosofa, biologa e teorica femminista utilizza il cyborg come figura teorica e politica capace di mettere in discussione le separazioni considerate naturali e stabili. Haraway non guarda al cyborg soltanto come all’unione tra un corpo e una macchina, ma come a una figura che mette in discussione la distanza tra i due. L’ idea si lega, infatti, al superamento di alcune separazioni considerate tradizionali: tra natura e cultura, umano e animale, organismo e macchina, uomo e donna. Il cyborg si trova proprio in mezzo a questi confini, e li rende meno definiti. Una figura che rende più incerti questi confini e apre alla possibilità di ripensare le relazioni tra corpo, tecnologia e identità.
In questa prospettiva, il cyborg diventa una figura ibrida che permette di immaginare identità non fondate su categorie rigide e preesistenti. È anche una figura profondamente legata alla tecnologia: invece di considerarla semplicemente come qualcosa di esterno all’umano, Haraway invita a interrogare le relazioni attraverso cui corpi, macchine, conoscenze e sistemi sociali si costruiscono reciprocamente.
Il riferimento è particolarmente interessante se applicato agli strumenti costruiti da Marculedu. Le sue protesi non si limitano ad aggiungere un dispositivo esterno alla pratica musicale: modificano il modo in cui il corpo può agire. Il movimento delle dita diventa un segnale, la superficie dei capelli può funzionare come interfaccia, il volto può ospitare comandi. Il corpo viene così attraversato dalla tecnologia e, attraverso di essa, acquisisce nuove possibilità sonore.
La figura del cyborg permette allora di osservare queste protesi come qualcosa che si colloca tra corpo e strumento. Non c’è più una separazione netta tra il musicista che compie un gesto e l’oggetto che lo traduce in suono: entrambi partecipano allo stesso processo. È una relazione che Haraway descriverebbe attraverso la possibilità di oltrepassare le frontiere tra organico e tecnico, mostrando come queste divisioni siano meno stabili di quanto sembrino.

Il cyborg è inoltre una figura politica. Nel Manifesto, Haraway lo utilizza per immaginare forme di identità e alleanza che non dipendano dall’appartenenza a categorie universali e immutabili. La sua proposta è legata a un femminismo socialista che rifiuta l’idea di una “natura” femminile unica e considera invece le identità come costruite attraverso rapporti sociali, tecnologici e politici. Anche il corpo, quindi, non è qualcosa di completamente separato dalla tecnica e dalla cultura: è un luogo nel quale queste relazioni si incontrano.
La ricerca di Marculedu non nasce però soltanto da una riflessione teorica, ma da una dimensione fortemente artigianale. Il musicista ha imparato attraverso tentativi, video e forum online, arrivando a bruciare numerosi moduli durante le prime sperimentazioni. La costruzione dello strumento entra così direttamente nel processo creativo – prima ancora di essere utilizzata per suonare, la tecnologia deve essere assemblata, testata e adattata al corpo.
Il risultato è una pratica musicale nella quale il confine tra musicista e strumento diventa più difficile da individuare. Marculedu definisce queste protesi come “parti cyborg” che immagina possano crescere sul proprio corpo: una metafora che descrive il passaggio da un oggetto esterno a qualcosa con cui imparare a convivere e a suonare.
Lo strumento, allora, non è più necessariamente qualcosa che si prende in mano per produrre un suono. Può essere costruito intorno al corpo, aderire ai suoi movimenti e trasformare un gesto in musica. Nel caso di Marculedu, la protesi diventa una nuova parte del processo creativo: il punto in cui corpo e tecnologia smettono di essere due elementi separati e iniziano a funzionare come un unico sistema musicale.



