La fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea di Milano, Miart, ha accolto il lavoro di Marilou Poncin, artista francese rappresentata dalla galleria parigina Spiaggia Libera. Al centro della sua ricerca vi è la rappresentazione del corpo femminile, esplorato tanto come oggetto di desiderio, indagando la tensione tra sessualità ed erotismo, quanto come strumento di denuncia sociale, volto a decostruire i pregiudizi sulla femminilità.
Studiolo è stato il titolo della sua esposizione, curata da Alessio Antoniolli; e chiara è l’influenza del Rinascimento e il richiamo alle pose classiche delle dee raffigurate nei dipinti quattrocenteschi come Danae, Olimpia e Persefone, traslate, però, in un linguaggio digitale e contemporaneo.
Le sue donne sembrano moderne ninfe, creature ancestrali che emergono dall’acqua con volti che si confondono con la materia, come lo è Sleepy in a shell, scultura di ceramica smaltata, stampa fotografica e resina. L’uso del colore, spesso morbido e sfumato, conferisce alle scene un’atmosfera sospesa, come se le figure fossero in perenne metamorfosi. In questo senso, l’erotismo non è esibito o volgare, ma si manifesta in modo sottile, come una presenza silenziosa che attraversa le loro posture, evocando una sensualità intima e misteriosa, in completa connessione tra corpo e natura.

Nata in Francia nel 1992, Poncin studia prima Belle Arti a Lione, poi un Master in Photo – Video all’École Nationale Supérieure des Arts Décoratifs dove sviluppa un linguaggio visivo che intreccia immagine statica e movimento, corpo e messa in scena.
Nel suo universo visivo, pazientemente costruito, combina diverse tecniche e mezzi espressivi, dal video alla fotografia, dalla pittura alla ceramica. Poncin rielabora l’immagine come farebbe un pittore contemporaneo, ma invece dei pigmenti utilizza luce e pixel. Nelle sue opere, nulla è lasciato al caso: ogni elemento è costruito, messo in scena. Questa attenzione minuziosa alla composizione si ritrova anche in What girls are made of, (2021-2022), una serie di macrofotografie, stampate in 2.5D su PVC con tecnica a getto d’inchiostro UV, simili a radiografie, dove si intravedono fluidi, lustrini, ritagli fotografici, gioielli e ciglia finte.

Le sue immagini non si limitano a rappresentare la realtà: la reinventano, la trasformano, la mettono in discussione, la denunciano. Attraverso un uso raffinato di strumenti digitali come Photoshop, l’artista modifica i dettagli, manipola la percezione visiva e crea ambienti in cui lo sguardo dello spettatore si smarrisce, sospeso tra ciò che sembra vero e ciò che è artificio, tra verosimiglianza e illusione. “Photoshop è per me un alleato creativo”, afferma Poncin, “uno strumento che mi permette di dare corpo digitale alle idee che poi possono materializzarsi in altri modi, nel mondo fisico. Amo creare scene che sembrano improbabili ma che, a un primo sguardo, potrebbero essere reali. A volte basta modificare un elemento minimo per spostare l’intera percezione dell’immagine.”
Cresciuta nell’epoca dei videoclip e della cultura pop pre-social media, Poncin appartiene a una generazione abituata fin da giovane a mettersi in scena di fronte a una videocamera. Questa consapevolezza si riflette nella sua ricerca artistica, che mette in discussione il concetto di intimità e l’esposizione costante del sé, come lo è Welcome to my room video 13, (2017), composto da Cam Girl Next Door e Roxy’s Room, due short film interpretati dalle attrici, Inès Chabant e Regina Demina che raccontano il loro ruolo di donna con la telecamera.

Le sue opere sono spesso concepite come dispositif de fiction, per riprendere un’espressione della antropologa Agnès Giard, in cui ogni immagine è pensata come un racconto visivo che altera i confini tra realtà e finzione.
Nel pensiero di Agnès Giard, un dispositivo di finzione è uno strumento che permette di costruire scenari immaginari o di generare esperienze affettive e sensoriali attraverso l’immaginazione. Non si tratta solo di oggetti, ma anche di messe in scena, ambienti, rappresentazioni capaci di innescare narrazioni personali in chi li guarda o li usa. Un esempio emblematico da cui parte Giard è quello delle “bambole dell’amore” giapponesi (love dolls): oggetti iperrealistici che, pur essendo evidentemente inanimati, vengono trattati da alcune persone come partner romantici. In questo contesto, la bambola non è solo un oggetto, ma un veicolo di proiezione. Funziona come un dispositivo che apre uno spazio intimo e mentale in cui l’individuo può vivere una finzione emozionale, autentica, sebbene non reale.

Allo stesso modo, in lavori come Happy Sad, Marilou Poncin si trasforma in love doll, replicando fedelmente i canoni estetici delle bambole-sextoy per interrogarne il significato sociale e simbolico. Poncin, infatti, porta avanti una riflessione lucida su come la femminilità venga costruita, proiettata, consumata e infine ricodificata. La sua arte si muove tra la perfezione rinascimentale e l’inquietudine post-digitale, facendo della messa in scena un atto di resistenza.


