Anni ’60. In piena epoca “Rivoluzione Basaglia” una giovane artista si fa carico, all’insegna della massima libertà d’espressione, dell’attività del laboratorio di pittura dell’Ospedale Psichiatrico di Bizzozero-Varese, ispirandosi all’Art Brut di Jean Dubuffet, che era nell’aria. È versatile, curiosa e, soprattutto, ribelle. Mariuccia Secol (Castellanza, 1929) aveva già idee ben chiare in fatto di arte, desiderava scardinare le tradizioni consolidate e, soprattutto, affermare via via, più o meno consciamente, il suo ruolo sociale di donna libera e indipendente.
Ora al Muzeum Susch, lungo le rive dell’Inn a Susch, in Bassa Engadina, ovvero nella Svizzera sud-orientale, si apre la più vasta retrospettiva che sia stata mai a lei dedicata. La mostra mette in luce le sue molteplici attività creative – pittrice, scultrice, scrittrice – dando risalto al profilo umano e all’impegno etico ancor oggi da lei esplicato, quando – novantasettenne – non cessa di prendere parte attiva al dibattito culturale contemporaneo toccando nelle sue opere problematiche migratorie, nonché temi geopolitici e urgenze ecologiche. Si pensi alle sue Postcards-Cartoline d’artista – collage di foto e ritagli di giornale tempestati di perline e paillettes – con cui ha denunciato fatti politici e sociali in passato, e che continua a denunciare chiosando con graffiante ironia i fatti di cronaca più crudi e inquietanti appresi da quotidiani e reti televisive.
Non è un caso che il Muzeum Susch – istituzione museale aperta nel 2019 per volontà dell’imprenditrice e collezionista polacca Grazyna Kulczyk negli scenografici spazi di un ex monastero medievale divenuto successivamente birrificio – abbia rivolto la sua attenzione all’artista varesina.

Il Museo e la Art Stations Foundation a esso connessa sono infatti nati proprio allo scopo di presentare storie al femminile – talvolta già assai note talaltra non pienamente valorizzate –, che hanno offerto un contributo innovativo e sperimentale alle arti visive. Le installazioni permanenti di Marina Abramovic e di Monica Sosnowska – quest’ultima autrice dell’opera site-specific Stairs, che volteggia nella Torre – ne sono prova, come anche le mostre dedicate negli anni ad artiste rimaste non così note, o anche borderline: fra le altre, Joanna Rajkowska, Zofia Kluik, Ilona Keserü, Anu Poder, Laura Grisi. Oggi l’esposizione “Mariuccia Secol: Unraveling” (aperta fino 1/11), a cura di Monika Branicka e Eva Brioschi, riassume settant’anni di attività dell’artista italiana, impegnata fra femminismo radicale e critica sociale, fra scrittura e performance, fra poetica dell’objet trouvé – tessuti e scarti domestici: “la creatività del rifiuto”, secondo le parole dell’autrice stessa – e uso di strumenti espressivi più tradizionali come la pittura – a encausto, a esempio –, la ceramica utilizzata in chiave scultorea, l‘installazione.
Il Museo – comprensivo di più edifici fra loro collegati da un tunnel scavato nella roccia e ricco di spazi plasmati come grotte di pietra dagli architetti Chasper Schmidlin e Lukas Voellmy, in vista della nuova funzione espositiva della struttura – accoglie più di duecento opere di Secol, articolate come in un potente ciclo narrativo. Si parte dalla riflessione sul corpo-crisalide, fragile e mutante, ricerca da lei svolta su questo tema nell’arco di tutto il suo lavoro, partendo dall’installazione Donna Ponte – composta di indumenti stesi come memorie cui non sono estranei rimandi personali che aprono a nuovi equilibri affettivi e comportamentali –, per esplorare poi il cammino percorso in altri territori d’indagine: dai dipinti informali (Città bruciate, Olocausto), in cui si avvertono le cupezze degli anni del secondo dopoguerra e i traumi della Resistenza, alle Silhouettes in stoffa. Nel caso delle opere in tessuto, l’artista era solita rimuovere i fili della trama lasciando al loro posto spazi vuoti, intesi come assenza e segno di dibattito interiore: personale e collettivo. Mentre la serie Doll’s House testimonia la volontà di uscire dai classici ruoli imposti alla donna, tramite il riuso di abiti e tessuti scomposti e ricomposti secondo eccentrici codici formali.

Personalità complessa, e in parte ancor oggi irrisolta, l’artista non fu mai del tutto isolata, grazie alle frequentazioni che animarono la sua abitazione di Daverio, dove si era stabilita con il marito Angelo Tognola, ex partigiano e medico, negli anni ’50. Bruno Munari, Enrico Baj, Leonardo Sciascia furono spesso suoi ospiti offrendo conferme e argomenti di dibattito a lei che si sentiva lontana dagli epicentri della ricerca milanese. Dall’amicizia con Milly Gandini, compagna di lotte e sperimentazioni, scaturì un sodalizio duraturo che culminò, prima, nella co-fondazione del Gruppo Femminista Immagine di Varese (1974), che pose le basi della loro partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1978; poi, nella stesura dell’autobiografia scritta a quattro mani La mamma è uscita. Una storia di arte e femminismo, pubblicato nel 2021. In essa si raccontano i fermenti del movimento femminista in Italia, le vicende che portarono alla fondazione del Gruppo del Salario del Lavoro Domestico – cui Gandini e Mariuccia Secol concorsero insieme alle artiste Silvia Cibaldi, Clemen Parrocchetti, Mariagrazia Sironi – nonché il loro percorso politico e creativo. La loro arma di riscatto fu, soprattutto, la creatività espressa attraverso la provocazione.
Significative in tal senso, come “testimonianze” dell’iter concettuale di Secol, le rivendicazioni scritte in segno di protesta sulla polvere lasciata depositare su oggetti domestici, per l’ostinato rifiuto di provvedere alla sua rimozione, e poi riprese fotograficamente – o gli schizzi per le inutilizzabili pentole avvolte di filo spinato, che coniugano militanza politica e sfida, anche e soprattutto in ambito famigliare. In mostra, al centro del vasto collage che presenta le immagini in bianco e nero della rivoluzione “domestica” dell’artista, spiccano applicate su pannello parti del suo abito da sposa, smembrato e riassemblato con graffiante ironia.
Grazyna Kulczyk, fondatrice del Museo e chairwoman del board di Art Stations Foundation, nonché una delle più importanti collezioniste d’arte contemporanea del nostro tempo, non ha dubbi. Fra le varie personalità femminili presentate a Susch dal 2019 a oggi, Mariuccia Secol spicca per l’originalità del suo approccio artistico ai temi del femminismo poiché “rappresenta un caso molto speciale fra le tante autrici che ho avuto modo di conoscere negli anni: per il suo essere inclusiva, per il continuo impegno da lei sempre dimostrato, ma mai gridato, nel tentativo di trovare un equilibrio fra uomo e donna – una sorta di riconciliazione degli opposti, senza mai arrivare a rotture insanabili – e per la sua instancabile attenzione ai problemi dell’ambiente, della geopolitica, della violenza sulle donne. Si pensi a esempio alla serie ‘Cancelli per le bambole’. Sono stata nella sua casa-studio a Daverio, è stato un privilegio incontrarla”.


