Marty Supreme è un biopic sportivo eccessivo tra talento e disordine

Dopo la separazione artistica dai fratelli Safdie, Josh approda alla regia solista con Marty Supreme, un’opera che porta con sé l’eredità tumultuosa e viscerale dei lavori condivisi (Heaven Knows What, Good Time, Diamanti grezzi) ma che prende strade narrative e visive completamente autonome. Se Benny Safdie aveva già inaugurato la carriera da regista indipendente con The Smashing Machine, esplorando la parabola agonistica di un lottatore di arti marziali miste negli anni ’90, Josh costruisce un biopic dai contorni bizzarri e classici allo stesso tempo: la storia di Marty Mauser, giovane prodigio del ping pong interpretato da Timothée Chalamet.

Entrambi i film condividono l’ossessione per uno sport di nicchia, per i film girati in pellicola (16 mm per The Smashing Machine, 35 mm per Marty Supreme) e un’attenzione maniacale ai dettagli visivi, ma qui le analogie si fermano. Fin dalla sequenza iniziale emerge la differenza tra i due fratelli: Benny decostruisce il mito nella sua osservazione, mentre Josh scava nell’anima viscerale del protagonista, trasfigurando il racconto sportivo in un romanzo di formazione trascinante, tra violenza, humour nero e tensione sociale.

La New York del 1952 diventa il teatro di un’epopea comica e disperata: Marty, commesso in un negozio di scarpe, sogna gloria e denaro attraverso la sua arte sul tavolo da ping pong. La sua corsa verso il successo è una continua commistione di follia e ambizione: rapine, intrighi, tornei internazionali e incontri improbabili, dalla dolce Rachel alla diva decadente Kay Stone, dal gangster cinofilo Ėzra Miškin al magnate Milton Rockwell, si susseguono in un vortice di storie e registri narrativi. Ogni episodio, ogni fallimento, ogni piccola vittoria diventa un tassello della parabola personale di Marty, che oscilla tra il grottesco e l’epico, dove il sogno americano è tanto desiderato quanto elusivo.

Marty Supreme è, al contempo, un film sul denaro e sul desiderio di elevarsi al di sopra della propria condizione, ma anche un’indagine sull’ossessione, l’illusione e l’ambizione al di sopra di tutto e tutti. La sceneggiatura, pur eccessiva nei suoi 150 minuti, non perde mai ritmo: la macchina da presa di Safdie, sorretta dalla fotografia di Darius Khondji e dalla colonna sonora ossessiva e avvolgente di Oneohtrix Point Never, trasforma il ping pong in un campo di battaglia assoluto. Chalamet domina il set con una prova intensa e stratificata: campione sportivo, giovane uomo in fuga dalle convenzioni, scommettitore incallito e, insieme, vittima e carnefice del proprio destino. È il racconto di un antieroe che rincorre se stesso, che cade e si rialza, che scommette, ruba e fugge da un punto all’altro della città pur di raggiungere il proprio scopo. Ma il film non convince del tutto e a non convincere è proprio tutto ciò che abita attorno al protagonista.

Da subito appare evidente il limite di Safdie nel gestire i personaggi secondari: Rachel, Kay Stone e la madre di Marty sembrano più comparse funzionali al percorso maschile del protagonista che individui a tutto tondo, spesso sacrificati sulla scena per mantenere il ritmo caotico di una narrazione che confonde ambizione con disordine. Persino Gwyneth Paltrow, che incarna la diva decadente Kay Stone, è privata di un proprio spessore e di una propria profondità: la sua presenza sullo schermo non compensa una sceneggiatura incapace di darle spessore o motivazione credibile.

Sul piano narrativo, il film si muove tra una serie di episodi improbabili e a tratti grotteschi, dai tentativi di guadagnare denaro attraverso le palline da ping pong personalizzate alle rapine, fino alla competizione internazionale. Ma il crescendo drammatico, pur animato da una buona prova attoriale di Timothée Chalamet, non riesce mai a costruire un reale coinvolgimento: la corsa verso il successo, raccontata con una smania di eccesso tipica di Safdie, risulta più una sequenza di sketch casuali che un arco coerente di formazione.

Marty Supreme si propone come un grande film d’autore, ma il risultato è un’opera sovraccarica e frenetica, che mescola generi senza riuscire a governarli, e che tradisce la promessa dei Safdie di un cinema intensamente umano e coinvolgente. Un esordio solista che conferma il talento tecnico di Josh Safdie ma non la capacità di costruire storie davvero memorabili e universali.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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