Massimiliano Gioni al New Museum: una direzione “con l’accento” per il museo più internazionale di New York

La nomina di Massimiliano Gioni alla direzione del New Museum segna un passaggio significativo per una delle istituzioni più riconosciute nel panorama dell’arte contemporanea internazionale. Dal 1° agosto 2026, il curatore italiano succederà a Lisa Phillips, storica direttrice del museo, alla guida dell’istituzione newyorkese dal 1999.

La scelta di Gioni si inserisce in una continuità costruita nel tempo. Il curatore, nato a Busto Arsizio nel 1973, entra al New Museum nel 2006 e dal 2014 ricopre il ruolo di direttore artistico. In questi anni ha contribuito in modo determinante alla definizione del profilo curatoriale del museo, accompagnandone la crescita attraverso mostre capaci di unire ricerca, apertura internazionale e attenzione alle trasformazioni del presente.

Il New Museum, fondato nel 1977 da Marcia Tucker, è nato con una vocazione precisa: dare spazio agli artisti viventi, alle pratiche emergenti e alle forme di ricerca in dialogo con il proprio tempo. In questo senso, la nomina di Gioni appare coerente con l’identità dell’istituzione, che ha sempre costruito la propria reputazione sulla capacità di intercettare linguaggi, temi e prospettive capaci di raccontare il presente mentre prende forma.

Urban street at dusk featuring a tall stacked grey building and a glass angular structure, with pedestrians at a crosswalk.

La sua carriera curatoriale si è sviluppata tra Stati Uniti, Europa e Italia. Oltre al lavoro al New Museum, Gioni ha diretto la 55ª Biennale di Venezia nel 2013 con Il Palazzo Enciclopedico, progetto espositivo che ha consolidato la sua reputazione internazionale. La mostra proponeva un attraversamento ampio dell’immaginario visivo, mettendo in relazione arte contemporanea, immagini popolari, archivi, visioni enciclopediche e forme di conoscenza laterali. Un approccio che, negli anni, è diventato uno dei tratti riconoscibili della sua ricerca curatoriale.

Già nell’intervista pubblicata sul secondo numero di Artuu Paper (che potete trovare qui), a cura di Alessandra Quattordio, Gioni aveva offerto una chiave molto precisa per leggere il momento del New Museum. Parlando della riapertura, raccontava che molti spettatori avevano definito il ritorno del museo “una delle rare buone notizie nelle ultime settimane”, sottolineando l’affetto e la partecipazione generati da una mostra, New Humans, che lui stesso descriveva come “seria e complessa”, ma anche “spettacolare e visiva, piena di sorprese”. Il punto, però, non era solo la spettacolarità. Per Gioni, inaugurare un nuovo edificio oggi a New York è “una dichiarazione di fiducia nel fatto che ci sia ancora un futuro e un mondo nel quale crescere e nel quale discutere di arte e idee in maniera aperta”.

Questa frase diventa oggi ancora più centrale. La sua nomina arriva infatti in una fase di trasformazione architettonica e culturale per il museo, dopo l’ampliamento firmato OMA, che raddoppia gli spazi espositivi e rafforza la presenza dell’istituzione sulla Bowery. Nell’intervista, Gioni ricordava come quello fosse “il primo museo ed edificio pubblico progettato da OMA a New York”, un fatto che definiva “un evento culturale di portata”. Il progetto, guidato da Shohei Shigematsu, non nasceva soltanto per aggiungere metri quadrati, ma per costruire un rapporto con l’edificio originale di SANAA. Gioni raccontava che Shigematsu aveva pensato i due edifici “in dialogo, persino colti in un abbraccio amoroso”, fino a chiamare il punto di contatto tra le architetture il “kiss point”.

City street at dusk with a leafless tree between brick buildings and a modern glass building in the background and a wet road surface reflecting lights.
New Museum, pic by Jason Lee

La nuova direzione di Gioni si apre dunque dentro un museo fisicamente ampliato, ma anche chiamato a riformulare il proprio modo di essere attraversato. L’estensione di OMA, nelle sue parole, crea “non solo una nuova struttura ma anche un nuovo dialogo con il passato e il futuro”. È una definizione che potrebbe valere anche per la sua visione curatoriale: il presente non come superficie autosufficiente, ma come spazio di relazione tra genealogie storiche, urgenze contemporanee e possibilità ancora aperte.

Al New Museum, Gioni ha sviluppato un’idea di mostra come struttura narrativa complessa, capace di accogliere artisti affermati e figure meno note, produzioni contemporanee e riferimenti culturali più ampi. New Humans: Memories of the Future, la mostra inaugurale della riapertura, ne è un esempio particolarmente chiaro. Nell’intervista ad Artuu Paper, Gioni spiegava che l’esposizione “parla del presente e delle paure e aspirazioni che circondano le nuove tecnologie”, mettendo però il nostro momento storico in dialogo con i primi anni del Novecento, “creando una simmetria tra il 1920 e oggi”.

La tecnologia, nella lettura di Gioni, non è mai soltanto promessa o fascinazione. È un campo culturale, politico e materiale. A proposito della selezione di immagini affidata a Gemini AI, raccontava con ironia: “mi piace dire che qui è dove finisce il mio lavoro…”. Una battuta, certo, ma anche “un’immagine vivida e chiara di come le macchine possano sostituirsi a noi”. Allo stesso tempo, il progetto non si limita a osservare l’intelligenza artificiale come fenomeno astratto: attraverso opere come Mechanical Kurds di Hito Steyerl, la mostra ricorda che le tecnologie digitali, “che di solito ci appaiono come tecnologie immateriali e invisibili, quasi magiche”, richiedono invece il lavoro di milioni di “micro-lavoratori” impegnati a educare l’intelligenza artificiale.

Gallery wall with three vibrant abstract paintings and a textured fabric sculpture on a white platform in the foreground, exhibition space shown in warm lighting.
New Museum_New Humans

È qui che la curatela di Gioni mostra uno dei suoi tratti più interessanti: la capacità di tenere insieme immaginario e infrastruttura, visione e lavoro, futuro e memoria. Lo stesso Gioni, nell’intervista, citava le ricerche della neurologa Eleanor Maguire per ricordare che chi ha problemi di memoria “non è in grado di immaginare scenari futuri”. Da qui la necessità, per un museo dedicato all’arte di oggi e di domani, di “fornire le coordinate per capire il nostro presente in una prospettiva più lunga”.

Questa prospettiva è favorita anche da una caratteristica strutturale del New Museum: l’assenza di una collezione permanente tradizionale. Proprio per questo, spiegava Gioni, il museo è “più libero di affrontare il passato dall’osservatorio del presente” e di “scompigliare le carte di gerarchie accettate”. Il suo modo di fare mostre passa attraverso quella che lui definisce una “lente bifocale”, capace di guardare “al passato e al presente, scissi tra profezia e archeologia”.

Non è un dettaglio, perché aiuta a comprendere anche la nomina. Gioni non rappresenta soltanto una figura interna, ma una visione precisa del museo come spazio trans-storico, internazionale e poroso. Lui stesso, parlando delle sue grandi mostre a tema, da Gwangju alla Biennale di Venezia fino a Fata Morgana, parlava di “storiografia diagonale”, prendendo a prestito un’idea di Roger Caillois. E aggiungeva di non pensare a queste esposizioni “come mostre d’arte, ma come grandi apparati di riflessione e studio sulla cultura visiva”.

Museum gallery with a green forest mural on the left, dark floor, and several tall textured sculptures, plus vertical screens showing a woman on the right.
Installation view: Christopher Kulendran Thomas: The Finesse, New Museum, New York, 2026.

In questa direzione si colloca anche la densità visiva di New Humans, con i suoi 732 oggetti individuali. Per Gioni, il museo può diventare “una specie di torre di controllo”, “un centro di produzione, disseminazione e analisi delle immagini”, capace di confrontarsi con l’inflazione visiva del presente. Una definizione che illumina bene il ruolo che potrà assumere il New Museum nei prossimi anni: non soltanto luogo espositivo, ma piattaforma critica, osservatorio, macchina culturale capace di ordinare e complicare allo stesso tempo il nostro rapporto con le immagini.

Il lavoro di Lisa Phillips ha avuto un peso decisivo nel consolidamento del New Museum. Durante la sua direzione, l’istituzione ha ampliato la propria visibilità, rafforzato la propria struttura e definito un ruolo centrale nel sistema dell’arte contemporanea. Gioni raccoglie questa eredità con una conoscenza profonda del museo e della sua storia recente, avendo partecipato per due decenni alla costruzione della sua identità culturale. La sua nomina rappresenta anche un riconoscimento importante per la curatela italiana sulla scena internazionale. In un momento in cui i musei sono chiamati a dialogare con pubblici sempre più ampi e con scenari culturali in trasformazione, il profilo di Gioni unisce esperienza istituzionale, sensibilità curatoriale e una lunga familiarità con il contesto newyorkese.

Gallery installation with three vertical screens showing pale, head-only mannequins against a blue backdrop; a life-size figure sits on a pedestal nearby.

Forse la definizione più efficace resta quella che lo stesso Gioni ha affidato ad Artuu Paper: “Dico sempre che il New Museum è un museo che parla inglese con l’accento”. Una formula limpida per descrivere un’istituzione che lui definisce “il museo più internazionale e aperto di New York, il più informale anche, il più libero e sperimentale”.

Con Gioni alla direzione, questa identità sembra trovare una prosecuzione naturale: un museo radicato a New York, ma pensato come piattaforma globale; un luogo dedicato all’arte di oggi, ma consapevole che ogni futuro ha bisogno di memoria per prendere forma. Una direzione nel segno della continuità, certo, ma anche di quella capacità di attraversare linguaggi, storie e immagini che ha reso il suo lavoro uno dei più riconoscibili della curatela contemporanea.

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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