Mataro da Vergato. Olympic Drag: il corpo come mito contemporaneo

A distanza di trent’anni da L’Altra Eva – Virtual Trans, Mataro da Vergato torna al formato del calendario non come esercizio nostalgico, ma come dispositivo critico capace di misurare il tempo, i corpi e il mutamento culturale. Art Calendar 2026 – Olympic Drag è il naturale approdo di una ricerca che, fin dagli anni Novanta, ha messo in relazione identità, rappresentazione e tecnologia, anticipando molti dei temi che oggi abitano il dibattito sull’arte e sul genere.

Se nel 1996 il riferimento era il calendario Pirelli e il sistema iconografico delle top model, allora trasposto sul corpo trans come atto di affermazione e visibilità, oggi il contesto è radicalmente cambiato. L’identità non è più una linea di confine, ma un campo fluido, molteplice, attraversabile. Olympic Drag nasce esattamente in questo spazio: non per spiegare, ma per mostrare; non per catalogare, ma per trasformare.

L’incontro con le Drag Queen del Don’t Tell Mama di Milano — luogo ormai storico di una scena performativa eterogenea e vitale — è, come spesso accade nel lavoro di Mataro, casuale e necessario allo stesso tempo. È lì che riemerge l’urgenza di raccontare un’umanità che fa del corpo un linguaggio e della performance un atto politico, poetico, artigianale. Le figure ritratte non sono semplicemente soggetti fotografati, ma co-autori di un processo che attraversa racconto personale, costruzione estetica e immaginazione.

La pittura digitale di Mataro, affiancata oggi da innesti di intelligenza artificiale, agisce come una sorta di “chirurgia estetica simbolica”: non modifica il corpo reale, ma ne proietta un ideale possibile, un personaggio artistico che vive nello spazio della rappresentazione. Il computer, da sempre inteso come tavolozza e non come scorciatoia, diventa lo strumento per un ritorno alla pittura della realtà, filtrata però da un processo tecnico e concettuale pienamente contemporaneo.

In alcune immagini, lo stesso performer viene messo in dialogo con la propria controparte sessualmente opposta, in un gioco di specchi che supera la caricatura e dissolve lo stereotipo. La drag, qui, non è maschera grottesca, ma costruzione mitologica: una figura olimpica, appunto, che incarna un’idea di bellezza, forza e trasformazione.

Dietro la leggerezza apparente delle immagini, affiora una stratificazione profonda di vissuti: precarietà economica, lavori estenuanti, instabilità abitativa, fratture familiari. Tutto ciò non viene illustrato, ma silenziosamente assorbito nel processo creativo. Ogni pagina del calendario nasce anche dai racconti intimi dei performer, da ciò che precede e segue il palcoscenico. È questo che rende Olympic Drag un’opera di relazione prima ancora che di rappresentazione.

Mataro da Vergato — nome che affonda le radici nel nonno paterno e nel paese d’origine, Vergato — porta con sé esperienze performative in Italia e all’estero, fino al periodo newyorkese che segna l’incontro decisivo con il computer nei primi anni Novanta. Da lì nasce il Periodo Grafico Digitale e, dal 1996 a oggi, la Pittura Digitale: fotografia in bianco e nero come disegno, tecnologia come materia pittorica.

Con Art Calendar 2026 – Olympic Drag, Mataro non celebra semplicemente la drag culture: ne riconosce la complessità, la disciplina, la dedizione artigianale e la capacità di restituire al pubblico qualcosa che va oltre l’intrattenimento. Un’entità ideale, forse irreale, ma necessaria. Come ogni mito che, per esistere, ha bisogno di un corpo che lo incarni.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e ultimabozza.it scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica.

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