Il sole era quello che a Matera sembra cadere dall’alto senza incontrare ostacoli. Mezzogiorno, la pietra dei Sassi accesa dalla luce, e sulla terrazza di Palazzo Lanfranchi l’angelo di Salvador Dalí. Una scultura che, in quel preciso momento, sembrava quasi contendere alla città il suo ruolo di protagonista.
Sono arrivata a Matera per Ierofania – Sulle vie del Sacro, la rassegna multidisciplinare promossa dal Ministero della Cultura, diretta per la parte artistica da Fulvia Toscano e per la parte scientifica da Alberto Samonà, che fino al 27 settembre attraversa sei regioni – Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia – mettendo in relazione il patrimonio culturale con l’arte contemporanea, la musica, il teatro, la danza e la poesia. Ma quello che ho incontrato è stato qualcosa di più difficile da raccontare attraverso un semplice elenco di appuntamenti.
Perché Matera non fa da sfondo. Matera entra nel racconto.
Lo fa con la sua pietra, con la sua storia, con quella capacità quasi fisica di far sentire il tempo. E lo fa soprattutto quando i linguaggi contemporanei non cercano di sovrapporsi al luogo, ma di ascoltarlo.
È questo, in fondo, il senso di Ierofania: riportare il sacro dentro una dimensione contemporanea, non come qualcosa di immobile o esclusivamente legato alla religione, ma come esperienza capace di mettere in relazione memoria, territorio, arte e comunità.
La rassegna, ideata dal Ministero della Cultura attraverso il Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale e organizzata dall’Istituto Centrale per la valorizzazione economica e la promozione del patrimonio culturale, attraversa alcuni dei luoghi identitari del Centro e del Mezzogiorno d’Italia. Da Praeneste a Paestum, da Lecce a Matera, fino a Locri e Naxos Taormina, il progetto costruisce una geografia del sacro nella quale archeologia e contemporaneità smettono di essere mondi separati.
A Matera, sabato 29 agosto, il programma ha preso avvio con l’inaugurazione di L’angelo del trionfo di Salvador Dalí, per la sezione dedicata all’arte contemporanea curata da Giorgio Calcara.

Guardare Dalí da quella terrazza significava però guardare anche tutto ciò che stava intorno. La scultura, la città, il paesaggio. E soprattutto il Mediterraneo, che a Matera non è necessario vedere per percepirne la presenza.
Poi è arrivata la musica. Ed è stato forse lì che ho sentito davvero cambiare la temperatura della giornata.
Vibrazioni del Divino: suono, parola, danza ha riunito artisti e studiosi in un confronto sul rapporto fra esperienza spirituale e linguaggi artistici. Ma la presenza di Gavino Murgia ha avuto per me qualcosa di particolare.
Murgia è polistrumentista, compositore, ricercatore, etnomusicologo e jazzista. Nella sua musica convivono improvvisazione, ricerca e memoria, con una radice fortissima nella tradizione musicale sarda. Ma ascoltarlo a Matera significava andare oltre la semplice appartenenza geografica. Il suo suono sembrava aprire una porta.
La luce del giorno era fortissima, la pietra conservava il calore del sole, eppure la musica portava altrove. In Sardegna, forse, ma anche più lontano: dentro un Mediterraneo arcaico e contemporaneo insieme, fatto di migrazioni, approdi, rituali, voci, attraversamenti.
È stato uno di quei momenti in cui ci si accorge che la musica può fare ciò che spesso le parole non riescono a fare: spostare il paesaggio senza muovere il corpo.

Dopo Murgia sono arrivati l’Oriente e l’Occidente di Tra Oriente e Occidente, spettacolo di danze classiche indiane Odissi di Shilpa Bertuletti, e Beata Viscera, di Raffaele Schiavo con il VoxEchology Ensemble. Ancora una volta il corpo, la voce e il suono hanno incontrato la materia antica di Palazzo Lanfranchi.
E qui Ierofania mostra la sua intuizione più interessante: il sacro non è necessariamente una risposta. Può essere una domanda.
Che cosa accade quando una musica sarda entra in un luogo della memoria lucana? Quando la danza indiana incontra una città che ha costruito la propria identità anche attraverso la ritualità? Quando Dalí porta il suo immaginario surrealista dentro un paesaggio che sembra già uscito da un’altra dimensione?
Nel pomeriggio ho raggiunto la Fondazione Sassi per Due Visioni del Mediterraneo, curata da Giorgio Calcara, la mostra che mette in relazione Il vento surreale del Mediterraneo di Salvador Dalí e Archetipi in dialogo di Alessandro Valeri.
Due artisti, due linguaggi, due modi di attraversare un mare che è molto più di una distesa d’acqua.
Il Mediterraneo di Dalí è visionario, instabile, sospeso tra sogno e realtà. È un luogo mentale nel quale il mito, il desiderio, la storia e l’inconscio si mescolano. Il Mediterraneo di Valeri, invece, sembra cercare negli archetipi una memoria più profonda, qualcosa che precede la rappresentazione e che continua a riaffiorare nel presente.

Il dialogo tra i due percorsi non è allora soltanto estetico. È una riflessione sulla permanenza delle immagini, sulla loro capacità di attraversare i secoli e di tornare ogni volta sotto forme diverse.
Ed è proprio qui che Matera diventa fondamentale. Perché i Sassi sono essi stessi un archivio di archetipi. La casa, la grotta, la soglia, la pietra, la luce, il corpo, il rito. Elementi primordiali che la città ha conservato e che oggi possono tornare a dialogare con l’arte contemporanea.
La mostra di Dalí e Valeri, vista dopo la musica di Murgia e dopo gli incontri di Ierofania, acquista così un significato diverso. Non più soltanto due visioni del Mediterraneo, ma due modi di interrogare ciò che il Mediterraneo conserva: la memoria, il mito, il sacro, il viaggio, la trasformazione.
Forse è questo il vero filo della rassegna. Non portare l’arte nei luoghi del patrimonio per renderli più contemporanei, ma permettere al contemporaneo di scoprire quanto quei luoghi siano ancora capaci di parlare.
A Matera il passato non sembra chiedere di essere conservato sotto una teca. Chiede di essere attraversato. E così, alla fine della giornata, mi è rimasta soprattutto un’immagine: il sole a picco sulla città e, dentro quella luce, il suono di Gavino Murgia che sembrava arrivare da un luogo lontanissimo. Dalí aveva portato a Matera il suo angelo. Murgia aveva portato il respiro del Mediterraneo. Valeri, attraverso gli archetipi, la sua memoria.
E Matera, semplicemente, li ha fatti dialogare. Forse il sacro oggi è anche questo: non una distanza da colmare, ma una soglia da attraversare. Un punto nel quale una pietra antica può incontrare un’immagine surrealista, una voce può diventare paesaggio, una musica può condurci altrove e l’arte contemporanea può restituire al passato la possibilità di essere ancora presente.




