Matteo Basilè, a Todi va in scena la Nuova Intelligenza Naturale

Fin dalle origini del suo processo fotodigitale, Matteo Basilé sembrava il portatore sano di una IA congeniale al proprio universo di corpi in costante mutazione. A tal guisa erano molti i segnali prodromici, tracce estetiche di un primo compimento che oggi rientra nelle competenze tecnologiche dei software disponibili, quasi a relazionare lo status odierno di rerum novarum con i valori proattivi dei cicli passati, in un continuum ambientale che caratterizza da sempre il paesaggio archetipico dell’artista.

Partiamo proprio dalla NATURA che accoglie i meravigliosi esseri umani del suo immaginario sentimentale. Il paesaggio di questa mostra è un luogo sempre più silente, metafisico, posturbano nel mostrarsi come spazio di rinascita ulteriore. Un territorio vasto e paradigmatico, svuotato dal magma planetario dell’antropocene, ridotto ad uno scheletro di essenze che decretano un nuovo naturalismo postbiblico (o anche prebiblico), fuori dal vincolo liturgico ma immerso nel processo spirituale del mondo olistico. Solo così sembra possibile la riscrittura del genere umano nel pattern di un dharma senza contaminazioni macroscopiche: è una nuova geografia per una nuova storia, un libro da scrivere nel tempo meditativo di un’umanità resistente e di una biologia in rinnovamento cellulare e sinaptico. È la fatidica possibilità di un’isola, la pietra filosofale che mostra la resistenza nomade e la riscrittura della polis, sia in termini semantici che culturali. 

Gli UMANI che appaiono nei quadri diventano la riprova delle infinite possibilità rigenerative, il segno ibrido di nuovi processi fusionali, dove la botanica e la fisiologia si combinano per riaffermare il valore aperto delle possibilità ancora inespresse. L’umanità di Basilè sfida le concezioni arcaiche di brutto e bello, delineando quel confine aperto del sublime, del magico nel veritiero, del sentimento liberato. Osservate i loro occhi nei quadri o nei video: tutti guardano avanti ma anche dentro le radici di una memoria pineale, consapevoli di ogni causa e ogni effetto passato, coscienti che si può scrivere il domani solo con la grammatica sintetica del passato virtuoso. Sono esseri che, avendo sentito il dolore più profondo e visto l’indicibile, ripartono oltre la sofferenza che intravediamo nei loro sguardi, varcando un sentiero aperto di proiezioni e ripensamenti radicali, verso la rivelazione di un domani misterioso ma totalmente praticabile.

La mostra da Giampaolo Abbondio si profila come un satellite nomade alla ricerca dei segni vitali nel mondo possibile. L’occhio dell’artista coglie il respiro postatomico, scovando comunità meticcie che appartengono a nuovi sincretismi e rinnovate sinestesie. Loro sono il futuro che contiene la sintesi di ogni passato, sono la risultanza di una nuova discendenza organica, figlia degli umani e madre del futuro tecnologico, laica per evidenza sociale ma spirituale per omeostasi ecologica. Biologia e geologia sembrano incontrarsi sul crinale della resistenza comunitaria, nella geografia elettronica che custodisce la fisicità dell’esistente, in un confine ibrido che sta dissolvendo la distanza tra naturale e artificiale.

Lasciate da parte l’idea che l’Intelligenza Artificiale sia una catena di virtuosismi digitali per eccitare la superficie delle cose. Basilè dimostra il contrario, generando ritratti frontali che appartengono alla memoria rinascimentale, evocando così il patrimonio culturale dei secoli trascorsi, il profondo valore dei lasciti che qui diventano DNA di una ricostituzione terrestre nell’epoca delle terre senza muri divisori, senza strisce incendiarie, senza dogane confinanti. Emerge una geografia asiatica, vicina alle culture che hanno confidato nel ciclo spirituale del dharma, oltre i segni del materialismo fallimentare, oltre i valori di un capitalismo sepolto. L’artista, che sembra non avere alcuna paura della tecnologia, evita le gerarchie di dominazione e sudditanza digitale per creare, di contro, quei piccoli movimenti interni (diversi quadri in mostra si attivano con calibrata pulizia estetica e concettuale) che sono il primo passaggio solido dell’opera nel tempo delle nuove INTELLIGENZE NATURALI. 

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