Si è appena inaugurata una sua mostra ad Ascoli Piceno, “Maurizio Bottoni. Il pensiero svelato nell’anatomia della natura” (fino al 28 settembre), curata da Elisabetta Sgarbi nell’ambito de La Milanesiana, manifestazione “allargata” che giunge a toccare varie regioni d’Italia e quest’anno, alla sua 26a edizione, affronta il tema dell’Intelligenza.
Venticinque circa le opere dell’artista selezionate per essere collocate in piena armonia con un contesto antico, ricco di capolavori del passato, ovvero la Pinacoteca Civica.
Maurizio Bottoni, noto per la sua pittura figurativa colta e nutrita di tradizione antica ma non solo, accetta di parlare di sé e della sua arte, rivelando qualche particolare inedito. Per esempio riguardo ai suoi esordi milanesi, quando giovanissimo frequentava Brera e il Bar Giamaica… Senza mai smorzare la sua vis polemica.

Bottoni, Parliamo dei suoi esordi artistici
Nel 1967 l’arte nuova che si profilava era l’Arte Povera. Ero entrato in un piccolo gruppo di artisti che frequentavano Brera e il Giamaica, quando si faceva arte a Brera… Ci trovavamo nei piccoli studi di artisti che praticavano queste ricerche – in particolare visitai lo studio di Pino Pascali che a quell’epoca era attivo tra Milano e Roma – e queste frequentazioni mi portarono a conoscere anche Mario Merz e la moglie Marisa. Quel modo di interpretare l’arte era nuovo, eravamo tutti giovanissimi ed era interessante, ma io avevo già nella testa un indirizzo sia estetico che tecnico, e quel che facevano loro non mi interessava molto. Qualche anno dopo incontrai a Venezia Giorgio De Chirico che mi aprì la strada.
Dunque De Chirico fu per lei un antidoto all’Arte Povera…
In qualche modo sì. Però quell’esperienza, anche se fugace, dell’Arte Povera mi servì a capire come certi artisti si basassero non sul saper fare, ma sulla simbologia, e comunque sul voler dire qualcosa in modo completamente diverso. Conosco bene il meccanismo, entrare nella contemporaneità attraverso gli oggetti, attraverso le cose più normali, come fece poi Andy Warhol con le lattine di Coca-Cola o di zuppa Campbell, soggetti che a me non interessavano. Abbandonai presto il gruppo di giovani artisti per tornare a confrontarmi con quelle che erano le mie capacità. Negli anni mi sono poi accorto che i ‘contemporanei’ che sono venuti dopo – come Maurizio Cattelan o Damien Hirst – non sanno fare nulla, ma proprio nulla dal punto di vista tecnico, non sanno tenere una matita in mano. Sono personaggi che hanno sposato una visione dell’arte che strizza molto l’occhio al mercato, in realtà non competono con sé stessi, competono con il mercato. Questo naturalmente mi ha sempre dato molto fastidio e quindi per me non sono artisti.

Dunque la Pittura con l’iniziale maiuscola?
Iniziai a dipingere con grande difficoltà perché in qualche modo il sapere degli antichi era andato perduto. Mi aiutò De Chirico, che mi insegnò la preparazione delle tavole e delle tele. All’inizio sono stato un autodidatta, anche De Chirico d’altra parte aveva iniziato a dipingere da solo. Quando vuoi fare pittura e vuoi confrontarti con il sapere della grande pittura, oggi non c’è più nessuno che ti possa insegnare qualcosa, quindi per forza devi essere autodidatta, conditio sine qua non.
Come aveva conosciuto il “Pictor Optimus”?
Ho incontrato il maestro, per caso sì, a Venezia, ma poi ci siamo visti varie volte, l’ho accompagnato a mostre, sono stato a trovarlo a Roma, ma non è che mi abbia “insegnato” a dipingere, mi ha insegnato a guardare e a capire cosa fosse la materia pittorica, cosa che non conosce più nessuno. Nessuno sa che cosa essa sia, non è la quantità, ma la qualità del colore che fa la differenza. Sono insegnamenti che non sono pratici, ma, più che altro, intellettuali. Se tu cogli quel senso che De Chirico voleva comunicare, arrivi ad alcune verità come quella della “grande pittura”. Siamo sempre lì, è una questione di rapporti. Io non sono mai stato nel suo studio, l’ho visto in alcuni documentari. Tutta quella che è stata la sua esperienza, vissuta dagli anni Venti in poi, non potevo certo afferrarla direttamente, ma me l’ha passata da un punto di vista mentale.

Quindi conversazioni fatte, mostre visitate insieme?
Certo lui è sempre stato molto disponibile con me. Ero giovane, aveva capito che la pittura era il mio precipuo interesse. Successivamente feci un giro in Europa durante il quale andai a visitare tutti i musei e le biblioteche dove potevo trovare le antiche ricette pittoriche che erano sparite e quindi la mia è stata un’esperienza accumulata in anni e anni. Tutto sommato preparare una tela o una tavola è piuttosto semplice, ma capire il procedimento delle materie e del come guardare le cose, ovvero i soggetti che vuoi dipingere, è una cosa che non ti insegna nessuno se non grandi artisti come De Chirico o Ugo Celada da Virgilio, che frequentavo nel suo studio e che presentai a Vittorio Sgarbi. Pittore in parte dimenticato, fu apprezzato da Franco Maria Ricci che lo volle nella sua collezione.
Allude alla padronanza delle polveri di colore, degli impasti?
Queste conoscenze sono in realtà abbastanza note, ma il padroneggiarle bene serve per poter esprimere al meglio quello che vuoi rappresentare. La materia è dunque importantissima, quegli ingredienti che pochi usano – De Chirico, ma anche io stesso – servono a dare luce e vita propria ai soggetti.
Ha sempre avuti ben chiari i soggetti che voleva introdurre nella sua pittura: paesaggi, nature morte, animali?
No, ho sempre contestato la scelta di un soggetto riportato all’infinito. Tutti gli artisti sono attratti da tante cose. Poi ci sono quelle più vicine a te, alla tua sensibilità. Per esempio a me la figura umana non è mai interessata molto. Tutto il Novecento artistico ha lavorato sulla figura umana in tutte le sue declinazioni, scarnificandola. Negli ultimi quaranta-cinquant’anni gli esseri umani hanno tutti la stessa faccia, non sono più interessanti, non c’è più nulla da dire. L’introspezione della persona non si giustifica più. Mi guardo intorno e vedo persone tutte uguali.

Per lei è fondamentale cambiare sempre soggetto…
Perché dunque ripetere cose già fatte? Sono un artista sui generis, lo ammetto… ma mi chiedo anche perché nel caso di Fontana, fatto il primo taglio, sia stato necessario ripeterlo un’infinità di volte. Quale è la motivazione se non il mercato? Quale è il motivo se non la mancanza di idee che permettano di fare cose ulteriori? Il Novecento è indicativo di tutto questo. Quando da ragazzo percorrevo via Brera, mi accorgevo che le gallerie ospitavano artisti che presentavano sempre la ripetizione della stessa opera. Non mi piace, il compito dell’artista è altro. E questo fenomeno oggi si è ingigantito in modo esponenziale.
Trova più interessanti gli animali degli uomini?
Beh, trovo che gli animali siano innocenti. Sono attratto da loro per natura e per storia personale – sono cresciuto in mezzo alla campagna –, ma penso che gli animali siano quello che sono, la natura non fa contraffazioni. La verità è sempre legata alla bellezza – non ci può essere verità senza bellezza, anche solo dal punto di vista concettuale –, inoltre sono sempre stato affascinato dalle cose che pochi vedono, e sono misteriose. Quando dipingo una zolla non è che voglio solo dipingere una zolla, tutti la vediamo, voglio descrivere quello che sta dietro la zolla, che abitualmente non si vede. Importanti i miei dipinti ‘tridimensionali’ che mostrano la germinazione della pianta. Analogo il caso dell’opera che rappresenta un uovo e la gestazione del pulcino, dipinta passaggio per passaggio. A questo proposito ho realizzato una serie di foto che documentano i vari strati di pittura dove appaiono le diverse fasi: dal tuorlo al pulcino, attraverso la fecondazione dell’uovo stesso.

La mostra di Ascoli si focalizza sul tema dell’ “anatomia della natura”. Quale di preciso il taglio espositivo scelto?
È una mostra di sole venticinque opere, minore rispetto a quella tenutasi nel 2024 a Ferrara. Elisabetta Sgarbi e io abbiamo dovuto fare una selezione, scegliendo anche opere di non grandi dimensioni per ragioni di spazio. La natura, nel senso vero, è il tema espositivo, ovvero il tema della mia vita. Mi ricordo che anni fa Vittorio vide il mio Maiale e disse: “Questo maiale è un vero maiale, trasuda grasso”. Ecco questo è quello che io voglio fare. Se vediamo gli animali di altri artisti, non sudano, non puzzano, sono animali presi da fotografie, sono bellini. Ma quella non è pittura. Io cerco invece di entrare nell’animale, dove il pelo c’è e dove non c’è, dove c’è l’odore dell’animale. Gli animali puzzano, anche i cani puzzano. Fanno cose che noi uomini non faremmo, io, naturalmente, voglio cogliere anche quel loro lato.
Si avverte dell’immanenza in questi soggetti. Ma in qualche modo lei li rende anche eterni…
Sono l’uno e l’altro insieme. Vittorio Sgarbi è uno dei pochi che ha capito quello che voglio esprimere, che va al di là dell’immagine ben dipinta. Spesso sono frainteso perché dipingo bene, e il dipingere bene può portare a delle distrazioni. La gente dice: “Oh, guarda come dipinge bene, come è bravo”, e non guarda oltre.

Ne potrebbe derivare una sorta di compiacimento?
No, assolutamente. Volutamente dipingo al 20% delle mie possibilità dal punto di vista della qualità. Mi freno quando vedo una cosa che potrebbe diventare troppo piacevole, ammiccante. Mi fermo proprio perché so che certe qualità tecniche dell’arte possono portare al compiacimento. Ho bene in mente quello che posso e non posso fare, e soprattutto non devo fare.
La spiritualità che è in lei, e di cui Vittorio Sgarbi parla spesso, è espressione di fede religiosa? È questa che la guida?
È la mia cultura che mi guida, che mi permette di fare confronti con quello è stato già fatto. Si tratta di una spiritualità laica. Oggi nessuno crede più a niente, cosa vuoi fare, parlare alle pietre? Cerco però di dare un senso religioso anche alla cosa più semplice.

Pensa di parlare per allegorie?
No. Non voglio fare il virtuoso. Le allegorie le lascio agli altri, a chi non ha niente da dire. Ci sono artisti bravi in giro, anche intelligenti, che vogliono dare un significato a tutto. Le loro opere diventano eccessi di finti pensieri. Quando io dipingo un animale o un’erba sono ‘natura’, e la natura non ha mai un retropensiero. Glielo potrei immettere, ma preferisco rappresentare le cose come sono. In un pezzo su Panorama Sgarbi ha scritto che sono ‘un pezzo di realtà’ proprio per questo motivo. La verità sta nel guardare la realtà per come è e non per come si vorrebbe fosse.

Il suo rapporto con la rappresentazione si può definire ‘solipsistico’?
Definirei la mia pittura ‘segreta’, perché alla fin fine riguarda me. C’è un dialogo intimo tra noi. Sono un po’ scontroso, lo ammetto, c’è in me una sorta di gelosia del mio lavoro… Anche se, ci tengo a sottolinearlo, tutti gli interlocutori per me sono interessanti. In molti dicono che le mie nature morte e i miei animali hanno qualcosa in più rispetto a quelli di altri artisti, e credo sia vero.

Dunque ritiene che siano in molti a capire la sua pittura?
Certamente. L’arte è diventata negli ultimi decenni di nicchia e così non dovrebbe essere. Il compito dell’arte dovrebbe essere l’esatto contrario: parlare a tutti. L’uomo della strada secondo voi capisce Bacon, Cattelan o Hirst? Non li capirà mai, ma li osserva come ‘fenomeni’. Capire l’arte è difficile, richiede un bagaglio culturale, invece essa dovrebbe parlare ai più, testimoniare quello che alcuni in quel momento non capiscono, ma capiranno in futuro. Se usi un linguaggio all’opposto, stai facendo un lavoro per esperti o per i pochi che sono disposti a pagare un’opera 20 milioni di dollari, alimentando una bolla che prima o poi scoppierà.




bella intervista, concordo pienamente. Alberto