“Megalomanie”: il culto ironico e visionario dei CANEMORTO invade la Fondazione Nicola del Roscio

Nessuno sa chi siano davvero. Nessuno li ha mai visti in volto. Parlano un linguaggio incomprensibile e venerano una divinità canina di nome Txakurra. Indossano maschere, si presentano come una sola entità e ora hanno trasformato la Fondazione Nicola del Roscio, a Roma, in un laboratorio tra il sacro e il grottesco. Sono i CANEMORTO, collettivo artistico italiano attivo dal 2007, protagonisti della mostra Megalomanie, visitabile fino al 18 luglio a Roma. Anche se il termine “mostra” è quasi riduttivo: si tratta di un’esperienza immersiva, che mescola film, performance, stampe colossali e apparizioni enigmatiche in pieno stile cult.

Curata da Davide Pellicciari e Carlotta Spinelli, la mostra prende il nome da una delle ossessioni dichiarate del trio: realizzare le stampe calcografiche più grandi al mondo. E non si tratta di un’esagerazione retorica. Si tratta di incisioni su lastra di metallo – realizzate manualmente – poi impresse su fogli giganteschi che sfidano i limiti fisici dello spazio espositivo e della tecnica stessa. Oltre a queste, in mostra sono esposte cinque opere su carta superstiti, parzialmente danneggiate dall’esplosione, che riproducono i segni lasciati sulle stampe.

Ph Giorgio Benni

Per ottenere queste “megalografie”, CANEMORTO ha lavorato a stretto contatto con artigiani e tecnici, modificando torchi e strutture, piegando gli strumenti della tradizione a una visione surreale e ironica. Il processo, tanto meticoloso quanto assurdo, è raccontato in un cortometraggio proiettato in mostra, che documenta con ironia il tentativo di entrare nel Guinness World Record per la stampa calcografica più grande del mondo. Ma, come ogni cosa che li riguarda, anche questo è un atto al tempo stesso reale e performativo, serio e parodico, in perfetto equilibrio tra provocazione e riflessione.

Ph Giorgio Benni

La storia rocambolesca dietro la mostra viene raccontata in un filmato di circa mezz’ora, visionabile dai visitatori, che permette loro di comprendere la genesi delle opere, il loro modus operandi e la filosofia che muove le loro performance artistiche.

A rendere ancora più teatrale l’allestimento è stata l’improvvisa “sparizione” dei tre artisti subito dopo l’inaugurazione, con tanto di comunicato in lingua txakurra che annunciava il loro ritiro temporaneo per ritrovare se stessi e l’Œuvre Absolue, ossia il capolavoro in grado di piacere a tutta l’umanità. Una messa in scena? Una performance continua? Un modo per suggerire che l’arte autentica nasce anche dalla scomparsa?

Ph Giorgio Benni

La forza del dettaglio: le microstampe calcografiche

Accanto alle opere monumentali, la mostra presenta dieci microstampe, osservabili attraverso altrettanti microscopi, e realizzate all’interno di un vero e proprio laboratorio artigianale temporaneo allestito nella Project Room della Fondazione. Qui, durante le settimane precedenti l’inaugurazione, CANEMORTO ha lavorato assieme ad alcuni stampatori professionisti, utilizzando torchi tradizionali, rulli e metodi rigorosamente manuali.

Le lastre, incise a punta secca o acquaforte, sono state inchiostrate con gesti lenti e precisi, poi stampate su carte pregiate, generando piccoli capolavori in cui l’iconografia del trio – maschere, simboli totemici, animali sacri, slogan visionari – si concentra in pochi centimetri con la stessa energia parossistica delle opere di grande formato. Le microstampe non sono semplici repliche ridotte, ma veri e propri esercizi di condensazione espressiva, prodotti uno a uno, ognuno con lievi variazioni cromatiche o di inchiostrazione.

Il gesto artistico si fa anche gesto artigianale, in cui la lentezza del processo è parte integrante del significato. E in questi segni compulsivi, scritture automatiche e gesti graffianti si può leggere anche l’eco di Cy Twombly, artista a cui la Fondazione è profondamente legata. CANEMORTO raccoglie e distorce quella lezione, tra espressionismo e primitivismo, ma con un’ironia dissacrante che rende ogni traccia un frammento narrativo e un’icona deformata.

Ph Giorgio Benni

Chi sono i CANEMORTO

Il trio si muove da quasi vent’anni lungo il confine tra arte contemporanea, performance e mitologia inventata. Hanno esposto in istituzioni internazionali come la Triennale di Milano, il MACRO di Roma, il Centre d’Art Contemporain di Nizza, l’American Academy di Roma e gallerie underground a Berlino, Parigi, New York, Città del Messico. Ogni loro progetto è un capitolo di una macro-narrazione in cui convivono ironia, critica al sistema dell’arte e un’estetica che unisce graffiti, folklore e cultura pop in una miscela irriverente e potentemente narrativa.

Le loro opere – tutte rigorosamente firmate “a sei mani” – spaziano dalla pittura alla scultura, dai video alla moda, dall’editoria alla musica. Ma ciò che li distingue davvero è la coerenza del racconto: un universo grottesco in cui i tre protagonisti, dilaniati tra ambizione artistica e fedeltà al loro dio-cane Txakurra, si muovono come sacerdoti di un culto visionario. Un culto che si alimenta di ironia, parodia e dissacrazione del mercato dell’arte contemporanea e dei suoi meccanismi perversi.

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Alessandro Mancini
Alessandro Mancini
Laureato in Editoria e Scrittura all’Università La Sapienza di Roma, è giornalista freelance, autore e digital strategist. Tra il 2018 e il 2020 è stato direttore editoriale della rivista online che ha fondato nel 2016, Artwave.it, specializzata in arte e cultura contemporanea. Scrive e parla di arte contemporanea, lavoro, disuguaglianze e diritti.

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