Memorabile Ipermoda, al Maxxi il grande sogno della fashion culture si fa arte

Non avevo mai considerato che l’ultimo piano del Maxxi di Zaha Hadid, a Roma, ricorda la plancia di un transatlantico. Basta salire i camminamenti a lenta chiocciola, realizzati apposta per evitare impennate, per ammirare con calma la struttura e farsi pervadere dalla maestà dell’idea architettonica che sembra strutturata per essere essa stessa esibizione. E salendo verso la cima, il terzo piano, ancora si è in leggera pendenza e, forse per questa ragione, lo spazio ovoidale che si schiude al visitatore è anche un’oasi di conquista, come quando si arriva a piedi in cima ad una vetta oppure, altra visione – nella sala tutta a vetri in cui si atterra – il ponte di comando di una grande nave. È qui che è installata – dal 27 novembre 2024 al 23 marzo 2025 – la mostra intitolata “Memorabile Ipermoda”, curata dalla storica dell’arte Maria Luisa Frisa con la determinante collaborazione della Camera Nazionale della Moda Italiana e della Fondazione Bulgari.

Dico subito che la Frisa, con questa mostra, ha probabilmente deciso di svelarci un segreto oppure palesarci meglio qualcosa che già sapevamo ma che non ci era chiarissima: gli stilisti, quelli che lasciano il segno, altro non sono che artisti che hanno intrapreso una direzione inconsueta. Ma non immaginiamoli, per questa ragione, rassegnati o delusi per non essere diventati Picasso o Cattelan, o Canova, per carità, il segreto a cui accenno si svela a noi su questa tolda museale perché i capi esposti sono la dimostrazione palese che lo stilista, colui che pensa all’abito come a una “cosa” unica, un prototipo non riproducibile, raggiunge il suo apice nel momento in cui crea, con totale disinteresse del giudizio altrui – esattamente come un pittore o uno scultore – o comunque non pensando al gusto di coloro che dovrebbero essere, di quel capo, i fruitori finali.

La prova sta in questi manichini immaginifici in mostra, disposti a gruppi su alcune “isole” non perfettamente piane ma che appaiono ondeggianti (forse per riprendere le morbide linee del Maxxi) e che “indossano” capi che, osservandoli con tutti i sensi, echeggiano ancora degli “ohohoh” della sfilata che fu. Non dico che siano abiti non indossabili, ma la perfezione, il genio, la creatività artistica dietro queste creazioni nulla ha a che fare con qualsiasi ragione commerciale. Mi ha sempre affascinato l’inutilità – ai fini della vendita – di una sfilata di altissimo livello. In realtà quel momento è la funzione religiosa della Moda, in quanto è sulla passerella che si celebra l’eucaristia di un nome che si fa brand.

Dunque, i capi esposti al Maxxi, sono l’esibizione massima di quei momenti in cui davvero lo stilista si fa artista, completamente dimentico del significato reale del verbo vestire. Non solo perché è difficile individuare il momento giusto per infilare un corpo umano dentro quelle opere (certo, alcuni grandi eventi si prestano, lo sappiamo, ma quanti grandi eventi possono esistere per mostrarsi – e gloriarsi – dentro un abito che abito forse nemmeno è?).

La Moda con la M maiuscola è invenzione tutto sommato recente. Si è corroborata con l’accelerazione sociale e i cambiamenti repentini del mondo, spesso con le guerre, ed è diventata business malgré soi e un’espressione così intensa della differenza che c’è tra l’uomo e l’animale (solo gli umani si vestono) poteva non avere i suoi cantori?  Gli stessi, poi, si sono appoggiati a rari testimonial che ne hanno definito i contorni – non parlo delle modelle, che diventano un tutt’uno col capo sino a sparirne dentro, questo l’obiettivo del catwalking – ma quelle donne di cinema e musica, note per apparire nel grande schermo, che fanno da lente di ingrandimento di prodotti realizzati da artigiani che lavorano con le mani, con la testa ma anche con l’anima.

Il corpo umano può essere il manichino di riferimento ma poi si aggregano gli accessori – che spesso trascinano a loro volta il nome e il brand per la fantasia irrefrenabile delle collezioniste – e per questo in mostra si vedono pochi ma selezionatissimi accessori che, probabilmente, hanno un valore che io non riesco neanche a immaginare. Nel percorso tondeggiante dello spazio si incontrano anche materiali di archivio e video, che completano l’idea “Memorabile”, ma la cosa forse più interessante è la commistione che la curatrice ha voluto seminare tra haute couture e moda che chiama “indipendente” anche se questo termine non sempre chiarisce le distanze tra la prima e la seconda.

Ma ciò che importa è che, leggendo con attenzione le dettagliatissime didascalie ai piedi di ogni “isola”, con nome dello stilista e data di riferimento, riconosceremo senza fatica i nomi più noti ma scopriremo anche brand eccelsi che son incuneati nella nicchia conosciuta solo da chi sa.

“Memorabile” mi sembra il nome giusto per questa passeggiata nelle lussuose menti di chi crea e Ipermoda è complemento perfetto per aggiornare il tema di una delle poche attività del nostro tempo che si rigenera ad ogni stagione. Poi alcuni oggetti spezzano – e allo stesso tempo uniscono – il percorso. Uno per tutti: l’enorme carapace in bronzo e ottone, decorato con monete d’argento e gemme, decorato da Bulgari su un’idea dell’artista Francesco Vezzoli. È una tartaruga gigante che magnetizza i visitatori difronte la vetrina; splende il suo essere oggetto monumentale e off-limits, nel senso di fuori dai limiti. L’allestimento di questa mostra è quindi parte integrante della sorpresa.

Curato da Supervoid, studio di architettura romano, celebra la funzione per un sontuoso matrimonio tra moda e design. Andando via ho pensato – evidentemente colpito – a cosa succede di notte, a museo chiuso, quando i manichini iniziano a chiacchierare tra loro di storie delle quali sono a conoscenza in esclusiva, ricordi di quei background e backstage inaccessibili ai più. Poi, la mattina, come in tutti i musei del mondo, chi vi dimora – che siano opere d’arte, abiti, animali impagliati, antiche statue egizie – si impone nuovamente il silenzio per offrirsi alla silenziosa magia dell’osservazione. Buona navigazione.

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Marco Mottolese
Marco Mottolese
Marco Mottolese ha sempre lavorato nel mondo dell’editoria. Attualmente si occupa di media relations e scrive su testate diverse. Il suo più recente libro si intitola “Mi hanno inoculato il vaccino sbagliato” (Castelvecchi) un viaggio nei tempi della pandemia. Ha fondato negli anni Novanta la casa editrice Parole di Cotone, fenomeno editoriale in Italia e all’estero. Ha vissuto a Roma (dove risiede attualmente) Londra, Perugia e Milano e in queste città si è diviso freneticamente tra creatività e management, libri, librerie e giornali, occupandosi anche di giovani artisti emergenti

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