Merio è uno street artist romano che è riuscito negli anni a diffondere il suo nome in maniera costante per tutto il mondo: ho visitato più di cento città diverse negli ultimi dieci anni ed almeno nel 90% di queste ho sempre trovato almeno un suo adesivo. La volta che sono rimasto più colpito è quando, camminando per il centro di Montevideo, mi sono ritrovato il suo simbolo attaccato sul retro di un cartello stradale. Da lì è nata quella che oramai è quasi un’ossessione per me: cercare la sua firma negli angoli delle città che visito.
Non mi piace l’idea di ridurre l’arte di Merio al simbolo che lo caratterizza, questo enorme pesce, perché non si è limitato negli anni a lavorare per le strade delle città: è riuscito a comprendere il potere dei social e del digital, creando contenuti trasversali che riuscissero a tenere traccia delle sue imprese e delle sue idee. Questa peculiarità lo pone su un livello leggermente più alto nel mondo urbano poiché riesce perfettamente a sfruttare le caratteristiche più underground della street art, ma anche le più pop portandolo a lavorare su media differenti e continuare a sperimentare materiali diversi.
Qualche settimana fa è stato a Milano per una collaborazione con un noto brand in Corso di Porta Ticinese, via caratterizzata da diversi anni dalla presenza di concept store legati al mondo undeground, e ne ho approfittato per fargli alcune domande.

Nelle città i media che hai scelto di utilizzare per condividere la tua arte sono sticker e poster. Io sono fortemente interessato ai poster e quello che mi domando spesso è cosa ti ha spinto a sceglierlo rispetto magari agli stencil? Hai preso ispirazione da qualcosa oppure è frutto di test ed esperimenti?
Ad essere sincero, prima di iniziare non conoscevo davvero tutto ciò che c’era dietro il movimento della sticker art e della poster art, quindi non posso dire di essere stato ispirato da qualcuno in particolare in questa scelta. Penso piuttosto che sia qualcosa che mi porto dentro fin da quando ero piccolo. Ricordo che da bambino collezionavo figurine e mi divertiva attaccarle ovunque, soprattutto sulle sedie di scuola, e poi rivederle negli anni, ancora lì. Sono convinto che tutto sia partito da quel momento. Il poster è arrivato in seguito, quasi come un’evoluzione naturale, una sorta di adesivo gigante, ma con alle spalle una storia e una cultura che forse non tutti conoscono. Il manifesto, da sempre, è stato uno strumento potente di propaganda e comunicazione, capace di dare forza a un messaggio, ed è proprio questo che mi affascina. Mi piace comunque sperimentare: in strada ho usato spesso anche lo stencil, che trovo molto interessante. Credo però che siano due linguaggi diversi, entrambi forti, ma con modalità espressive differenti. Alla fine, il poster è quello in cui mi riconosco di più.
Trovo geniale il concetto di “Fishes Invasion”: la dichiari, arrivi e durante il tuo viaggio attacchi sticker di giorno e poster di notte. Il tuo simbolo invade costantemente città diverse: quanto questa cosa sta influenzando la tua vita e la scelta dei tuoi viaggi? (Te lo chiede uno che ha passato gli ultimi 3 anni ad utilizzare le ferie estive per documentare street art e writing in giro per l’Italia piuttosto che andare a rilassarsi al mare o in montagna)
Il “piano di invasione” è cambiato nel corso degli anni. All’inizio è nato in modo del tutto spontaneo, ma l’obiettivo è sempre stato quello di arrivare nel maggior numero di posti possibile, soprattutto quelli meno conosciuti, che a dirla tutta sono quelli che mi affascinano di più. Quando qualcuno mi manda la foto di un mio pesce trovato in un luogo sperduto, provo una soddisfazione ancora maggiore rispetto a vederlo in una città più famosa. Questo progetto ha sicuramente cambiato la mia vita. Ha rafforzato il mio desiderio, che avevo già da tempo, di scoprire il mondo, ma soprattutto mi ha dato l’opportunità di vivere esperienze e vedere cose incredibili. Organizzare un viaggio legato al progetto, però, è tutt’altro che rilassante. Inizia mesi prima, con lo studio della città, la preparazione dei poster, che realizzo a mano su carta, e la gestione della comunicazione social, che per me è una parte fondamentale. Poi c’è tutto quello che succede una volta arrivato sul posto: un processo complesso, difficile da raccontare in poche parole. Probabilmente servirebbe un’intervista a parte, magari anche video, per spiegarlo davvero. Tornando alla domanda, ho ancora una lunga lista di luoghi che vorrei visitare e in cui lasciare il mio segno. Il mondo è troppo grande per poterlo vedere tutto, ma passo dopo passo cercherò di arrivare in più posti possibile.

Eri qui a Milano, città che per me è quasi l’opposto della tua Roma su tanti lati, per una collab con Dolly Noire: come vedi/percepisci/interpreti queste contaminazioni con il mondo street wear?
Condivido il tuo pensiero su quanto siano diverse Roma e Milano, sotto tantissimi aspetti. Per quanto riguarda la collaborazione con Dolly Noir, così come le altre che ho fatto in passato, le vivo comunque come una forma di invasione. Anche in questo caso sto lasciando un segno su qualcosa, mi sto appropriando di uno spazio: “invado” una maglia, una felpa, o qualsiasi altro supporto. È lo stesso approccio che ho quando creo collezioni o oggetti in autonomia. Mi affascina vedere come un soggetto possa trasformarsi in qualcosa di diverso e, allo stesso tempo, entrare nella vita delle persone.
Mi piace l’idea che il mio lavoro possa arrivare nelle case, nelle tasche, nelle chiavi di qualcuno, ma soprattutto che chi mi supporta diventi parte attiva dell’invasione. Indossare una mia maglia significa, in un certo senso, fare propaganda in movimento, portando quel messaggio ovunque si vada. È un concetto che mi affascina molto, anche se è un percorso che tengo sempre separato dalla strada, anche se ritrovo delle similitudini. Alla fine un collegamento c’è sempre. Con i poster mi adatto alla città, alle sue tradizioni e al suo contesto; quando lavoro con un brand, invece, entro nella sua storia e ne seguo le linee guida.

Ultima domanda per te, magari più banalotta, ma è anche una curiosità personale: c’è qualche città che vorresti invadere e che ancora non sei riuscito a toccare?
La lista è davvero lunga. L’obiettivo principale, però, è l’Australia, così da completare anche l’ultimo continente. Spero di riuscirci a breve, anche se sto aspettando il momento giusto, perché sarà un viaggio che richiederà molta preparazione. Questa estate tornerò in Asia e, successivamente, mi piacerebbe rientrare in Sud America, magari in Bolivia. Tra le mete che ho in lista ci sono anche Porto Rico, che mi affascina molto, e la Giamaica, dove purtroppo non sono riuscito ad andare qualche mese fa a causa dell’uragano che ha colpito l’isola. Come dicevo prima, il mondo è troppo grande per poterlo vedere tutto… ci vediamo nella prossima città!


