Met Gala 2025: il Dandysmo Nero rivendica la possibilità di scelta oltre il giudizio

“Su misura per te”. Un messaggio potente, quello del dress code del Met Gala 2025. “Tailored for you” non solo pone l’accento sulla squisita sartorialità dell’abito confezionato, ma anche sulla personalità e sulla forza espressiva di ogni individuo. Che in particolare, quest’anno, celebra il Black Dandysm, con il tema “Superfine: Tailoring Black Style” e il suo modo di vestire che combina eleganza, identità e ribellione culturale.

Tra il VIII e il XIX secolo, infatti, questa corrente muove i suoi passi in risposta al Dandysmo Europeo. Ma se quest’ultimo nasceva come l’atteggiamento provocatorio di chi aveva tutto, il Dandysmo Nero era necessario per affermarsi in una società che costantemente minava lo spazio vitale e oggettificava il colore della pelle. In questo contesto, la moda e l’eleganza fungevano da rivendicazione e strumento politico.

Iconiche le interpretazioni dello stilista e designer Thom Browne, che ha vestito celebrità come Whoopi Goldberg e Janelle Monàe. Se la prima indossava un meraviglioso cilindro con veletta splendidamente in tema con la serata, Janelle Monàe ha indossato una creazione nata dalla collaborazione tra Browne e il costumista premio oscar Paul Tazewell: si trattava di un costume concettuale, dal copriabito rigido al completo surrealista.

Un’opera completata da un monocolo-orologio per la Time Traveler Dandy che avevano immaginato: “Ci vuole molto per costruire qualcosa, mettere insieme un’idea, cucirla. Ogni volta che mi muovo porto con me tante persone, sulle quali io mi reggo. Spero che questo possa educare le persone a ripensarci, rispetto a dove veniamo, e dove stiamo andando.”. Browne, il cui stile è noto per la sua spettacolarizzazione e teatralità, promuove il concettualismo, con proporzioni sovvertite e superamento della moda di genere. Ha curato, tra le altre cose, i look del Press Tour di Wicked, vestendo Arianda Grande e Cynthia Erivo, quest’ultima presente al Met Gala con un abito di Givenchy.

Estremamente teatrale anche la scelta di Colmar Domingo in Valentino, che con la sua mantella blu riccamente decorata rende omaggio ad André Leon Talley, direttore di Vogue America dal 1988 al 1995 e pioniere nero nel mondo della moda americana. Jenna Ortega, con un outfit creato da Olivier Rousteing per Balmain, ha sottolineato l’importanza dell’abito sartoriale su misura. La silhouette del vestito, realizzata da medi e piccoli metri in metallo, ha restituito nell’immagine d’insieme, un look avvenieristico ed al contempo idealmente tradizionalista.

E se Zendaya nel suo completo Louis Vuitton citava Bianca Jagger, Pamela Anderson in Tom Burche, ha sfidato tutti con la sua armatura di pailettes, come risposta battagliera a chi ha tanto criticato la sua recente decisione di mostrarsi con un look beauty più naturale sentendosi libera di combattere gli standard estetici imposti dalla società. 

D’altronde è oltremodo riduttivo immaginare che la scelta dell’evento sia stata limitata al solo Black Dandysm. È chiaro che oltre alla ricerca di un’indicazione stilistica e curatoriale che ha fornito l’impronta al Met Gala del 5 Maggio scorso, si parla di una percepita volontà di guida nel ricalibrare l’importanza del monito verso una realtà giudicante. Ci si potrebbe giustamente chiedere se è necessario ribadire concetti come la libertà di espressione, sottolineando l’importanza delle scelte individuali – o semplicemente di come esistere, vivere e sopravvivere nel mondo.

A quanto pare la risposta è sì, poiché sebbene appaia chiaramente impossibile che la risonanza di un evento del genere non trascini con sé polemiche e opinioni, ciò che va effettivamente considerato sono la qualità delle obiezioni mosse. E se si parla di “spettacolo noioso” poiché meno chiassoso dei precedenti anni, sembra valga la pena sottolineare come i contenuti abbiano bisogno di ampliare il loro raggio di azione al confine con l’effimero e l’apparenza.

La mancanza di alcune celebrità vicine al Met Gala – come Blake Lively e Ryan Reynolds, Sarah Jessica Parker, Timothée Chalamet, Justin Bieber o  Selena Gomez – non ridimensiona l’importanza del tema trattato, rinforzandone forse l’importanza senza eccessive distrazioni. Con la presenza di Kamala Harris, poi, anche la Destra Conservatrice non ha mancato di esprimere le proprie rimostranze, accusando l’organizzazione di inclusività fittizia, promuovendo cause progressiste unicamente per una ristretta cerchia di élite, nell’ipocrisia di una realtà che è estranea alla maggior parte delle persone – e per questo, privilegiata.

Ma, élite o non élite, a volte basta l’eco di un grande palcoscenico come questo a risuonare dove ce n’è bisogno. “Superfine: Tailoring Black Style” non è stato unicamente Dandysmo Nero. Ha ricordato la possibilità di scegliere, in un mondo che oggi è dominato dai fantasmi dell’oscurantismo, in una società che è sempre più divisa tra la libertà e il suo esatto opposto. Mostrandoci che, se come il rapper André 3000 vuoi scendere di casa indossando un pianoforte, puoi farlo.

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Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta nasce a Napoli nel 1991. Studia Antropologia e Storia dell'arte, conseguendo la Laurea Magistrale presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Vince poi il concorso Generazione Cultura e frequenta la LUISS Business School. Dopo le esperienze di redattrice per Vesuviolive e Fanpage, cura nel 2018 la mostra "Forcella Reigns", di Francesca Bifulco e Alex Schetter, a Los Angeles. Ha collaborato al reparto cretivo e come art consultant delle gallerie d'arte Liquid art system. Nel 2023 pubblica il suo libro "Una limonata blu", edito da Guida Editori con la prefazione del Prof. Marino Niola.

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