Una figura marmorea, placida, candida: cammina sinuosa e sconvolge il frastuono del Met Gala. Un’irriconoscibile Heidi Klum arriva all’incontro più esclusivo e atteso dell’alta moda, tra mondanità, ospiti illustri e una mediatica competizione oramai sdoganata. La sua silhouette scultorea è opera del make up artist Mike Marino: tra lattice e spandex, il drappeggio bagnato cita – tra i vari – quel velo di Pudicizia di Antonio Corradini.
Il termine opera è quanto di più ineccepibile in tale contesto: “Fashion is art” è il tema di quest’edizione 2026, che ha sfilato sugli iconici scalini del Metropolitan Museum of Art lo scorso 3 maggio. Chiamate all’interpretazione, le risposte sono state mirate, miste, mitiche. Ispirato a quel celeberrimo capolavoro ellenico che è la Nike di Samotracia, Kendall Jenner indossa un abito firmato Zac Posen; Sabrina Carpenter e Anne Hathaway mostrano il significato più complesso dell’arte, citando rispettivamente il cinema – con un abito Dior composto da pellicole del film Sabrina – e la poesia – con decorazioni cantate nei versi di John Keats. E dall’essenza metafisica di Katy Perry, a Rachel Zegler e al riferimento a Jane Grey di Paul Delaroche – gli abiti ricorrono all’esclusione dello sguardo: scelta consapevole o involontaria conseguenza della cecità dello scenario di circostanza?

D’altronde, che fashion sia art, è un assioma ormai conclamato. Negli anni precedenti si era parlato di tailoring, religione, storia, tecnologia: un ampio spettro di possibilità che la moda già attraversava con un accattivante approccio creativo e performativo. Quello di oggi appare quindi più come un grande contenuto d’origine, un ritorno alla discussione primordiale, un sovrainsieme da rivalutare se la nozione di arte non prevede limitazioni espressive.
Unicamente in riferimento alle arti figurative, però, è la mostra Costume Art, il punto di partenza che definisce le linee guida della comunicazione del Met Gala. Curata da Andrew Bolton (Head Curator dal 2015), l’exhibition ha il volto mediatico di Anne Wintour, non solo direttrice di Vogue USA ma soprattutto Global Chief Content Officer di tutto il gruppo Condé Nast dal 2019. E proprio nelle omonime gallerie si tiene il percorso espositivo che, cita il comunicato stampa, “esaminerà la centralità del corpo vestito, mettendo in relazione capi d’abbigliamento e opere d’arte provenienti dalla vasta collezione del Metropolitan Museum of Art. Questi accostamenti non solo evidenziano il legame inscindibile tra abito e corpo, ma anche la complessa interazione tra le rappresentazioni artistiche del corpo e la moda intesa come forma d’arte incarnata.”

Madonna – in Saint Laurent – ha trasformato il suo corpo in un rituale surrealista ispirandosi a Leonora Carrington; Misty Copeland semplicemente avvolge la sua figura in un Michael Kors in palette monocromatica, per mostrarne l’incredibile disciplina e memoria fisica; Amy Sherald diviene l’opera, citando uno dei suoi dipinti; Gwendoline Christie, ha teatralmente estrinsecato i concetti di identità vs immagine, con una maschera raffigurante il suo stesso volto.
Se è vero che Fashion is art, di sicuro Art is (also) fashion. E Costume Art, ci dice che è il corpo la più bella delle creazioni. La mostra – in apertura il prossimo 10 Maggio – sarà visitabile fino al 10 Gennaio 2027.
Un abito double face: l’altro lato del Met Gala
“The exhibition and Benefit are made possible by Jeff Bezos and Lauren Sánchez Bezos.”
L’outfit concettuale di Sarah Paulson – pur partecipando al Met Gala – prevedeva occhi coperti da una banconota di 1 dollaro: il riferimento era all’1% dei più ricchi al mondo, contro cui una buona parte dello star system e della politica di New York si è schierata. Il sindaco Mamdani ha scritto sui suoi social: “Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla più grande serata della moda, noi ci rivolgiamo a chi lavora nel tessile, nel commercio al dettaglio e ai magazzinieri che mantengono l’industria in funzione.”.
E in che modo, andrebbe aggiunto. Una delle proteste ha visto comparire intorno e dentro il Met, piccole bottiglie di liquido giallo, a supporto delle numerose denunce dei dipendenti Amazon di non avere diritto a pause bagno e break. “No red carpets for Trump’s billionaires”, si legge sulle facciate degli alti grattacieli di Manhattan: tutta la città si è mobilitata con iniziative, slogan e accuse, per portare alla luce disuguaglianze e condizioni di lavoro precarie mentre l’Upper East Side brillava sotto la luce dell’edizione sponsorizzata dai Bezos.Tra i grandi assenti Zendaya, Bella Hadid, Lady Gaga. Non ultima Meryl Streep, a cui era persino stato proposto di co-presiedere l’evento. Un boicottaggio consapevole e coerente di un Met Gala da cui, onestamente, ci aspettavamo di più.



