Ieri sera, tra le luci ancora incerte della preview, MIA Photo Fair ha aperto le sue porte restituendo a Milano uno dei suoi appuntamenti più attesi. Sono rimasta in fiera per circa tre ore, percorrendola più volte, avanti e indietro, come si fa quando uno spazio non è soltanto da visitare, ma da abitare per un tempo sufficiente a comprenderne il ritmo.
A differenza di altre fiere, spesso appesantite da una ripetizione di linguaggi e strategie espositive, questa edizione mi è apparsa fin da subito frizzante e sorprendentemente fresca. L’impressione non era solo legata alla quantità delle proposte, ma alla loro capacità di generare continui scarti, deviazioni, momenti di inattesa curiosità. Non si trattava semplicemente di guardare fotografie: era un attraversamento di posizioni, di sguardi, di narrazioni che si trasformavano da uno stand all’altro.
La quindicesima edizione della fiera, ospitata negli spazi di Superstudio Più – aperta dal 19 al 22 marzo con “un rinnovato impegno verso il mondo della fotografia contemporanea”, ha spiegato la direttrice Francesca Melgara – si articola attorno al tema Metamorfosi, una parola che non resta confinata al piano teorico ma si riflette concretamente nel percorso espositivo, tra fotografia analogica, sperimentazioni digitali, installazioni e contaminazioni con altri linguaggi visivi. Questo tema, che richiama l’opera di Ovidio ma anche le trasformazioni tecnologiche e culturali del presente, diventa una chiave di lettura che accompagna il visitatore lungo tutte le sezioni della fiera, dalla Main Section alle aree curate come Beyond Photography, Dialogue e Reportage Beyond Reportage.

Camminando tra gli stand, la sensazione era quella di una fotografia che non vuole più essere solo immagine, ma campo di tensione tra realtà e costruzione, documento e invenzione. In molte opere il medium si mostrava nella sua fragilità: pellicole graffiate, stampe manipolate, immagini in dialogo con materiali estranei. Altrove, invece, la fotografia si faceva racconto intimo, quasi diaristico, spingendo lo spettatore a rallentare lo sguardo, in linea con quella nuova idea di reportage che non cerca l’evento ma la profondità dell’esperienza.
Mi sono divertita a perdermi nelle diverse sezioni, a seguire il sistema cromatico che guidava il percorso espositivo come una mappa silenziosa. Ogni colore indicava un diverso approccio al linguaggio fotografico, e questo semplice dispositivo curatoriale rendeva la visita fluida, quasi narrativa, come se la fiera fosse un libro da sfogliare piuttosto che un insieme di stand da attraversare.
Accanto alla dimensione più strettamente artistica, la fiera conferma anche la sua natura di piattaforma relazionale: galleristi, artisti, collezionisti e visitatori si muovevano nello stesso spazio con una naturalezza rara, trasformando l’evento in un luogo di incontro più che in un semplice mercato. La presenza di centoundici espositori, tra gallerie, istituzioni e progetti speciali, contribuisce a questa percezione di densità e vitalità, evitando però quella saturazione visiva che spesso caratterizza le grandi fiere internazionali.

Alcuni stand mi hanno trattenuta più a lungo, non tanto per la spettacolarità delle opere, quanto per la coerenza del progetto curatoriale. È in questi casi che la fiera smette di essere una sequenza di proposte e diventa racconto, costruzione di senso, possibilità di comprendere davvero il lavoro di un artista o di una galleria.
In questo contesto, anche le assegnazioni dei premi risultano coerenti con la qualità generale delle proposte. Il Premio BNL BNP Paribas è stato assegnato a Sciame di dirigibili dell’artista Hector Zamora, presentato dalla Galerie Albarrán Bourdais. L’opera, di forte impatto visivo, si distingue per la capacità di trasformare un’immagine apparentemente leggera in una riflessione più ampia sulle dinamiche dello spazio, della percezione e del controllo, si tratta di un lavoro spettacolare ma al tempo stesso rigoroso, capace di coniugare forza estetica e profondità concettuale.
Tra i riconoscimenti assegnati, particolare attenzione merita anche il Superstudio Photo Award, che ha messo in luce una selezione di giovani autori impegnati a esplorare il tema della metamorfosi attraverso il corpo, l’identità e la trasformazione sociale. I progetti di artisti come Luigi Colonna e Alexa Gerdingh si distinguono per un uso consapevole del linguaggio fotografico e per una ricerca che supera la semplice dimensione estetica, affrontando con maturità questioni legate alla rappresentazione del sé e alla costruzione dell’immagine contemporanea.

Uscendo, con la sensazione di aver visto molto ma di non aver esaurito tutto, ho pensato che la forza di questa edizione stia proprio nella sua capacità di rimanere aperta, di non chiudersi in un’unica direzione estetica. MIA Photo Fair continua a essere un luogo in cui la fotografia non si limita a mostrarsi, ma si mette in discussione, si ibrida, cambia forma. In questo movimento continuo, forse, risiede il suo carattere più autentico: non una vetrina statica, ma un organismo in trasformazione, capace ogni anno di ridefinire il proprio sguardo e quello del suo pubblico.
In un momento storico in cui l’immagine è ovunque e rischia di perdere peso specifico, la fiera milanese ribadisce che la fotografia può ancora essere uno spazio critico e un luogo di interrogazione.



