MiArt 2026, New Directions. Aria nuova, nuovi artisti, nuove idee, nuove opere

Se non è più spaziosa del solito, di certo appare, già da un primo sguardo “a caldo”, più articolata, divisa com’è su tre livelli, più innovativa, più sperimentale, insomma, non si può negare, sempre più cool: MiArt 2026, apertasi ieri a Milano in nuovi spazi – quelli della South Wing di Allianz MiCo –, che hanno anche il pregio di dare direttamente su una delle viste più spettacolari della nuova Milano, i grattacieli di City Life, dà una bella impressione di freschezza, di sperimentazione, di coraggio vorremmo dire, in tempi così grami, dal punto di vista della geopolitica, della fiducia generale e quindi di riflesso giocoforza anche sul mercato, che anche le gallerie storiche fanno fatica a non lasciar trasparire un po’ di stanchezza. Eppure, a MiArt si respira una certa aria di ottimismo, mancando la ripetitività che si portano dietro negli ultimi anni molte fiere storiche, dove si rischia spesso di vedere e rivedere sempre i soliti nomi e persino i soliti lavori, per rassicurare un mercato che, come sempre avviene nei momenti di crisi, stenta a scommettere sulle novità. Vediamo allora, senza alcuna pretesa di esaustività in un panorama così ricco e articolato, che cosa si fa notare in questa edizione.

Visionari poetici stralunati

Gabriele Picco

Partiamo da una delle installazioni più appariscenti della fiera: Eternity, nello stand di Ex-Elettrofonica, nella sezione Established, ci presenta un Gabriele Picco in odor di De Dominicis. Lo spazio si presenta come una stanza compatta, interamente foderata di savoiardi, sorta di ambiente sospeso tra reminiscenze infantili e un lieve, persistente senso di inquietudine, dove la parete di savoiardi, col suo profumo intenso e quasi inebriante, diventa insieme un rifugio onirico e una strana prigione mentale, alludendo in modo implicito anche all’incomunicabilità e ai muri – reali e simbolici – che attraversano il presente.

Al centro dello stand, come il famoso elefante nella stanza, campeggia una Chevrolet carro funebre nera del 1938, approdata in fiera dopo aver viaggiato nei giorni scorsi tra le vie di Milano, con all’interno una delle soffici e surreali nuvole dell’artista. La presenza è forte, spiazzante, ancor più nello spazio ristretto dello stand, e offre un richiamo quasi istintivo, mutatis mutandis, alla celebre Mozzarella in carrozza di De Dominicis. Attorno, i famosi disegni corrosivi dell’artista sulla insensatezza del quotidiano e alcune piccole, inquietanti sculture, tra cui un Flying Christ, un Cristo che moltiplica le braccia aprendole come ali, in un tentativo di sollevarsi dalla croce, che in qualche modo rimanda, ancora una volta, ai famosi Tentativi di volo di De Dominicis. Bello, inquietante, poetico.

Alfredo Pirri

Ancora visionario, ancora progettato da un artista italiano, Alfredo Pirri, lo stand di Secci, nella sezione Established, con un pavimento di specchi calpestabili che, sotto il peso dei passi, si incrinano e si frantumano, generando una superficie mobile e instabile, fatta di riflessi spezzati e continui slittamenti visivi. L’installazione, parte del ciclo Passi, non si limita a occupare il suolo ma lo ridefinisce come una soglia fragile, continuamente riscritta dal passaggio del pubblico: ogni passo lascia una traccia, una frattura, una crepa, una testimonianza visiva. Il visitatore diventa così parte attiva dell’opera, ma insieme ne è anche trattenuto, quasi intimorito, perché ogni movimento comporta un rischio, una responsabilità, ogni passofrettoloso può riscrivere definitivamente la superficie. Grandi semisfere colorate, semitrasparenti, fanno da contrappunto visivo al ricamo delle fratture e dei passi. Alle pareti, una selezione di lavori della serie Acustica estende la ricerca di Pirri su luce e percezione, mantenendo aperto quel dialogo tra immagine e ambiente che qui si fa esperienza diretta, fisica, condivisa. Bello, poetico, giocoso.

Shinji Nagabe

Ancora un artista ipervisionario, in uno dei più suggestivi stand della fiera, quello della 193 Gallery, che trasforma, come un redivivo Marcovaldo, il quotidiano in spettacolo, in una sorta di luna park domestico: Shourouk Rhaiem lavora con oggetti di consumo vintage – scatole di detersivo, flaconi, lattine, scatole di sigarette, una caffettiera moka – rivestiti di cristalli Swarovski e disposti come piccoli altari, sottraendoli alla funzione e spingendoli verso una dimensione onirica, tra desiderio e culto dell’immagine.

Sempre nello stesso stand, non si può non citare anche il lavoro di Shinji Nagabe, che costruisce diorami tessili complessi, dove fotografie stampate su stoffa si intrecciano a materiali industriali, perline, fiori artificiali, elementi decorativi: composizioni dense e stratificate, tra racconto personale e corto circuito culturale, in cui identità, memoria e immaginario globale si sovrappongono in modo volutamente instabile. Sulla parete, un’altra serie di lavori si presenta come una costellazione di assemblaggi autonomi – armi, animali, oggetti quotidiani, forme morbide e decorative – che si combinano senza gerarchie, tra tensione e ornamento, costruendo un insieme visivo frammentato ma coerente. Onirico, esuberante, gioiosamente spettacolare.

Rebecca Ackroyd

Ancora artisti visionari e onirici. Nello stand di Ginny on Frederick, un’installazione di Rebecca Ackroyd, intitolata The Privy Window, si presenta come una scena sospesa, a metà tra interno domestico e visione perturbante: su una moquette floreale, quasi da salotto fuori tempo, si dispongono piccoli gruppi di figurine in cera – angeli, cherubini, figure femminili – inserite dentro tazze e contenitori in porcellana, come oggetti decorativi leggermente fuori scala. Accanto, una carrozzina metallica, elegante e fredda, introduce un elemento estraneo, quasi narrativo, senza però chiarire la scena. Tutto appare familiare (i motivi ornamentali, gli oggetti, l’impianto quasi domestico ma leggermente spostato, come nei sogni in cui gli spazi restano riconoscibili pur funzionando secondo logiche diverse. La cera, materiale centrale nel lavoro recente dell’artista, accentua questa ambiguità: insieme fragile e organica, legata tanto al corpo quanto a una dimensione rituale. Le figurine oscillano tra il kitsch e il simbolico, tra innocenza e qualcosa di più inquieto, costruendo un ambiente fatto di frammenti, memorie e immagini che non si chiudono mai in un significato univoco.

Apocalittici e ancestrali

Chiara Camoni

Molti, com’è d’uopo in questi anni di guerre e di incertezze, sono gli artisti che propongono opere che guardano al nostro passato più antico, più arcaico, più ancestrale. Cominciamo subito. Chiara Camoni. Non poteva mancare lei, Chiara Camoni, la nostra artiststar nazionale (presto il Biennale col Padiglione Italia dedicato a lei), per una volta non omologata alle ibridazioni della moda, alle provocazioni, ai divertissement concettuali, ma all’indagine sui nostri archetipi culturali. Bellissimo, e suggestivo, il concept dello stand di Andrew Kreps Gallery, che vedeva i suoi lavori messi in relazione con quelli, sempre in terracotta, di Leoncillo, che per la tecnica usata e per certe assonanze, culturali prima ancora che estetiche, sembravano averfe un fil rouge che le legava uno all’altro: da una parte Camoni, con le sue figure distese, quasi emergenti dalla materia, attraversate da inserti, oggetti, frammenti che si accumulano lungo il corpo come tracce di un passaggio, di una memoria condivisa; forme che evocano un immaginario arcaico, domestico, rituale, senza mai irrigidirsi in simbolo. Dall’altra Leoncillo, con le sue masse più compatte e fratturate, dove la terracotta si apre, si spezza, si increspa, portando in superficie una tensione interna, quasi geologica, che sembra lavorare la materia dall’interno. Il dialogo si costruiva proprio lì, nella materia: non come confronto tra linguaggi lontani, ma come continuità, dove la terra, lavorata, spezzata, ricomposta, diventava il luogo in cui forme, tempi e sensibilità diverse si incontrano.

Ugualmente, il lavoro di Maria Lai sembrava costituire un punto di continuità forte all’interno della fiera, presente nello stand di M77 Gallery, che da anni segue il suo lavoro e che qui ne rispecchiava chiaramente la mostra in corso in galleria. I suoi libri cuciti mantengono quella qualità sospesa tra racconto e materia, dove il filo diventa insieme segno, scrittura e costruzione, e la narrazione si sviluppa per addensamenti, intrecci, nodi. Ma la presenza di Lai riemergeva anche altrove, nello stand di MLB Maria Livia Brunelli Gallery, dove veniva messa in relazione con il lavoro di Bertozzi & Casoni: qui i suoi libri e le sue opere dialogano con oggetti del quotidiano tradotti in ceramica, in un gioco di rimandi che ne sposta il senso, portando ciò che è familiare, usato, apparentemente banale verso una dimensione sospesa, leggermente fuori asse, dove il reale si carica di una qualità inattesa.

Maria Lai

Ancora lavori che guardano al nostro immaginario più ancertrale: quelli presenti nello stand qdi Ferda Art Platform, nella sezione Emergenti, dedicato a Güneş Terkol. Formatasi tra la Mimar Sinan University e la Yıldız Technical University, Terkol lavora con tessuto, cucito, disegno e suono, costruendo un linguaggio che tiene insieme dimensione individuale e pratica collettiva. Da anni porta avanti workshop e progetti condivisi in diversi contesti geografici, partendo dalle esperienze quotidiane dei partecipanti, spesso donne, trasformate in immagini e narrazioni comuni. In fiera questo approccio si traduce in una serie di lavori su stoffa, dove figure semplici, quasi archetipiche, si dispongono in uno spazio instabile, fatto di relazioni, distanze, contatti. Il cucito non è solo tecnica ma struttura del lavoro: unire, tenere insieme, costruire legami.

Ancora artisti sciamani. Allo stand di Red Lab Gallery e Galerie Fleur & Wouter, il lavoro dell’artista olandese Carmen Schabracq si impone come una sorta di teatro visivo di grande impatto e fortemente identitario. Figure ibride, corpi deformati e maschere ceramiche si distribuiscono nello spazio come presenze autonome ma connesse: una grande figura totemica, sospesa e quasi rituale, accoglie il visitatore, mentre sulle pareti compaiono volti, maschere, segni ripetuti che costruiscono un ritmo visivo elementare e insistito. Il riferimento al folklore, alla ritualità, alla dimensione arcaica è evidente, ma filtrato attraverso un linguaggio diretto, quasi infantile nei colori e nelle forme, che tiene insieme pittura, tessile, scultura e costume. Tutto si organizza come una messa in scena compatta, un sistema di. figure e simboli che si tengono insieme e costruiscono un immaginario coerente, immediatamente riconoscibile, tra gioco e rito, tra figura e simbolo, tra racconto personale e immaginario collettivo, in una costruzione autonoma di segni e presenze.

Almudena Romero

Ancora lavori che sembrano riattivare un rapporto diretto, quasi arcaico, con la materia e con le forze naturali, quelli presentati allo stand di IpercubO con Almudena Romero. Qui la fotografia smette di essere un gesto tecnico per tornare a qualcosa di elementare, quasi primitivo: non si scatta, si lascia accadere. Romero lavora direttamente con le piante, applicando negativi su foglie, petali o superfici ricavate da pigmenti vegetali e affidando tutto alla luce del sole; è la fotosintesi a fare il lavoro, a bruciare lentamente i pigmenti e a far emergere l’immagine, che prende forma nel tempo, in modo instabile, mai del tutto controllabile. Nei lavori presenti in fiera, queste impronte vengono poi trasferite su marmo: la traccia fragile e temporanea della materia organica si deposita su un supporto che, al contrario, richiama durata e memoria, creando un cortocircuito evidente tra ciò che vive e ciò che resta. Altrove, la scala si espande fino a diventare territorio: nel progetto Farming Photographs, sviluppato con l’INRAE – il principale istituto pubblico francese per la ricerca su agricoltura, alimentazione e ambiente – Romero trasforma un campo coltivato di circa 11.000 metri quadrati, nei pressi di Tolosa, in una vera e propria immagine fotografica. Il principio è semplice ma radicale: L’artista interviene nella semina e nella disposizione delle colture, utilizzando varietà diverse e modulando l’esposizione alla luce in modo che, durante la crescita, le piante sviluppino zone più chiare o più scure. È così che l’immagine emerge, lentamente, come un’enorme figura in chiaroscuro visibile dall’alto, grande quanto diversi ettari – quindi più vasta di uno stadio – e destinata a esistere solo per un breve periodo, tra la primavera e l’inizio dell’estate, prima che il ciclo agricolo la trasformi o la cancelli.

È un passaggio netto: la fotografia non viene più impressa su una superficie, ma coincide con un processo biologico. Non è fissata una volta per tutte, ma si forma nel tempo, si altera, scompare. E soprattutto, si sposta fuori dal controllo diretto dell’artista, entrando in una dimensione in cui luce, clima e crescita delle piante diventano parte attiva del lavoro.

Tony Matelli

Ancora piante. Ancora lavori che si mimetizzano, che mescolano i piani tra realtà e rappresentazione, tra presenza e costruzione. Nello stand di Nino Mier Gallery, il nostro occhio viene attratto – quasi senza accorgersene – da qualcosa che non dovrebbe esserci: una piccola pianta che spunta dal pavimento, affiorando da una botola metallica, come se avesse trovato un varco minimo per emergere dentro lo spazio perfettamente controllato della fiera. Un dettaglio quasi invisibile, ma ostinato. Una pianta vera, germinata lì per caso? Il nostro sguardo, la nostra mente vacillano. Alla fine non ci tratteniamo, chiediamo alla gallerista. No, ovvio che no, non è una pianta spontanea, è un’opera d’arte. L’artista è Tony Matelli, scultore americano dalla forte impronta concettuale, noto per le sue opere iperrealiste che trasformano oggetti comuni in presenze ambigue e spiazzanti. Matelli lavora da anni su oggetti comuni e presenze minime, ricostruiti con una precisione estrema: erbacce, corde, superfici, elementi apparentemente banali rifatti con tecniche scultoree sofisticate – nel caso delle piante, fusioni in bronzo dipinto – mantenendo ogni dettaglio, ogni imperfezione, ogni segno del reale.La sua pratica attraversa figurazione e oggetto, passando da sculture iperrealiste del corpo umano a interventi quasi invisibili nello spazio. La serie delle erbacce è tra le più riconoscibili: piante marginali, invasive, che crescono negli interstizi, nei punti di scarto. In galleria compaiono allo stesso modo, senza piedistallo, emergendo direttamente dal pavimento o dalle pareti, mantenendo quella qualità ambigua che le rende difficili da distinguere dal reale.

Luigi Ontani

Tra gli artisti che riattivano un immaginario arcaico, quasi rituale, non potevano mancare due presenze italiane ormai veri e propri classici: Enrico Baj e Luigi Ontani, entrambi presenti nello stand della Galleria L’Incontro con lavori di grande impatto visivo. Nello spazio dello stand, Baj è subito riconoscibile: figure costruite per assemblaggio, in legno e materiali eterogenei, con volti segnati, nasi appuntiti, proporzioni alterate. Corpi che richiamano idoli o totem contemporanei, compatti, incisivi, generati da una logica di accumulo che dà forma a immagini potenti, tra ironia e deformazione. In posizione più defilata questa volta, quasi nascosto in una zona laterale dello stand, di Ontani era invece presente un nucleo di lavori più raccolti: maschere, ceramiche, acquerelli. Superfici lucide, colori pieni, forme ibride che intrecciano mito, corpo e natura. Immagini concentrate, di forte intensità, costruite come apparizioni dense e perfettamente calibrate.

Sempre su questo versante, tra evocazione arcaica e rilettura del mito, si colloca anche il lavoro di Sarah Ciracì, presentato nello stand di Wizard Lab. La serie New Era. New Hero riprende la forma e l’iconografia dei vasi greci: superfici che sembrano uscite direttamente dall’antichità, con atleti impegnati in gare e competizioni. Ma qualcosa, a uno sguardo più attento, si incrina: i corpi sono attraversati da protesi, arti artificiali che si innestano con naturalezza nella narrazione figurativa. Ne nasce una figura nuova, che ha qualcosa di apotropaico: non più l’eroe classico, ma un corpo trasformato, potenziato, che unisce fragilità e superamento del limite. Il vaso, oggetto rituale per eccellenza, diventa così il luogo in cui si iscrive un’immagine contemporanea dell’umano, dove tecnologia e mito si sovrappongono senza soluzione di continuità.

Una piccola scultura, presente nello stand di Wizard Gallery, concentra in formato ridotto tutta la tensione del lavoro di Benedetto Pietromarchi. Una creatura ibrida, sospesa tra animale e figura immaginaria, poggia su una forma chiusa, quasi un contenitore, come se emergesse o si depositasse sopra un frammento di mondo. La superficie è irregolare, costruita per addizioni, con smalti e incrostazioni che sembrano crescere autonomamente. Il corpo prende forma per accumulo, tra elementi riconoscibili e deformazioni, fino a diventare qualcosa di ambiguo, difficile da fissare in una categoria precisa. La scultura si presenta come una presenza che sembra provenire da un tempo già sedimentato: un oggetto carico di materia e memoria, che si impone nello spazio con una forza compatta, quasi primitiva.

Nuovi Realismi

Accanto alle derive più visionarie, non mancavano in fiera lavori che tornano a confrontarsi con il reale, ma senza alcuna illusione di neutralità. Un realismo nuovo, attraversato da luci e ombre, che non si limita a restituire il visibile ma lascia affiorare, sotto traccia, le tensioni del presente: inquietudini, fragilità, zone d’ombra che abitano la realtà quotidiana. Non un ritorno alla rappresentazione in senso classico, ma un modo per misurarsi con il mondo così com’è, nella sua complessità e nelle sue crepe.

Carole Feuerman

Tra i molti lavori che tornano a confrontarsi con il reale, emerge con chiarezza una linea che non si limita alla resa mimetica, ma introduce uno scarto sottile, quasi impercettibile, in cui affiorano tensioni più profonde, legate al corpo, all’identità, alla vulnerabilità. Un esempio emblematico è il lavoro di Carole Feuerman nello stand di Galleria Russo. La scultura presenta una giovane donna distesa su un salvagente, colta in un momento di sospensione assoluta. Il corpo è reso con una precisione estrema: la pelle, le gocce d’acqua, la postura rilassata. Tutto concorre a costruire un’immagine perfettamente riconoscibile, quasi familiare. Eppure qualcosa si incrina. La figura non è semplicemente “vera”: è trattenuta in una dimensione immobile, isolata, come sospesa fuori dal tempo. Non c’è azione, non c’è narrazione, solo una presenza trattenuta, concentrata su se stessa. Feuerman lavora sul corpo come superficie sensibile, luogo di percezione e di memoria. Le sue figure, spesso nuotatrici o bagnanti, rimandano a un immaginario quotidiano, quasi popolare, che però viene rallentato, rarefatto, fino a diventare immagine mentale. Il realismo, qui, non è mai fine a se stesso: diventa uno strumento per costruire una distanza minima ma decisiva, in cui il corpo appare insieme vicino e inaccessibile.

Danilo Buccella

Nello stand di Wizard, un piccolo dipinto di Danilo Buccella, Risveglio. Un volto femminile addormentato, costruito con una pittura liscia, controllata, quasi smaltata. La luce scivola sulla pelle e sul cuscino, reso con una precisione lenta, insistita. Al centro, un dettaglio che sposta tutto: un piccolo ragno nero, isolato, netto. Buccella è un pittore italiano che lavora da anni su una figurazione sospesa, a metà tra naturale e mentale. I lavori più antichi erano più scuri, quasi gotici, attraversati da atmosfere dense, fuori dal tempo. Oggi la pittura si apre, si fa più chiara, più rarefatta, ma mantiene quella stessa tensione. Qui l’immagine è ferma, trattenuta. Tutto è riconoscibile, ma niente è davvero neutro. Un dettaglio minimo – un piccolo ragno che si arrampica sul cuscino – basta a incrinare l’equilibrio e a tenere la scena in una condizione di sospensione e di vaga e indefinita inquietudine.

Emilio Gola

Nello stand di Monica De Cardenas, un grande lavoro di Emilio Gola, pittore tra i più interessanti della sua generazione e vincitore del Premio Rotary Club Milano Brera per l’arte contemporanea e i giovani artisti, porta la sua ricerca sulla relazione in una direzione più rarefatta. Di solito Gola costruisce immagini di prossimità: corpi vicini, gesti minimi, gruppi di ragazzi colti in momenti di intimità sospesa, tra interni domestici e spazi aperti. Qui la figura scompare e lascia il campo agli oggetti. Una stanza vissuta: una sedia, abiti abbandonati, libri, piatti, cavi, bottiglie, scarpe. Tra questi affiorano indizi precisi: un catalogo di Egon Schiele, un romanzo di Alberto Moravia – l’unico dedicato, tra ironia e malcelata ossessione, al membro maschile – e un catalogo di Vermeer. Elementi inseriti con naturalezza, parte integrante di una quotidianità condivisa. Nelle tele di Gola la sessualità è sempre allusa, mai esibita. Passa nei gesti, nelle posture, nella vicinanza dei corpi; qui resta come eco, trattenuta negli oggetti, nella disposizione delle cose, in quella forma di intimità che non ha bisogno di mostrarsi per essere percepita.

Luca Pacrazzi

Nello stand di Marco Rossi, invece, una serie di lavori recenti di Luca Pancrazzi affronta il tema del paesaggio, ma senza mai descriverlo davvero. L’immagine nasce da dettagli minimi — intrecci di rami, vibrazioni della luce, trame quasi accidentali — che diventano struttura. Le superfici, spesso monocrome, stanno su una soglia instabile tra figurazione e dissoluzione: l’albero affiora e subito si perde, la forma emerge e si ritrae. La luce non costruisce, ma consuma e sposta, portando l’immagine in una zona di incertezza percettiva. Il paesaggio, allora, non è veduta ma campo mentale, punto di tensione tra naturale e costruito. Pancrazzi lo intercetta nei margini, nei frammenti, in ciò che di solito resta fuori centro; ed è proprio lì che l’immagine prende davvero consistenza.

He Xiangyu

Finiamo questa carrellata dal Miart con un lavoro sorprendente: un piccolo uovo, a grandezza naturale, opera in bronzo dell’artista cinese He Xiangyu, nello stand di Andrew Kreps Gallery. L’intervento è minimo, quasi invisibile, e proprio per questo preciso. Un oggetto comune – un uovo, il più elementare tra i simboli di vita – accostato a un contenitore trasformato in puro valore, fuso in bronzo e dorato fino a diventare quasi reliquia. È un gesto tipico della pratica di He Xiangyu, che da anni lavora sullo slittamento dei significati attraverso la manipolazione dei materiali e dei codici culturali. I suoi progetti, spesso complessi e di lunga durata, mettono in crisi le gerarchie tra oggetti, sistemi economici e simbolici, mostrando quanto il valore sia sempre costruito, attribuito, negoziato. Qui tutto si concentra in una forma ridotta, quasi ironica: ciò che è vivo, fragile, essenziale resta opaco, ordinario; ciò che è contenitore, funzione, scarto, si carica di aura e di prezzo. Un lavoro secco, diretto, che ribalta con eleganza il sistema delle priorità e lascia emergere, senza bisogno di enfasi, tutta l’ambiguità del valore nelle società contemporanee.



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Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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