“Sarebbe andata male anche se ci fosse stato Kennedy“. La folgorante battuta apparsa su Instagram sintetizza il clima che si respirava a miart. Naturalmente andreadusio70 rispondeva alla mia constatazione secondo cui la super fiera italiana di arte moderna e contemporanea è stata terrorizzata dal ciclone Trump che con l’applicazione scellerata dei dazi è riuscito nella non facile impresa di raggiungere in Borsa lo stesso nefasto risultato ottentuo ai tempi del Covid o addirittura dell’11 settembre. Una congiuntura peggiore non si poteva immaginare ma va detto che Miart ha scelto di puntare sull’establishment quando forse è giunto il momento di sconvolgere gli schemi. The Donald comunque ha pesato come un macigno peggiorando un clima che da tempo appare piuttosto fiacco, come dimostrano le delusioni patite lo scorso anno dentro e fuori le aste.

Ma i galleristi non demordono e qualcuno, come Lorenzo Poggiali, si sente eroicamente come il pianista del Titanic. Tutti, del resto hanno continuato a suonare imperterriti per quattro giorni accolti all’inaugurazione da una folla calorosa con il meglio del collezionismo italiano in passerella.
La fiera era di livello medio-alto con ottime gallerie straniere, da Sadie Coles a Victoria Mirò sino a Madragoa, tutte raccolte nella zona centrale, quella di maggior passaggio, insieme agli italiani Continua, Lia Rumma e Raffaella Cortese. Visti i tempi, pochi hanno rischiato sulle personali (nel parterre centrale ha fatto eccezione Ugo Rondinone da Cardi e Valerio Adami da Marconi, mentre in luoghi più decentrati non vanno dimenticati Nan Goldin da Abbondio, Vincenzo Agnetti da Erica Ravenna, Luigi Ontani da L’Incontro, Franco Guerzoni da Marcorossi e Guy Harloff da Il Chiostro) e tra tanti stand sin troppo caotici qualcuno ha saputo fare ordine puntando su una rigorosa dialettica storica come quella tra Carla Accardi, Antonio Sanfilippo, Leoncillo e Emilio Vedova proposta dalla Galleria dello Scudo. La conflittualità era poi presente da Michela Rizzo con Fabio Mauri protagonista assoluto, mentre Fumagalli ha scelto la fragilità facendo giostrare lo stand intorno ad alcuni poetici lavori di Anne e Patrick Poirier.

Nonostante gli sforzi, i risultati sono stati inferiori alle attese con vendite generalmente comprese entro i 15-20 mila euro e scarsa voglia d’investire su lavori importanti: “Wait and see è l’espressione più adatta per identificare l’attuale momento storico“, afferma Patrice Cotensin che dirige la blasonata parigina Lelong. “Tanti complimenti ma si stringe poco e torniamo a casa con la vendita delle foto di Robert Rauschenberg, qualche piccola testimonianza di David Hockney e una sola grande opera su carta di Kiki Smith“.

Molto meglio è andata a giovani e giovanissimi, ideali per chi tenta di trovare il numero giusto sulla roulette puntando un numero limitato di fiche. Così il pugliese Roberto de Pinto con i suoi maschi assai poco virili è passato dal Premio Arte alla boutique di Massimo Minini riscuotendo il consenso di un pubblico che in un altro contesto lo avrebbe probabilmente snobbato. Qualche bollino rosso anche per Shafei Xia, Emilio Gola, Rebecca Moccia, Giuseppe Stampone, Marcello Maloberti, Chiara Enzo e Chiara Camoni, quest’ultima entrata nella galleria newyorkese di Andrew Kreps che affianca SpazioA. Gettonata anche Giulia Cenci che ha fatto il suo debutto nella scuderia di Massimodecarlo.
Decisamente migliore del solito la sezione degli emergenti dove ha prevalso un discreto gusto della provocazione neodada. A distinguersi il venticinquenne Aronne Pleuteri con la sua moto-tromba (sembra un omaggio a Jean Tinguely) dai suoni impossibili proposta da ArtNoble di Milano. Nonostante i suoi venticinque anni e prezzi non proprio irrisori (da 3 a 9 mila euro) Pleuteri è già entrato nella prestigiosa collezione di Giuseppe Iannaccone.

Ma a Miart chi ha saputo mettere insieme tragedia e ironia è stato Gabriele Picco con la sua installazione Pasticceria Italia esposta da Ex Elettrofonica. In un frigorifero perfettamente funzionante, ha presentato una serie di succulente torte che riportano al centro le immagini dei più tragici fatti di cronaca italiani, dal delitto Moro all’Italicus. Naturalmente è tutto commestibile anche se c’è il rischio che qualche boccone vada di traverso. Ma siamo tra amici, come recita il titolo di Miart 2025.


