La cancellazione dalla storia è una forma di violenza tanto sottile quanto vigliacca, spesso ignorata o sottovalutata.
Nel tempo, è forse la più ostinata e pericolosa: non colpisce il corpo, ma le sue tracce. Cancella l’essenza, l’affermazione, il diritto stesso di lasciare un segno.
Michaelina Wautier, pittrice fiamminga del Seicento, è una delle tante artiste di cui la storia ha cancellato le tracce.
Per secoli la sua opera è rimasta sepolta sotto firme maschili, dispersa nei cataloghi e nelle collezioni private. Solo in tempi recenti, anche grazie alla grande retrospettiva che il Kunsthistorisches Museum di Vienna le dedica, la sua voce torna a emergere, rivelando un talento che il suo tempo e la società patriarcale non sono riusciti a cancellare.
Nata a Mons nei primi decenni del Seicento, Wautier visse e lavorò accanto al fratello Charles, anch’egli pittore. Ma la damnatio memoriae comincia presto: di lei restano solo pochi frammenti: qualche documento notarile, poche tele firmate, nessuna traccia di apprendistato ufficiale. Eppure, osservando le sue opere, si avverte la mano di chi possedeva una solida cultura visiva e una formazione raffinata, evidentemente maturata in un ambiente familiare colto e aperto alle sperimentazioni del proprio tempo. Di certo, la sua data di morte, avvenuta nel 1689, a circa 75 anni.

Nell’opera I cinque sensi (1650), serie di piccole allegorie oggi conservate al Museum of Fine Arts di Boston, Michaelina abbandona la solennità tipica dei soggetti morali per scegliere protagonisti inaspettati: ragazzini vivaci, colti nell’atto di giocare, sporcarsi, assaggiare, arricciare il naso per un cattivo odore. Wautier qui offre scene quotidiane, spontanee, quasi domestiche, invece della solita compostezza. La simbologia si fa ironica, disinvolta, libera dai codici morali che dominavano la pittura fiamminga. In quei volti infantili, tra il gesto e la smorfia, si respira l’inizio di un’altra verità: quella di un mondo osservato non dall’alto, ma dall’interno.
Audace nei soggetti ma contemporaneamente rigorosa nella costruzione, Wautier fonde l’inventiva con la misura classica e il gusto barocco. Ed è forse questa tensione tra ardore e controllo che ha a lungo disorientato gli storici, portando spesso ad attribuire le sue opere ad altri maestri. Ironico che il suo primo autoritratto sia stato, per anni, assegnato a un’altra artista del passato: Artemisia Gentileschi, pittrice caravaggesca nostrana e femminista ante litteram. In altri casi, invece, le sue tele furono accreditate a uomini, tra cui Rubens e Luca Giordano.

Tra queste spicca quello che è forse il suo capolavoro: Il Trionfo di Bacco (1650), un’enorme tela, alta 270,5 centimetri e larga 354, in cui l’artista affronta con audacia il genere storico e mitologico, dimostrando di non avere limiti circa i soggetti da rappresentare. Il corteo di figure nude e semisvestite è rappresentato con una libertà anatomica che, per una donna del suo tempo, ha del rivoluzionario. Bacco, ubriaco e ormai incapace di reggersi in piedi, giace scomposto su una carriola coperta da una pelle di leopardo, trainata da un satiro. Intorno, si anima un piccolo corteo: Sileno gli versa il vino direttamente in bocca, spremendo l’uva da cui, come per magia, scorre già vino, una menade – a cui la pittrice presta il proprio volto – a seno scoperto fissa l’osservatore, due bambini giocano con una capra.
Nella scena, i corpi studiati con rigore quasi scientifico diventano pura forma: materia di luce e di carne, priva di idealizzazione: è una pittura vitale, fisica, carnale, che non si cela e non chiede permesso.
Eppure, il permesso storico di esistere, di essere vista e riconosciuta, arriva solo nel XX secolo.
Dopo centinaia di anni di silenzio e oblio, è grazie agli studi della storica dell’arte belga Katlijne Van der Stighelen e alla grande mostra organizzata dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, che riunisce quasi tutte le opere note, che la figura di Michaelina Wautier riemerge con forza. Una riscoperta che ricompone la sua vicenda e simultaneamente le restituisce dignità, conferendole finalmente il posto che le spetta nella storia della pittura fiamminga e, più in generale, nella storia dell’arte da cui era stata esclusa. Sta ora a noi la responsabilità di ascoltare la sua voce artistica, rimasta in silenzio troppo a lungo.






Fantastica pittrice! Ignorata.Nn ne conoscevo l’esistenza
Grazie
Brava, esauriente e precisa come sempre