Milano Design Week 2026, un bilancio. Tra ritmi quotidiani e presagi dal futuro

Si è conclusa la grande kermesse del 64° Salone del Mobile e della Milano Design Week, uno degli eventi più importanti al mondo per il design contemporaneo. I numeri sono rassicuranti: 316.342 presenze (+4,5% rispetto al 2025). Il Salone del Mobile  2026 conferma quindi la propria centralità globale e accelera verso il futuro. La classifica dei primi venti Paesi esteri per numero di operatori evidenzia una geografia della domanda in evoluzione. In termini assoluti domina ancora una volta la Cina. Per le nuove generazioni che vogliono concretizzare progetti e assumersi i rischi dell’innovazione, la parola d’ordine è una sola: uscire dalla comfort zone. Visitare il Salone con occhi attenti significa cercare di capire dove stiamo andando e come la tecnologia stia cambiando concretamente le nostre vite.Molti parlavano di un ritorno alle origini – al Salone del 1961 e al Fuorisalone degli anni Ottanta. Ma nulla di tutto questo. D’altronde, è impossibile cambiare la storia.

Il mio giro al Salone (quello vero!) inizia dal padiglione Cucine. Il mio luogo preferito nella casa. Quello che balza agli occhi è che resiste la tendenza ad incorporare più funzioni, la mania del blocco in cui c’è di tutto. Scordatevi le cucine tradizionali: non c’è più nemmeno l’ombra. Al loro posto troviamo ambienti asettici, quasi ospedalieri, a tratti simili a camere mortuarie. Lo spazio domestico è stato completamente reinventato e riflette i cambiamenti della nostra società. Tutto è super connesso e, con una tecnologia sempre più pervasiva, vedremo trasformazioni ancora più radicali.

Il Salone del Mobile potrebbe quasi avere come sottotitolo: “Ciao poveri”. Non emerge un vero rinnovamento del sistema-casa, anzi: la distanza tra chi può permettersi il super design e chi non ha nemmeno gli strumenti per comprenderlo è sempre più evidente. Eppure la maestria del saper fare italiano non scompare ed è senz’altro un’eccellenza. Possiamo essere fieri delle nostre maestranze, degli architetti e degli artigiani che alimentano un indotto importante. Ma restano comunque evidente che ci sono due pianeti distinti: il lusso e ciò che le masse possono permettersi. La frattura tra design e progetto sociale, però, si fa sempre più evidente. In questo senso, impossibile non pensare a realtà come IKEA che  hanno rappresentato una vera rivoluzione: un design accessibile, dove è ancora possibile pensare a un’estetica legata ad un contesto di costi molti contenuti.

Alcova Milano, Ospedale Militare di Baggio

Un luogo che visito sempre volentieri è Alcova che quest’anno ha esposto articolandosi su due siti straordinari che, ciascuno a modo proprio, incarnano l’essenza dell’identità urbana milanese. Alcova ha aperto nuovi spazi inediti all’interno dell’Ospedale Militare di Baggio, un vasto complesso verdeggiante nel quartiere Primaticcio. Il secondo sito era la leggendaria Villa Pestarini di Franco Albini: oggi residenza privata, non è mai stata aperta al pubblico. Insieme, questi due luoghi danno vita a un dialogo architettonico tra conservazione e reinvenzione.

È paradossale che, invece di riqualificare aree come appunto l’ex ospedale militare di Baggio – un’enorme struttura abbandonata dai primi anni 2000 – si costruiscano nuovi stadi inutili, mentre questi spazi potrebbero diventare abitazioni e nuove residenze, incrementare un piano casa serio. Si auspica che non rimangano solo scenografie temporanee per il design. Dopo chilometri percorsi e quartieri attraversati, tra una mostra e l’altra, la sensazione è che ormai tutti sembrino interessati al design, tutti esperti, tutti architetti. L’unica cosa che conta è fotografare, fare selfie, documentare. Se mettessimo una grattugia su un piedistallo, verrebbe fotografata comunque. Qualunque cosa. Io ho fotografato ad esempio le crepe e la muffa dei muri, e in alcuni casi gli oggetti sembravano pensati per respirare lo stesso odore di muffa delle pareti. A parte gli addetti ai lavori, è interessante osservare il pubblico: persone stremate da code lunghissime sotto il sole di fine aprile, in cerca di un’esperienza più che di contenuti.

Salone Satellite, Foto Ludovica Magini courtesy Salone Satellite

Ma ripensando al cambiamento delle nostre abitudini, cosa ha davvero cambiato i nostri ambienti domestici? Il tempo. Oggi si trascorre sempre meno tempo in casa. La cucina, sempre più ispirata al modello americano, si fonde con il living. Cucinare diventa quasi obsoleto: meglio trasformare tutto in un set, inclusi i pasti ordinati con il delivery. Ho visto centinaia di oggetti, molti dei quali mi sono sembrati del tutto inutili. Forse manca il coraggio di ammettere, come suggeriva Jean Baudrillard, “che tutto è già finito”.

E il futuro? Ho visto un cane robot: le persone lo chiamavano come se fosse vivo, mentre intorno scattavano foto, sembravano tutti ipnotizzati! Ma quel robot sinceramente a me è parso arcaico, già superato rispetto ai modelli più avanzati, soprattutto asiatici, quasi indistinguibili dagli esseri umani. Il futuro lo immagino così: l’Intelligenza Artificiale prenderà sempre più spazio e gli ambienti domestici saranno progettati anche in funzione dei robot. Forse avranno una loro stanza, interagiranno con noi quotidianamente. Al Salone, magari, sostituiranno le persone ai desk, svolgendo lavori ripetitivi.

Ognuno costruisce il proprio Salone. È impossibile vedere tutto. Io ho visitato una parte di Salone del Mobile a Rho, e tra le sezioni più interessanti c’è il Salone Satellite. È lì che si percepiva qualcosa di autentico: idee allo stato nascente, giovani designer alla ricerca di produttori. Siamo solo all’inizio di un cambiamento molto più radicale. Non lo percepiamo ancora del tutto perché molte trasformazioni agiscono sotto traccia. Il pubblico vive l’evento come esperienza e intrattenimento, mentre per gli addetti ai lavori resta un laboratorio di ricerca.

E poi c’è il nodo, mai risolto, del rapporto tra arte e design. Quando l’oggetto perde la sua funzione e diventa narrazione o gesto, il confine si fa sfumato. Ma è proprio la funzione, alla fine, che continua a misurare il progetto. E infine, ciò che resiste a tutto: il saper fare. Le competenze, le lavorazioni, gli artigiani, i progettisti. Quella cultura materiale che rende ancora unico il nostro modo di intendere il design. Forse è proprio lì – più che negli effetti spettacolari o nelle visioni futuristiche – che si nasconde il vero cambiamento e il valore del futuro.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Stefania Carrozzini
Stefania Carrozzini
Nata a Milano, è critica d'arte, giornalista, e curatrice indipendente, oltre che artista e responsabile di spazi e attività culturali. Dal 1993 al 2007 è stata corrispondente e inviata speciale negli Stati Uniti d'America per D'Ars Magazine e ha collaborato per molti anni con Pierre Restany. Dal 1996 al 2008 ha diretto per D'Ars la sezione IEP International Exhibition Projects. Dal 2003 al 2007 ha diretto la galleria CVB "The Carrozzini von Buhler Gallery", nel Meat Packing District, a New York. Ha organizzato e curato numerose mostre in Italia, Francia, Spagna, Inghilterra, Finlandia, Stati Uniti d'America, Canada, Cina, Germania, Corea del Sud. È autrice di Esercizi di Scri(pi)ttura, 2005, Pensa Editore e di Arte, vita e oltre, Eupalino editore, 2009; Art on Alert - tra umanesimo e tèchnè 2021, Timia editore Roma, 2021. È collaboratrice e corrispondente della rivista Art Gallery & Studio Art Journal di New York. Dal 1994 promuove artisti in tutto il mondo. Collabora con diverse riviste d'arte in Italia e negli Stati Uniti. Nel 2013 ha fondato la sua MyMicroGallery a Milano.

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