Ci sono incontri che sembrano impossibili, fino a quando accadono. È quanto succede quando Milo Manara — ottant’anni di bellezza ostinata nel segno, nel desiderio, nello sguardo — torna a misurarsi con Il nome della rosa di Umberto Eco, quarantacinque anni dopo l’uscita del romanzo.
Alla Pinacoteca di Ascoli Piceno, il suo tratto era apparso accanto ai grandi della storia della pittura — Crivelli, Tiziano, Guido Reni, Tintoretto — come se quella linea sensuale e precisa, nata nei fumetti del secondo Novecento, avesse trovato naturalmente posto tra le architetture pittoriche della tradizione. Perché il disegno di Manara è questo: l’architrave, il gesto originario, il punto in cui il visibile si organizza in stile. Vederlo entrare ora al Volvo Studio di Milano (le tavole originali sono in mostra fino al 15 gennaio) è come seguire lo stesso movimento in un luogo diverso: il passo disinvolto con cui l’arte attraversa epoche e tecnologie, riconoscendo la propria costante.

Eppure, davanti a Il nome della rosa, Manara sceglie la via più rischiosa: non replica, non interpreta, non miniaturizza. Reinventa.
Prendere in mano il romanzo di Eco significa dialogare con una cattedrale letteraria che ha già generato cinema, televisione, opera, immaginario globale. Una storia che si è sovrapposta ad altre storie, che ha sedimentato volti, atmosfere, riferimenti visivi potentissimi. Chiunque tenti di tradurla ancora in immagini porta con sé un peso che può immobilizzare.
“Una sfida immensa”, confessa lo stesso Manara. Una sfida che, però, lui affronta in silenzio, lasciando che sia il disegno a fare ciò che solo il disegno può: ridare origine, restituire freschezza, aprire un nuovo varco narrativo.

Non è una semplice “Graphic Novel”, come volentieri la si definirebbe per catalogazione. È qualcosa di più vicino a un riallestimento emotivo. Come negli amori che ritornano dopo una distanza necessaria: si riconosce ciò che è stato, ma ciò che accade è nuovo. Il lettore non “rilegge” Eco. Se ne re-innamora attraverso Manara.
Le sue tavole — che in mostra presentano il primo capitolo completo e l’anteprima delle prime sette del secondo volume, appena uscito — agiscono su un doppio registro: rispettano – quasi in omaggio – la monumentalità della prosa di Eco, ma contemporaneamente la spingono in un luogo più intimo, in cui il silenzio pesa quanto le parole. Le donne, le pause, le visioni apocalittiche: tutto porta il marchio di Manara, eppure tutto resta fedele allo spirito del romanzo.
È la grazia paradossale dei grandi interpreti: far percepire un’origine mentre costruiscono un inizio.
C’è un punto in cui il racconto si distende, si fa fragile e insieme solenne: è quando Manara parla dell’incontro tra Adso e la ragazza. Lo fa con un pudore che somiglia a una confessione:
“Sono quindici pagine… un lirismo che neanch’io avrei osato. Eco usa le parole del Cantico dei Cantici. Se dovessi scegliere alcune pagine da appendere sui muri di tutte le città, sceglierei quelle. Nessuno mancherebbe più di rispetto alle donne”.
In queste parole c’è il nucleo segreto dell’opera, la sua radice di responsabilità. L’amore non come ornamento, ma come misura etica dello sguardo. Come se ogni linea tracciata avesse il dovere di non ferire.

È qui che i mondi si toccano: l’amore che salva, il potere che divide. Manara lo sa e lo disegna. Nei suoi tratti convivono i due battiti segreti del romanzo: desiderio e dominio, rivelazione e conflitto. La sua matita non racconta soltanto — apre, scava, illumina.
E in quell’alternarsi di luce e ombra, di sguardi e silenzi, il lettore ritrova ciò che credeva perduto: la possibilità di emozionarsi ancora, con la stessa limpidezza della prima volta.
Per Manara, che ha navigato mezzo secolo di immaginario — da Giuseppe Bergman a Il Gioco, dalle collaborazioni con Pratt e Fellini, fino ai progetti con Marvel, Gaiman, Jodorowsky, ai ritratti infuocati del Caravaggio — Il nome della rosa non è solo un nuovo lavoro: è un punto di arrivo che si trasforma in un punto di partenza.
La sua biografia artistica, scandita da icone, metamorfosi, donne che hanno ridefinito la bellezza nel fumetto, trova qui una dimensione diversa. Meno dichiaratamente erotica, ma altrettanto carica di desiderio. Desiderio di capire, di restituire, di tradurre lo spessore intellettuale di Eco in una lingua di luce e ombra.

Ogni tavola diventa un esercizio di fedeltà e libertà insieme: una tensione che attraversa tutta l’opera di Manara, e che qui raggiunge una maturità definitiva.
“Confrontarsi con un capolavoro come Il nome della rosa è stata la sfida più grande della mia carriera”, dice Manara. E l’attesa — sua e degli editori della Nave di Teseo Oblomov Edizioni— diventa parte stessa del progetto. Perché certe opere non si consegnano semplicemente al tempo: lo attraversano, lo sospendono, lo ripensano.
Oggi, mentre il secondo volume si prepara a chiudere questa avventura titanica, ciò che appare evidente è che la fatica, la cura maniacale, il lavoro quasi monastico che ha richiesto questa trasposizione sono già superati dalla bellezza delle tavole: un’energia che non conosce tempo, e che restituisce al lettore la sensazione rara di trovarsi davanti a qualcosa che nasce adesso, ma che sembra appartenere da sempre.

A portare questa vibrazione fuori dalle pagine arriva la voce pacata di Nicola Piovani, venuto ad omaggiare il suo amico Manara con un concerto che ha del magico. Non serve ricordare il Premio Oscar, né la sua lunga, luminosa traversata nella storia del cinema. Autore di colonne sonore che hanno fatto la storia, da Fellini a La vita è bella.
Piovani parla con la naturalezza di chi evoca un amico d’altri tempi, un compagno di set, un testimone del medesimo incanto: “Ho conosciuto Milo Manara grazie a Fellini, durante Intervista. Poi ci siamo ritrovati più da vicino nel balletto per il Teatro dell’Opera. C’è un legame forte: tutte le volte che penso a Milo, mi vengono in mente momenti di Fellini”.
Perché questa è la magia del tratto di Manara: rendere l’arte una soglia. Un luogo dove si entra una volta, e poi ancora, e ancora. Ogni volta come fosse la prima.



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