Miu Miu e la sua memoria domestica: dei grembiuli in passerella

Oggi la continua rivendicazione dell’ugly chic di Miuccia Prada stipula tra il brand e il pubblico un patto di lusso intellettuale che risale al 1996. Gonne a pieghe lunghe sopra al ginocchio, figure ricurve goffe ma sofisticate e scarpe cuncky celano l’autentico lavoro di riflessione sul concetto di bruttezza contemporanea.

Chiavi creative così riconoscibili che resistono ai cambiamenti del sistema moda, anche attraverso le proposte dell’ultima collezione Miu Miu ready-to- wear 2026, dove, come è solita fare la Signora Prada, scuote la platea. Il protagonista è il grembiule casalingo: elemento di legame con le donne operaie degli anni ’50 e con la diligenza del lavoro industriale. Miuccia commenta così: «Incarna tutte le difficoltà dell’essere donna che lo si usi al lavoro o a casa. Mi sembrava fosse il momento di affrontare un tema come questo. E lo so che noi designer, con le passerelle, tendiamo a rendere tutto glamour, ma nella vita c’è anche altro. Io lo esprimo con gli strumenti che ho».

Il grembiule, simbolo di operosità, fatica e salvaguardia, nel XVII secolo aveva l’intento specifico di proteggere non solo il corpo ma l’abito delle domestiche, probabilmente l’unico che potevano permettersi. Con il tempo si libera dalla pesantezza e si scelgono tessuti leggeri e confortevoli per consentire libertà e fluidità nei movimenti. Le donne che lo indossavano si spogliavano del loro personale e si vestivano di invisibilità, di sottomissione. 

La riflessione estetica della figura di una donna invisibile è contornata dai dialoghi fotografici di Dorothea Lange e Helga Paris, determinando in passerella un carico emotivo pericolosissimo. Le pellicole cinematografiche come Diario di una cameriera (1946) e Umano troppo umano (1974) fanno da sfondo ad una passerella rossa che rievoca i pavimenti delle mense lavorative. Le forme trapezoidali dei camici ricordano le divise delle Spigolatrici di Millet e, con lo stesso realismo, mettono in scena una controversa analisi al riguardo. Ci interroghiamo ancora sul presente e sul valore del quotidiano oppure, attraverso una nostalgia del mondo domestico firmata Miu Miu, nobilitiamo l’abbigliamento umile con rouches in seta?

Che la signora Prada abbia mai indossato un grembiule domestico per sfamare la sua prole è una domanda che non ha senso porre, perché conosciamo il suo passato e la vita privilegiata che ha vissuto fin da bambina. Ma è la stessa che ha sempre avuto un enorme senso di responsabilità verso il mondo delle donne, sdoganando il brutto lezioso e controverso, rispecchiando i tempi e le contraddizioni del femminile, attingendo a innumerevoli archetipi che vivono in ognuna di noi.

Portare tutto ciò è un atto coraggioso per Prada e i suoi brand, specialmente oggi, dove il lusso è sotto accusa di un completo distacco dalla realtà e dalle sue priorità. Ma la moda, come l’arte, ha l’obiettivo e il dovere di far riflettere con i mezzi più disparati, come l’ironia, lo sconvolgimento, l’irriverenza e il rimprovero.  Miu Miu scavalca il divario, azzarda e si infila nei meandri della psiche femminile anche quando sembra che il racconto non sia esplicito a tutti. Il pericolo che l’interpretazione resti elitaria e che molti vedano solo estetica, costume e abbigliamento fa parte del gioco di un sistema che non mira solo a vendere oggetti del desiderio, ma a scatenare considerazioni sul mondo che viviamo.

L’onestà intellettuale che contraddistingue Miuccia invita a riflettere su una memoria domestica che, da sempre, ha nascosto l’operosità delle donne e le loro cure e attenzioni, presentandole come qualcosa di naturale anziché come vero e proprio lavoro. Questa tensione viene messa in luce attraverso l’appropriazione della dignità femminile di capi che si caricano di significato, perché la collezione ha la pretesa di rendere desiderabile e acquistabile qualcosa che è sempre stato mascherato, anche quando gli applausi sono stati timidi.

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Miryam Marra
Miryam Marra
Sono nata in provincia di Napoli nel 1998 e dopo gli studi liceali mi sono laureata in Fashion Design all’ Accademia di Belle Arti di Napoli. Da sempre appassionata del fashion system e del mondo dell’ Haute Couture, ho avuto un’esperienza lavorativa a Parigi in un laboratorio di ricamo couture per la Paris Fashion week 25, assimilando i codici estetici del lusso e della loro contemporaneità. Studiosa della storia dell’ Arte, della storia della Moda e del Costume ho partecipato ad il progetto Questi miei Fantasmi di riqualificazione urbana in alcune aree storiche con il comune di Napoli e il designer Antonio Marras, documentati sulla rivista Vogue Italia.

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