I futuristi dicevano: uccidiamo il chiaro di luna! Correva l’anno 1909. A quasi 120 anni di distanza, nell’inaugurare questo 2026 in cui, mentre i nuovi orrendi mostri autocratici stanno prendendo il posto dei vecchi, grigi, cauti plenipotenziari dell’antico ordine mondiale uscito da Yalta, e la sfida tecnologica ha assunto picchi mai visti prima nella storia del mondo, portando a rivisitare e ribaltare, nel giro di una manciata d’anni, ogni nostra abitudine mentale, culturale, lavorativa e persino creativa, forse è venuto il momento di dire anche, definitivamente, e a piena voce: aboliamo la critica d’arte!

E perché mai?, vi chiederete voi. Il fatto è che, da qualche tempo in qua, si levano ovunque, nell’emisfero artistico di casa nostra, voci e vocine che dicono: la critica è morta! Nessuno critica più nessuno! La critica è solo compiacenza del mercato!, e via lagnando e gnagnerando, con l’implicita constatazione che, una volta sì, signora mia, c’erano i veri critici, oggi invece… Alcuni, poi, non contenti, arrivano a più drastiche conclusioni, cogliendo, diciamo, l’occasione per buttare tutto a mare, bambino et acqua sporca: la critica è morta perché non c’è nulla da criticare, dicono in sostanza, il giudizio dell’uomo della strada vale quanto quello del cosiddetto critico, che poi, andiamo… che critico e critico, mi faccia il piacere! (sottotesto: l’arte, s’intende contemporanea, non è una disciplina che meriti d’essere studiata, vale solo il giudizio immediato, “mi piace” e “non mi piace” – pratica assai pertinente a questi tempi strani del resto, perché dopotutto, se non c’è critica, non ci sono problematiche, non c’è storia, non c’è genealogia, non c’è competenza o dialettica che tenga, si mette il like o il cuore e via, e chi ne ha di più, di like s’intende, alla fine vince).

Noi, che la critica, buona o cattiva che sia, la pratichiamo da una ventina d’anni almeno (e anche un po’ di più a dire il vero), e che spesse volte, anzi spessissime, per questa nostra mania di rompere le uova nel paniere a quelli che, al sommo del potere, più che di critica d’arte si son sempre dilettati a praticare (con gran profitto personale, e applausi, e onori da pressocché l’intero universo artistico globale, nonché relative prebende e mostre pubbliche spalmate a piene mani), l’arte di un ben accorto lobbismo; beh, dicevo, noi, che nel tempo abbiamo sostenuto che, oltre al consueto sciocchezzaio di cui l’arte cosiddetta contemporanea si riempie la bocca da diversi lustri, si poteva ben praticare anche qualcosa d’altro – per esempio discipline, ridefinite alla bisogna per carità, come la pittura, la scultura, la buona fotografia (tutte oggi tornate in auge, ma fino a ieri, per carità, eran cose passatiste!: e gli stessi artisti sostenuti da noi ieri, oggigiorno, spariti ormai nel nulla, fatalmente, gran parte degli sciocchezzatori e installatori e spacciatori di ideuzze, son portati in palmo di mano da quegl’altri che fino a ieri li beffeggiavano: ma così va il mondo); insomma, noi che abbiamo sostenuto che si potevan praticare e guardare e acquistare non solo opere pretenziose, pseudointellettuali e improponibili per qualsiasi casa di collezionista non lobotimizzato, ma anche bei quadri, belle sculture, benché contemporanee, ovvero una pletora di “opere” e non solo di “idee”, spesso confuse e poco approfondite, ma per carità, ottimamente pagate, e corredate dal loro bravo libretto di istruzioni: ebbene, noi, ora, ci troviamo a guardare questa novella levata di scudi contro la mancanza di critica con un po’ di sorpresa (com’è, ci vien da chiederci, che ve ne accorgete solo ora?, e dov’eravate, ieri, quando pochi di noi dicevamo cose che non piacevano affatto ai galleristi e ai curatori di potere?), e con qualche dubbio che ci sia, qua e là, tra tante buone intenzioni e belle intuizioni, anche un po’ di pelosetto: non sarà, ci siam detti fra di noi (a pensar male si fa peccato, ma a volte ci s’azzecca, diceva Andreotti), che, fiutata l’aria, sian tutti pronti, ora, a sostenere che la critica è morta, perché l’aria è dopotutto cambiata, le intermediazioni dei soloni della curatela e del giornalismo d’arte più à la page, quelli fino a ieri abituati a fare il bello e il cattivo tempo in ogni manifestazione che si rispettasse, in ogni Biennale e Quadriennale che il mondo dell’arte ci riversasse addosso, beh, costoro dopotutto rischiano, al giorno d’oggi, di non valer più nulla, o almeno non più come prima, in tempi in cui, con un clic, ti informi e vedi ovunque e dovunque opere e immagini che fino a ieri non avevano diritto neanche di aspirare alla cittadinanza in campo artistico, e il favore popolare, ora, saltate le mediazioni, va per forza di cose alle opere, più che alle sciocchezze super o iper o post o meta concettuali quando non concettose, che un tempo i medesimi soloni ci propinavano come imperdibili gioielli del contemporaneo?

La sostanza, per chi non fosse più neanche abituato né abbia più la pazienza di sorbirsi, come vuole oggi la vulgata, i discorsi e i linguaggi troppo arzigogolati, è: dopo aver sopportato decenni di sciocchezze spacciateci per le uniche opere d’arte consentite dal lessico del contemporaneo, dopo averci dato di volta in volta dei passatisti o dei non abbastanza addentro al lessico del contemporaneo per capirne veramente le dinamiche (non solo a me, per carità!, avevo, e ho, fior fiore di compagni d’avventura del bastian contrario, che nel tempo si son presi anch’essi i peggiori motteggi e le bullizzazioni dai camerieri di turno delle gallerie fighette); beh, non è che ora, come avviene in ogni passaggio di status e di potere, si stia dopotutto cercando, cambiato il vento, di dare addosso alla critica per lasciare, gattopardescamente, tutto come prima, cioè il potere agli stessi che fino a ieri ci propinavano orrendezze, e oggi si spellano anche loro le mani per i pittori che, nel frattempo, son diventati grandi e adulti e si son conquistati, con gran fatica, il favore del collezionismo, e insomma, oggi come sempre, l’importante è vendere e stare in sella, o Franza o Spagna, purché se magna?
Aboliamola, allora, una buona volta, e definitivamente, questa benedetta critica: e rifondiamola però, poi, da capo. Perché, senza uno straccio di critica, senza uno straccio di ragionamento, di storia, di fili da tirare e di genealogie da ripercorrere, rischiamo di doverci accontentare solo dei like e delle influencer…




Un articolo scritto molto bene, puntando il dito nella ferita dolente: la critica d’arte abavagliata, e messa a tacere!
Grazie per questo articolo : fa pensare . Ed è questo di cui abbiamo bisogno nel nostro difficile tempo . Pensare .
La critica è pensiero . Come puoi abolire il pensiero ?
Ha affermato Wittgenstein, in arte è difficile dire qualcosa che sia tanto giusto come: non dire nulla.
Come sempre bravissimo Alessandro per la sua penna così articolata, però oggi la critica in crisi va a braccetto con un sistema in crisi
Articolo bellissimo, preciso, tagliente…Si alla critica, sempre, critica è dialogo.e ho detto tutto.
Ma la critica d’arte non esiste. Solo chi è libero critica. Se non tieni famiglia, non sei amico dell’ artista e del gallerista e non devi pagare le rate della Porsche puoi fare tutte le critiche costruttive e distruttive che vuoi, ma se hai delle relazioni (e l’arte contemporanea È fatta di relazioni), allora puoi adottare la posa del critico d’arte dandoti arie di grandezza e credendo di contare qualcosa. Se poi cerchiamo la critica d’arte sulle riviste che conosciamo, su cui scrivono i venti-e-qualcosenni vogliosi di fama nel piccolo mondo antico dei curatori di provincia, beh allora non la troveremo mai. Poi dice sì ma e Sgarbi? E Beatrice? E Bonito Oliva? E Celant? nemmeno loro erano critici, a meno che non fossero solo alate teste d’angelo. Perché la critica d’arte
non esiste, appunto. E voi siete morti, come disse Carmelo Bene al pubblico delluomo della camicia coi baffi.