Caschetto grigio e riccio, cappottino nero, come gli occhiali: l’artista libanese Mona Hatoum si muove negli spazi della Cisterna di Fondazione Prada, a Milano, e racconta il suo “Over, under and in between” (aperto al pubblico fino al 9 novembre), un progetto site-specific scandito in tre parti. Ha la voce pacata e sottile Hatoum, che dimostra meno dei suoi anni (74, tra un paio di settimane): il suo inglese è fluido come quello di una persona che da cinquant’anni, a causa dei continui scontri nel suo Paese, ha scelto di vivere a Londra. Nata a Beirut da una famiglia palestinese, da sempre affronta sfruttando diversi media (la scultura, l’installazione, la fotografia, il video, la performance) il tema dello sradicamento, dell’esclusione, della marginalizzazione.

La sua arte è politica senza essere urlata. Soprattutto, è molto meditata. Nulla, nelle sue opere, è casuale. Ancora oggi, con una carriera alle spalle che vanta diverse partecipazioni alle Biennali di Venezia e a documenta di Kassel, Mona Hatoum non dà nulla per scontato; anche ieri, a Milano, incontrando la stampa per presentare i suoi lavori, li ha voluti spiegare uno ad uno, per lasciarci un vademecum di parole che Fondazione Prada ha sintetizzato nell’utile guida di sala.
Si comincia nella sala d’ingresso: appesa a mezz’aria, un’ampia costellazione di delicate sfere di vetro trasparente soffiato a mano è collegata da fili. Le osserviamo tutti incantati da tanta poesia: siamo sotto una ragnatela, quasi stregati. «Funziona così per tante mie opere – spiega Hatoum – che vivono su un’ambivalenza. Questa ragnatela può suggerire pulsioni legate alla paura, alla prigionia. Ci fa pensare a impedimenti. Eppure, la rete può essere anche un supporto, un sostegno». Fuori dalla Cisterna piove a dirotto, la pioggia si sente sulle finestre, in alto: entra una luce metallica che rende questa “Web” ancora più intensa.

Foto: Roberto Marossi
Courtesy Fondazione Prada
Mona Hatoum
Map (red) , 2026
Sfere di vetro rosso trasparente di 25 mm
Cambiamo stanza: siamo in quella centrale della Cisterna dove Mona Hatoum ha scelto di realizzare una “Map”, ossia una mappa di colore rosso fatta di sfere traslucide di vetro che formano un planisfero. È una mappa molto particolare: non ci sono confini politici o geografici, ma sono definiti solo i continenti. «E poi ci sono le altre sfere sciolte sul pavimento, un territorio aperto e indefinito per provare a tracciare nuove geografie», dice. E puntualizza di aver preso come modello della sua mappa non il classico Atlante («dove i Paesi dell’emisfero nord sono spesso rappresentati più grandi»), ma la proiezione di Gall-Peters che, creata da James Gall a metà dell’Ottocento e ripresa da Arno Peters negli anni Settanta, ha corretto le distorsioni del classico planisfero. Semplice, rigorosa eppure profondamente simbolica questa mappa scarlatta: «Ho scelto il rosso che è un colore ambiguo. Può rimandare al sangue, al pericolo, alla violenza, ma anche alla passione, all’amore, alla vitalità», spiega.

Foto: Roberto Marossi
Courtesy Fondazione Prada
Mona Hatoum
all of a quiver , 2022
Tubi di alluminio a sezione quadrata, cerniere di acciaio, motore elettrico, cavo
Siamo ora nell’ultima sala della Cisterna dove è stata costruita l’installazione cinetica “all of a quiver”, monumentale nella sua altezza. È composta da nove livelli di cubi aperti e sovrapposti in una struttura metallica che rimanda alle impalcature dei palazzi. Se si sta in silenzio nella sala si sentono suoni strani, anche loro ambigui: tintinni, cigolii. E se si osserva con attenzione la struttura si colgono minime oscillazioni: l’installazione “trema”, pare collassare, poi torna alla sua forma. Hatoum abita con quest’opera l’instabilità dell’esistenza: ci dimostra che nessun equilibrio (o disequilibrio) è per sempre, che tutto è in divenire. Ammette che quest’opera nasce dai suoi ricordi d’infanzia, quando a Beirut vedeva tante case sventrate: «Pochi lo immaginano, ma tutti gli edifici hanno come un’ossatura che li tiene in piedi. Una struttura non poi così diversa da questa mia installazione. Vediamo continuamente macerie e case sventrate dalle guerre. Vorrei non vederne più».



