Moncler racconta vent’anni di storia a New York: dalla montagna al nuovo flagship sulla Fifth Avenue

È una lunga relazione, quella che Moncler ha instaurato con New York: un rapporto in cui il legame tra impresa, innovazione e creatività è diventato nel tempo sempre più stretto. Dal 9 al 13 settembre, prima ancora che la settimana della moda newyorkese aprisse ufficialmente il suo calendario, Moncler ha presentato New York in Moncler – The Untold Story, una grande retrospettiva diffusa nelle strade di Manhattan, costruita attraverso installazioni, immagini d’archivio e interventi nei luoghi simbolo della città. Ogni tappa racconta un capitolo di questa avventura, vissuta in vent’anni di collaborazioni e scambi culturali con il coinvolgimento di celebrities come Sarah Jessica Parker, Spike Lee, Al Pacino, Robert De Niro e Alicia Keys — quest’ultima autrice del corto, manifesto dell’evento.

Con il suo immaginario e la sua attrezzatura, la montagna — concept da cui nasce Moncler nel 1952— attraversa lo spazio urbano e si confronta con l’energia di una grande metropoli.

Nel villaggio alpino vicino a Grenoble dove tutto comincia, il piumino nasce come attrezzatura per chi lavora ad altitudini elevate. A intuirne le potenzialità è l’alpinista Lionel Terray, che veste con la linea Moncler la spedizione italiana che nel 1954 conquista il K2, la seconda vetta più alta del mondo. Moncler nasce francese e diventa italiana nel 2003 quando Remo Ruffini rileva l’azienda e la trasforma in un marchio globale. Da allora, il rapporto con la sostenibilità si integra al modello di business attraverso il piano Moncler Born to Protect, che ha portato l’azienda al terzo posto nella classifica mondiale — e al primo in Italia — tra le World’s Most Sustainable Companies 2026, per il terzo anno consecutivo.

Courtesy of Moncler

Negli anni Novanta Moncler entra nelle strade di Milano e direttamente nei guardaroba dei paninari — chi scrive lo era — diventando un fenomeno di costume, un’icona dello streetwear giovanile: identità riconoscibile, qualità eccellente, un logo che si riconosce da lontano.

È la prima volta che la montagna arriva, con tutto il suo peso, dentro lo spazio urbano. Vent ‘anni dopo, nel 2010, quello stesso movimento si ripete su scala globale: Moncler apre a New York il suo primo negozio, dopo Parigi e Milano, e porta ai Chelsea Piers A Hudson Hike, l’installazione che segna il debutto di Moncler Grenoble nella metropoli. I modelli salgono su un’imponente struttura scenografica a forma di montagna: una delle immagini più spettacolari e immersive della Fashion Week di quell’anno, dove la performance della collezione si intreccia a quella dello spazio.

Quel legame prosegue fino ad oggi. Nel 2011 per la sfilata A Grand Groove l’atrio di Grand Central si trasforma in una passerella su cui sfilano 140 ballerini in capi d’ispirazione alpina. Nel 2012 Moncler veste i pattinatori che si esibiscono sulla pista di ghiaccio Wollman Rink di Central Park, accompagnati da un’orchestra dal vivo. Nel 2014 Annie Leibovitz firma lo scatto che ritrae un modello in cima al Chrysler Building, per la collezione Autunno/Inverno Moncler Collection: la montagna si trasferisce sul profilo verticale della città, tra i grattacieli al posto delle vette. Nel 2023, con la collezione A State of Mind, la relazione con la città assume una dimensione più personale. Ideati con la collaborazione di Alicia Keys, cresciuta a New York negli anni Novanta, i capi progettati rispecchiano i ricordi della cantante e l’energia delle strade con materiali tecnici, silhouette oversize e colori audaci — tra cui il viola, colore signature che la rappresenta.

È proprio nella selezione delle immagini e delle collaborazioni che l’esposizione mostra la complessità di questo legame, narrando il rapporto tra Moncler e New York attraverso sfilate, campagne ed eventi che hanno portato il marchio nello spazio pubblico. Il linguaggio del calore e della protezione — fulcro della storia aziendale — che ritorna anche nelle iniziative sociali dell’azienda, rimane tuttavia sullo sfondo. Il programma Warmly Moncler, avviato nel 2020, ha portato sostegno a persone in condizioni di vulnerabilità attraverso partnership con organizzazioni come UNICEF e UNHCR. È un altro capitolo di questa storia, che non trova una presenza esplicita nell’allestimento se non nei valori dell’affetto, del calore e del rispetto reciproco che attraversano l’immagine di campagna Warmer Together, A Celebration of Friendship del 2025: due sedie vuote sui rooftop di New York, prima che i due amici di lunga data, Robert De Niro e Al Pacino, prendano posto. Il gesto di sfida della montagna, il piumino come attrezzatura, la protezione dal freddo: sono l’origine che resta, sotto traccia, anche nelle collaborazioni più recenti con artisti, musicisti e attori.

Courtesy of Moncler

Nella retrospettiva appena presentata è soprattutto la dimensione spettacolare e urbana a prendere forma. Il 2026 chiude il cerchio nel segno dell’innovazione: negozio, prodotto e racconto convivono. A pochi passi da Central Park, Moncler ha inaugurato, parallelamente alla retrospettiva, il più grande flagship della sua rete globale al 767 di Fifth Avenue — oltre 2.200 metri quadrati su due piani, con collezioni uomo, donna, bambino, Grenoble e footwear — all’interno del General Motors Building. Prima che arrivasse questo grattacielo modernista, nel 1965, in quel sito sorgeva il Savoy-Plaza, uno degli hotel Beaux-Arts più eleganti di Manhattan, demolito tra le proteste della critica architettonica newyorkese. Da allora, quello spazio ha ospitato FAO Schwarz, il tempio dei giocattoli della città, e per qualche anno uno store temporaneo Apple. Ruffini lo ha definito“un brand statement in una delle vie più iconiche al mondo”. Firmato dallo studio francese Gilles & Boissier, il nuovo spazio traduce l’eredità alpina in una dimensione verticale e urbana. Soffitti alti più di otto metri, pavimento a scacchiera e una curiosity cabin destinata alle installazioni temporanee costruiscono un ambiente in cui il prodotto incontra l’architettura. Una scultura in pietra di Ugo Rondinone collega i due livelli; opere di Jean-Guillaume Mathiaut, Paul Bik e Arno Declercq arricchiscono il percorso: la boutique è la nuova tappa della narrazione dove la memoria del marchio passa attraverso proporzioni, opere e nuove modalità di fruizione.

L’apertura coincide con la seconda collezione LoveFrom Moncler, nata dalla collaborazione con lo studio di Jony Ive, ex designer Apple. Quattro capispalla modulari ruotano attorno a Moncore, il piumino centrale a cui si agganciano field jacket, parka e poncho grazie al Duo Button magnetico introdotto nel 2024, ricavati da un unico pannello di tessuto continuo. In esclusiva per Fifth Avenue, sei patch limited edition ispirate a New York personalizzano il capo fino al 1° ottobre.

Nello stesso spaziodebutta Moncler to Measure, il primo atelier made-to-order del brand: quattro capispalla iconici personalizzabili. Ad ampliare l’esperienza arriva 5th Ave on the Go, la piattaforma digitale che valorizza il customer care portando per la prima volta negli Stati Uniti la Outerwear Guide basata sull’intelligenza artificiale e la Virtual Dressing Room, un camerino digitale costruito sulla scansione del volto e delle misure dove il rapporto fra corpo, prodotto e tecnologia si legge nella simulazione.

A Central Park, per l’occasione, compaiono fianco a fianco Monduck — la mascotte che da anni accompagna le istruzioni di lavaggio cucite nei piumini Moncler — e Montgomery, l’orso di LoveFrom: due simboli nati da un elemento funzionale, che portano il gioco dentro la genealogia del marchio.

Dal binario 23 di Grand Central Terminal, per una ventina d’anni a cavallo della metà del secolo scorso, partivano i cosiddetti snow trains – tra questi lo Ski Lark, che il venerdì sera lasciava la stazione diretto verso le montagne del New Hampshire e la domenica notte tornava carico di sciatori. La gente di New York attraversava quel luogo per andare verso la neve. L’itinerario New York in Moncler è terminato all’interno della Vanderbilt Hall dello stesso terminal, riportando quella memoria nel cuore della città.

Fuori, il traffico continuava a scorrere. Dentro, la neve rimaneva sospesa in una fotografia dove lo sguardo si muoveva tra la montagna e lo skyline.

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Francesca Passeri
Francesca Passeri
Architetto non convenzionale, Francesca Passeri ha lavorato nel design e nella moda iniziando il suo percorso all’interno del gruppo Max Mara dove sviluppa skills creative nella progettazione visual retail e nella comunicazione. Dal 2012 gestisce il brand MHUDI ( www.mhudi.it) fondato nel 2010 con una precisa filosofia di mercato: la sostenibilità intesa come valore nell'esclusività di un design manifatturiero incentrato su produzioni esclusive verso una bellezza etica senza sprechi. Docente in brand management, gestione d’impresa, visual retail, stile e tecnica delle produzioni tessili presso diverse realtà formative italiane, è designer consultant nello sviluppo di progetti concreti per la valorizzazione del talento portando le sue competenze di moda circolare. Con il recente format U.P.S.Y. Project fondato nel 2022 ed inserito all’interno del XI Volume Innovatori Responsabili dell’Emilia Romagna, condivide una visione sensibile della creatività con l’obiettivo di rendere attuali nuove forme artistiche di manifattura stilistica. Dal 2023 è membro del direttivo rén collective come responsabile della formazione e contributor sui temi della contemporaneità. Con Artuu Francesca collabora come giornalista e Guest Brand Contributor scrivendo di moda e arte facilitando le relazioni con brand e realtà di rilievo.

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