Non solo arte, scienza, archeologia e storia ma anche cibo, relazioni interrotte, peluche, rane imbalsamate e persino odori corporei. Negli ultimi anni, tutto o quasi è diventato degno di essere musealizzato. È l’epoca della musealizzazione estrema, un fenomeno culturale che sta ridefinendo il concetto stesso di museo e trasformando la nostra relazione con il tempo, la memoria e il significato. Ma cosa significa in concreto che tutto può diventare museo?
Oggi il museo non è più solo il tempio dell’eccellenza estetica o della testimonianza storica. Accanto ai capolavori assoluti, ai reperti archeologici e alle reliquie millenarie, trovano spazio peluche, biglietti di addio, patatine, bagni pubblici, profilattici, selfie room. L’oggetto museale contemporaneo non vale per ciò che è, ma per ciò che rappresenta: è un frammento di vissuto, un’idea, una provocazione. Un richiamo al quotidiano, cancellabile per definizione, però in questo caso fissato e immobilizzato nel tempo.
Si afferma così una nuova sensibilità culturale, in cui la memoria collettiva ingloba il banale, il marginale, la routine. Il museo non espone più soltanto ciò che è “grande” o “nobile”, ma ciò che è significativo, emozionale, talvolta persino effimero. “Credo che il fenomeno – spiega ad Artuu Vincenzo Trione, professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea all’Università Iulm di Milano – vada letto in due direzioni. Da un lato, muovendo da alcune ragioni storiche: il Novecento si è aperto con un attacco violentissimo condotto dalle avanguardie contro la filosofia del museo. Basti pensare ai futuristi, ai dadaisti. L’altra faccia del fenomeno è il crescente bisogno di riaffermare la centralità del museo, il bisogno di un punto fermo, di uno spazio che sia presente nella realtà ma che isoli alcuni elementi e li consegni a una dimensione senza tempo. È una sorta di stilizzazione museale delle creazioni, ma anche la sempre più diffusa esigenza di chi lavora in altri settori di fermare il tempo, il bisogno di racchiudere oggetti, segni e gesti anche ordinari in una cornice che li stacchi dal presente”

Un nuovo concetto di museo: tra esperienza, memoria e spettacolo
Tra i simboli più curiosi della musealizzazione estrema rientrano le realtà che nascono fuori dai circuiti istituzionali e accademici, e che trovano invece senso nell’affettività, nell’ironia, o persino nell’assurdo. È il caso del Museo delle Relazioni Interrotte di Zagabria, che ospita una collezione di oggetti comuni (scarpe, lettere, regali, peluche) donati da ex amanti. Ogni oggetto è accompagnato da una storia, breve o struggente, ironica o lacerante, che lo trasforma in frammento di vissuto, in testimone discreto di un’emozione passata.
Non è tanto l’oggetto in sé a contare, quanto il sentimento che lo ha animato, e la capacità del museo di far risuonare quelle storie nel visitatore. In Austria, invece, il Nonseum ribalta completamente la logica della funzione: è un museo interamente dedicato a invenzioni inutili, surreali, progettate per non servire a nulla. Lì l’oggetto museale non ha alcuna pretesa di utilità né di bellezza, ma rivendica con fierezza il diritto al nonsense. È uno spazio giocoso e anarchico, che smaschera con leggerezza il culto dell’efficienza a tutti i costi.

Negli Stati Uniti, in Massachusetts, il Museum of Bad Art raccoglie opere considerate “brutte”, fallite, improbabili. Un luogo che gioca con i canoni estetici tradizionali e ne mette in crisi l’autorità: perché mai dovremmo esporre solo ciò che è riuscito, perfetto, celebrato? Cosa dice davvero un’opera “sbagliata” del nostro modo di giudicare l’arte? Non manca chi spinge ancora più in là il confine tra cultura e corpo. Il Museo Fallologico islandese, ad esempio, espone peni di ogni specie animale, compreso, pare, un esemplare umano. L’allestimento, a metà tra lo scientifico e l’assurdo, è una riflessione, non priva di ironia, sulla virilità e l’ossessione per l’anatomia come esibizione.
Il corpo, del resto, è protagonista anche altrove. A Nuova Delhi, il Toilet Museum propone una ricognizione storica e antropologica sulla toilette: da simbolo di civiltà a problema igienico globale. E in Thailandia, un intero museo è dedicato ai preservativi: un modo per raccontare l’evoluzione del rapporto tra sesso, scienza e tabù, con un approccio tanto educativo quanto performativo. Poi ci sono i musei dell’esperienza, pensati per stimolare tutti i sensi e progettati per diventare virali.

A Dubai ha aperto il Museum of Candy, tutto dedicato a dolciumi e caramelle, sulla falsariga di una precedente esperienza newyorkese. Un viaggio immersivo tra scenografie ipercolorate, installazioni zuccherose e spazi concepiti per essere fotografati. Qui la collezione è secondaria, se non inesistente: conta il coinvolgimento, l’interazione, la condivisione social. Il museo diventa un perfetto set per mettersi in evidenza su Instagram e TikTok.
Questi spazi non sempre custodiscono “collezioni” in senso stretto: spesso sono installazioni narrative, dispositivi esperienziali, palcoscenici emozionali. In questo senso, il museo diventa uno strumento di storytelling, più simile a un format teatrale che a un archivio documentale.
Tra cioccolato, giocattoli, carta igienica e persino un Museo della Bora, anche l’Italia si difende bene sul fronte delle proposte alternative. Realtà diversissime tra loro, con in comune la volontà di vestire la cultura del quotidiano di una dimensione pop, condivisa, talvolta dissacrante.
Democratizzazione o inflazione del significato?
Questa esplosione di musei “altri” ha implicazioni profonde. Se da un lato, la musealizzazione estrema mette in evidenza come ogni storia possa essere raccontata, dall’altro, si rischia una saturazione simbolica. Se tutto è museo, nulla è più museo davvero. Se ogni oggetto diventa degno di essere esposto, cosa resta fuori? Il rischio è che il concetto stesso di “valore culturale” si svuoti, che il museo perda la sua funzione critica e si trasformi in un parco tematico dell’insignificanza, con vista su TikTok.
“Ogni museo – conclude Trione – nasce da un gesto in qualche modo violento. Anche quelli tradizionali si basano su un atto di ‘violenza’: affreschi, pale d’altare e altro che vengono ‘spostati’ per essere musealizzati. Il museo nasce sempre da un’operazione che, in qualche misura, è di cancellazione del contesto per riportare tutto in un’altra dimensione. Il problema non è demonizzare questa mania di musealizzazione diffusa. È un processo in atto, diventa complesso fermarlo, ma è necessario maturare conoscenze museografiche specifiche relative ai prodotti che si vogliono esporre e catalogare. Il tema della tutela, conservazione e archiviazione va assolutamente esplorato. Va trovata un’altra forma di museografia applicata a questi prodotti”.





