Museo di sabbia. Da Caravaggio a Picasso, la storia dell’arte come non l’avete mai vista


Da un medaglione invetriato di Della Robbia alla Madonna del Parto di Piero della Francesca. Da Il seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio alla statua di Ermione di Giulio Romano fino a raggiungere l’iconico Quarto stato di Pellizza da Volpedo, o La sposa del vento di Oskar Kokoschka. E ancora: La casa dell’impiccato di Paul Cézanne, L’età matura di Camille Claudel. Un nuovo libro racconta la storia dell’arte in modo estremamente originale.

Si intitola Museo di sabbia, Scorciatoie narrative (Del Vecchio editore, 262 pagine), ne è autrice Giovanna Di Marco, storica dell’arte, docente di Lettere, ha collaborato per anni con associazioni per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, vive e lavora a Palermo. Il libro è diviso in tre sale, ciascuna dedicata a un’epoca diversa – Medioevo, Età moderna, Età contemporanea – proprio come un museo, e in ciascuna sala ogni racconto porta il titolo di un’opera d’arte (quadro, scultura, affresco, altare, monumento funebre, statua). Alcune celebri di Brunelleschi, Antonello da Messina, Bellini, Caravaggio, Giulio Romano, Bernini, Velázquez, Klimt, Kokoschka, Picasso, Guttuso, altre meno, tesori nascosti come la chiesa di San Giovanni in Sinis, la Madonna assisa in trono del Maestro di Castelsardo, il rinascimentale monumento funebre di Adelasia del Vasto nella cattedrale di Patti.

L’autrice esce ed entra dai generi: epistolare, quando ad esempio in omaggio alla Maria Bellonci di Rinascimento Privato, scrive la lettera di Botticelli ad Isabella D’Este, monologante, e i generi – storico, giallo, realistico, fantastico, I luoghi sono molto spesso la Sicilia, la odiata-amata Palermo, ma anche Firenze, la Sardegna, Venezia, la Londra elisabettiana e la Madrid barocca. L’abbiamo intervistata, per capire come nasce l’idea di questo particolarissimo manuale di storia dell’arte sui generis e che cosa vi si trova all’interno.

Giovanna Di Marco

Ci racconta come nasce l’idea del libro?

Il libro nasce dal bisogno di raccontare alcune opere d’arte a modo mio. Volevo a scrivere di arte e letteratura insieme, per me complementari e imprescindibili. Desideravo che l’arte ritornasse alla vita, mostrasse la vita. Gli spunti erano diversi, come diverse erano le problematiche delle opere d’arte: di alcune mi interessava l’aspetto iconografico, di altre la committenza o il loro fortuito ritrovamento. Ma anche chi le avesse realizzate, la sua voce o chi vi fosse rappresentato. Volevo avessero la forma di narrazioni concise. Dove di volta in volta, un’opera agisce da scorciatoia, quasi generasse una realtà parallela in cui vivere. Ho optato per il racconto, che, nella sua velocità e completezza, riesce a restituire la visione di un’opera come se fosse una visita al museo.

Come sono state scelte le opere?

Alcune mi ossessionavano da anni e ho scritto prima di loro. Poi ci ho preso gusto e ho iniziato a pensare anche ad altre. Ad un certo punto però mi sono dovuta fermare: stava diventando una mania, quella di declinare in racconto le opere d’arte! Dovevo dargli una compiutezza. Così è nato il libro che costruisce, con questo sistema, un museo impossibile che, come la sabbia, si dissolverà.

Il museo di sabbia, appunto. Ci dici qualcosa su questo titolo borghesiano?

Libro di Sabbia è una raccolta di racconti di Jorge Luis Borges che parla di un libro infinito senza inizio né fine, simile alla sabbia. Stupefacenti labirinti onirici in cui smarrirsi, incantati dal potere delle parola, finzioni e citazioni, con una serie di giochi di specchi, di sorprendenti doppi. Come dicevo prima, ci sono ancora tante opere d’arte che mi ossessionano, tante che potrei non finire mai come Sharazade di raccontarle.

Ricordi il primo dipinto che ti ha colpita profondamente?

Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Mio padre era socialista, il socialismo era il suo mito e da bambina, prima che mi addormentassi, invece delle favole mi raccontava le storie socialiste come un’epica. Quel quadro che tanto amava però mi metteva tristezza, mi sembrava un . Non lo so, mi veniva da piangere se lo guardavo. Mia madre tolse il quadro e lo andò a nascondere nello sgabuzzino. Fu dopo che scoprii la tragica parabola esistenziale del suo autore (Pellizza si suicidò nel 1907 per la disperazione in seguito alla morte della mogie e del figlio, ndr). Sin da bambina, forse avevo intravisto quella sofferenza occulta, anche se non ne conoscevo la ragione.

Quali sono invece i tuoi “maestri letterari”

Tanti maestri anche lontani e avversi tra loro. Ma, nella declinazione dell’arte in narrativa, sicuramente spicca Anna Banti, scrittrice, critica e storica dell’arte italiana, allieva e poi moglie del grande Roberto Longhi. Il suo libro capolavoro è Artemisia in cui rievoca la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi uscito nel 1947. Anna Banti (cambià il suo vero nome, Lucia Lopresti, non le piaceva ) combina magistralmente elementi storici, finzione narrativa e riflessioni profonde sull’identità e la condizione femminile. Con una prosa elegante e poetica. In un mescolarsi di autobiografia e biografia, con un esito sorprendente, in una segreta sorellanza. Fin dall’incipit – “Non piangere” – le due voci sono infatti sovrapposte, la Banti riflette su se stessa e dialoga idealmente con il suo personaggio. Poi, in questo senso ancora ci sono Maria Bellonci, Thomas Bernhard, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo.
Da Gesualdo Bufalino proviene una delle due epigrafi: “Sai quei pittori che si dipingono dentro il quadro e ne sono a un tempo dentro e fuori? Ebbene, lo stesso vale per te. Tu non sei uno di noi e lo sei”. Gesualdo Bufalino a sua volta in Diceria dell’untore, si era rispecchiato nel grande affresco del Trionfo della Morte, oggi conservato a Palazzo Abatellis. Ne fa un uso letterario per descrivere la desolazione della città e per riflettere sul tema della morte e della condizione umana.

Quali sono gli strumenti imprescindibili per uno storico dell’arte?

Gli occhi. L’occhio destro e l’occhio sinistro, come diceva Longhi. Vedere, vedere, vedere. Dunque, la possibilità di viaggiare, vedere le opere direttamente. Le fotografie servono per ricordarsi i dettagli, ma non possono essere uno strumento sostitutivo. Le fonti e documenti. Comprenderne il significato culturale e storico delle opere, e ricostruire il contesto in cui sono state create. La comparazione. Io faccio un altro lavoro, adesso, sono una docente. Se ho una qualche dote è la mia propensione a connettere cose lontane tra di loro.

A cosa serve l’arte?

L’arte insegna a vedere il mondo con occhi nuovi.

Il libro di Anna Banti dedicato ad Artemisia Gentileschi, tra i miti letterari dell’autrice.

Cosa rende speciale una visita al museo nell’era di internet?

Lo dicono ormai decenni di studi condotti a livello internazionale, la passeggiata in un museo abbassa i livelli di stress, regala una sensazione di benessere, catalizzando sentimenti di meraviglia, curiosità. la consapevolezza di aver appreso qualcosa dopo una visita, qualcosa che non lo abbonderà più. La neuroscienza lo dimostra: quando contempliamo un capolavoro si attiva l’area celebrale del piacere.

Quale consiglio per visitare un museo? È necessario davvero vedere tutte le sale, tutti i quadri, leggere tutte le didascalie e i pannelli per dire di aver capito e visitato l’intera esposizione? Oppure, più importante seguire l’istinto di ciò che ci piace?

Dipende dalla propria sensibilità, ma anche dalla cultura. E dal tempo a disposizione. Ognuno si prenda il tempo che serve: un minuto, un’ora. E non deve piacerci tutto. Per quasi tutti, però, le motivazioni sottostanti alla visita sono da ricondurre principalmente alla volontà di “imparare qualcosa” e al desiderio di “vedere cose belle”. L’arte ci invita a un’interazione diretta, l’esperienza artistica è prima di tutto emotiva e istintiva, piuttosto che intellettuale. La lettura delle opere d’arte, però non può fermarsi a un livello di “bello-brutto-meraviglioso-eccetera.” Dovrebbe scattare la curiosità storica, la motivazione ad approfondire, non solo vedere con gli occhi. Se conosciamo almeno parzialmente la storia, il contesto la biografia di un artista, possiamo comprendere il suo mondo. Farci un idea di come quel mondo abbia plasmato il suo modo di vedere di pensare e di esprimersi attraverso l’arte. Studiare storia dell’arte è studiare il pensiero dell’uomo, la sua evoluzione, il suo cambiamento. È studiare l’umanità.

Il selfie davanti ad un opera d’arte. Da pubblicare immediatamente sui social. Cosa ne pensi?

Recente fatto di cronaca. Un turista in visita alle Gallerie degli Uffizi di Firenze, per farsi un selfie è finito contro un dipinto del Settecento, il Ritratto di Ferdinando de’ Medici gran principe di Toscana, di Anton Domenico Gabbiani (1712), provocando un danno. Di episodi analoghi il mondo ne è tristemente pieno. Ovviamente non è il selfie, il problema. Credo non ci sia nulla di male a farsi delle foto con il telefonino e che in qualche modo ci portiamo a casa un’esperienza di bello e di artistico. Serve però educazione e rispetto, con un po’ di buon senso, per tutelare il patrimonio artistico e migliorare l’esperienza di chi lo visita. Non tutto deve essere fotografato, e passare passare il tempo a scattare vuol dire sottrarre attenzione all’opera reale quella che si ha davanti agli occhi e che non capiterà di rivedere ogni giorno.

Una delle ultime mostre che hai visto?

“Attraversamenti”, ospitata a Palazzo Abatellis, che ha messo in dialogo l’affresco quattrocentesco di mano sconosciuta, Il Trionfo della Morte, Guernica di Picasso, nella copia in forma di arazzo realizzata da Jacqueline de La Baume-Dürrbach, e la Crocifissione di Renato Guttuso. La mostra non solo riunisce tre capolavori di enormi dimensioni e intensa visionarietà ma contiene un’ipotesi critica: Pablo Picasso guardò all’affresco palermitano per elaborare la sua Guernica? Ipotesi seducente, persino vertiginosa dinanzi all’assenza di documenti che ne possano confermare un qualche fondamento… Eppure, l’ipotesi non smette di accendere l’immaginazione degli studiosi. Guernica e il Trionfo della Morte furono per Renato Guttuso una straordinaria fonte di ispirazione, una dolce ossessione su cui non finì mai di ragionare. Li amò, li studiò, li citò più volte nei suoi dipinti, e da sempre ne avvertì la somiglianza, una convergenza intima.

1 commento

  1. Bravissima l’intervistatrice Cristina Tirinzoni è bravissima la talentuosa e affascinante scrittrice che ,tra Borghes e Bufalino, e tanti capolavori pittorici, ci racconta tante storie . Anche le sue storie.

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