Norina, Salomé, Medea. Identità forti e indimenticabili di alcune tra le principali eroine dell’opera lirica che prendono vita e forma attraverso i costumi e la maestria delle artiste che le hanno vestite. Fino al 30 giugno 2026, la Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Napoli ospita “Vestire la musica. Costumiste italiane all’Opera”, la mostra che porta fuori dal teatro il costume operistico, un linguaggio creativo raramente osservato fuori dal contesto del palcoscenico teatrale. In mostra, abiti, accessori e bozzetti di alcune delle costumiste più influenti della scena italiana — Santuzza Calì, Marianna Carbone, Daniela Ciancio, Zaira de Vincentiis, Giusi Giustino, Vera Marzot, Odette Nicoletti e Franca Squarciapino — accanto ai lavori degli studenti dei corsi di Tecniche sartoriali dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.

La mostra è l’atto conclusivo di “Casta Diva – An International Research and Production Digital Platform on Women in Italian Musical Theatre”, progetto finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del PNRR – NextGenerationEU, con capofila il Conservatorio “Alessandro Vivaldi” di Alessandria. Dodici istituzioni distribuite sul territorio nazionale hanno lavorato attorno a un obiettivo comune: studiare, valorizzare e restituire piena visibilità al ruolo delle donne nel teatro musicale italiano. L’Accademia di Belle Arti di Napoli ha scelto di focalizzare il proprio contributo sulla figura della costumista nell’opera lirica, con l’obiettivo di riconoscere pienamente la centralità di tante artiste e professioniste, in una progettualità complessa, nella quale si intrecciano ricerca storica, invenzione figurativa, sensibilità drammaturgica, padronanza sartoriale e conoscenza della scena. “Vestire la musica – afferma Marianna Carbone, costumista e coordinatrice del progetto ‘Casta Diva’ – non intende soltanto presentare il lavoro di artiste decisive per la scena italiana: vuole riconoscere il costume come ambito autonomo di studio, pratica progettuale e trasmissione didattica”.
La mostra è curata da Marianna Carbone, Federica De Rosa e Zaira de Vincentiis. Il punto di partenza è una storia che appartiene all’Accademia stessa: qui, negli anni ’70, fu istituita la prima cattedra italiana di Costumistica e tecnica del costume, affidata a Odette Nicoletti, da cui prese forma una vera e propria scuola napoletana di costume teatrale. Nella continuità tra le generazioni, dalle costumiste agli studenti dell’Accademia, uno degli assi portanti di tutto il progetto. “L’attenzione che l’Accademia di Belle Arti di Napoli ha riservato a questo campo – sottolinea Federica De Rosa, storica dell’arte e curatrice della mostra – si inserisce in una tradizione consolidata, che muove dalla Real Scuola di Scenografia, istituita nel 1816, fino alla costituzione, nei primi anni Settanta del Novecento, della prima cattedra di Costumistica e tecnica del costume, voluta dall’allora direttore Franco Mancini e affidata a Odette Nicoletti”.

“Il costume – spiega ad ‘Artuu Magazine’ Zaira de Vincentiis, costumista napoletana, tra le figure più autorevoli del costume teatrale italiano contemporaneo e tra le curatrici della mostra – ha chiaramente la sua vita nella scena, però ha anche un’identità fuori. Evoca attraverso le materie, i colori. Esiste una vibrazione che è anche al di fuori del contesto per cui è stata creata.” Togliere i costumi dal contesto del teatro significa poterli leggere come oggetti di ricerca autonomi: forme che portano la storia dell’epoca in cui sono nati, il punto di vista di chi li ha immaginati, un linguaggio ogni volta scelto per dare corpo a un personaggio, a un’emozione.
I materiali esposti provengono da fonti eterogenee e raccontano, ciascuno a modo suo, una storia di cura e salvaguardia. Dall’archivio “Gli Alberi di Canto” del regista Mariano Bauduin arrivano costumi realizzati dalla sartoria GP11 di Roma tra gli anni Ottanta e il 2010. Abiti che sarebbero stati dismessi quando la sartoria annunciò la liquidazione dei propri magazzini, e che Bauduin scelse di rilevare e preservare, in quello che de Vincentiis descrive senza esitazione come un atto “eroico”. Accanto all’archivio Bauduin, i costumi conservati dal Teatro San Carlo di Napoli e dal Teatro Regio di Torino che, nel percorso espositivo, entrano in dialogo con le opere della Galleria dell’Accademia, in un confronto che attraversa tempi, iconografie e modelli.
La mostra non separa passato e presente lasciando che epoche, iconografie e sensibilità si confrontino. E in quel confronto emerge, secondo de Vincentiis, un denominatore comune: “La bellezza, il ben fatto, la sapienza di quello che si fa”.

Al lavoro espositivo si affianca una dimensione più silenziosa ma altrettanto sostanziale: la raccolta, l’ordinamento e la digitalizzazione delle fonti confluite nella piattaforma “Casta Diva”, un archivio aperto e consultabile che ospita documenti, immagini, video e schede di ricerca sui bozzetti originali delle costumiste in mostra, oltre a interviste a costumiste e professionisti del mondo operistico. Nello stesso orizzonte si colloca il documentario “Musa di Nessuno. Costumiste italiane nell’opera lirica”, ideato da Marianna Carbone e diretto da Pasquale Napolitano: quattro episodi che danno voce a Santuzza Calì, Zaira de Vincentiis, Giusi Giustino e Odette Nicoletti, restituendo la complessità di un ambito in cui il fare coincide con un sapere spesso trasmesso per esperienza diretta, per prossimità e per pratica condivisa.
A chiudere il percorso, una riflessione più personale di Zaira de Vincentiis restituisce il legame profondo tra costumista e personaggio. “Non potrei mai – spiega – mettere in scena qualcosa che non appartenga davvero al palco: è un principio che condivido con molte colleghe. Ogni personaggio richiede un ascolto autentico. Alcuni ritornano nel tempo, ma ogni volta chiedono uno sguardo nuovo. Con Norina del ‘Don Pasquale’, invece, è stato diverso: è stata una scoperta. Attraverso di lei ho potuto esprimere una parte più leggera del mio linguaggio, più giocosa, più spiritosa”.


