Mi trovo in Spagna, vicino Valencia, immersa in una bellezza ostinata, selvaggia, intrisa dell’odore di aranceto in frutto, di una natura umida, accogliente, fertile. Scrivo da una grande casa coloniale antica la cui identità potremmo definire residenza d’artista, nata dal genio creativo di un uomo che non ha potuto rinunciare alla Natura, al suo richiamo ancestrale. Come poter descrivere la storia o, ancor meglio, il presente di questa possibilità creativa che viene offerta se non dal proprio interno?
I primi progetti sperimentali di Residenze Artistiche o Artists Colonies nascono intorno al 1900, quali realtà collettive che riuniscono artisti di varia natura in spazi abitati, ove è presente uno scambio continuo di idee, opinioni, opere e influenze artistiche. Ciò che però contraddistingue sin dagli albori la volontà creativa ed esistenziale di riunirsi in comunità artistiche è l’accettazione totale della necessità nel mondo dell’arte di un interscambio continuo: fra l’artista e il luogo in cui vive, fra l’Io nella comunità, fra l’opera e lo sguardo che osserva.
Sia che la residenza d’artista si definisca come privata o finanziata da progetti pubblici, emerge chiara e distinta l’efficacia di una comunanza abitativa come generatrice di idee. E se si indaga ancora di più sottilmente sulla natura di tali sperimentazioni, grande protagonista e sostenitrice del lavoro d’artista in tal senso diviene la Natura. Ciò che spinse i primi artisti a riunirsi in comunità creative fu il desiderio quasi malinconico di vivere in una natura incontaminata, come se il richiamo bucolico di Virgilio risuonasse ancora come eco nel presente.
Perché la Natura ritorna e perché assume un carattere primario nella vita d’artista in cerca di? Forse che, in un mondo occidentale come il nostro, l’artista percepisca più di tutti, proprio perché inserito in un circuito elitario, la pura volontà di liberarsi dai costrutti, di ri-trovare la propria identità, la propria personalissima funzione creativa. Ogni giorno osservo i miei compagni di vita creare e anche io creo insieme a loro, ma la mia opera è fulminea mentre la loro materiale e tangibile.
Una ragazza mi ha sussurrato “forse ciò che definisce il nostro lavoro è il tempo”, parlavamo di come trasportare le opere a Berlino, senza nessuno che potesse spedirle, a mano, sudando e faticando perché la propria arte in fondo è la vita. L’artista è colui che percepisce una necessità e la rende manifesta, quale che sia la sua forma, ha bisogno di emersione, superfici interiori, di essere visto, guardato. Ed io osservo, abito con loro, sono guardiana della Terra e dell’Arte in questo luogo in cui la sacralità dell’atto creativo si percepisce in ogni istante.
Forse è questo che cercavano i primi artisti, riunitisi in comunità, esplorando l’ambiente che li ospitava, navigando all’interno del proprio Sé, liberi di creare, senza preconcetti. Le residenze artistiche offrono uno spazio a coloro che lo vogliono occupare. Credo non ci sia nulla di più poetico che questo. E allora creiamo, viaggiamo, camminiamo nel mondo, consapevoli che ancora esistono luoghi indipendenti, in cui personalità e sorrisi si incontrano, in cui opinioni sull’arte, parole e movimenti divengono tracce di sé, nel sentimento di un luogo che a poco a poco diventa il proprio.
Mi sento di consigliarvi un libro, forse perché lo sto leggendo in questo momento, o perché è ambientato negli stessi anni in cui negli Stati Uniti e in Germania nacque l’idea per questo tipo di comunità transitorie. Vita nei boschi di Henry David Thoreau parla della Natura, dell’essenziale, di tutto ciò che abbiamo dimenticato. Quando penso all’arte nella sua minima essenza mi sento così, in pace, sdraiata su un letto morbido d’erba, attorniata da opere nate dallo Spirito Creativo. C’è necessità di esporre quando la Natura offre il suo spazio?




Bellisimo! Gracias por compartir