A Venezia, in Calle Pesaro 3922, fino al 30 settembre le sculture di Irene Cattaneo trasformano un giardino privato in uno spazio surreale. Il Giardino Segreto, titolo dell’installazione realizzata in collaborazione con Lo Studio – Nadja Romain e Galerie Gastou, rimanda all’omonimo film realizzato negli anni Novanta e apre uno spazio altrimenti chiuso al pubblico. Come nel romanzo di formazione, così come nella pellicola e nelle sculture di Irene Cattaneo, il giardino costituisce una realtà parallela, un’esperienza liminale tra il mondo reale e quello fantastico.
Esposte nel cortile, le sculture dialogano con la natura e con un’atmosfera caratterizzata proprio da questo stato di soglia. Da un lato, il passaggio del tempo e degli eventi meteorologici si rivelano sulle patine in bronzo; dall’altro, l’intera composizione all’interno del giardino crea una situazione sospesa, dall’aria immobile. Esiste allora una tensione continua, tra ciò che è immutato, statuario – come le sculture – e ciò che è vivo e ciclico – come la flora e la fauna interne al cortile.
Immerse in questa atmosfera a mezz’aria, ho chiesto all’artista Irene Cattaneo la sua percezione del giardino, la sua prospettiva sulle sue opere e il suo legame con l’artigianato locale nella realizzazione delle sculture.

Il titolo della mostra, Il giardino segreto, richiama il testo del 1910 di Frances Hodgson Burnett e le successive trasposizioni cinematografiche e visive realizzate nel tempo. Quali elementi ritieni di condividere con quelle restituzioni precedenti?
Io più che sul libro mi sono basata sul film, quello degli anni ’90: era la mia memoria d’infanzia e mi aveva colpito profondamente da bambina. L’ho rivisto quando stavo per diventare madre e molte tematiche mi hanno fatto pensare a ciò che stavo vivendo in quel momento. Non solo l’infanzia, ma anche il rapporto tra genitore e bambino e il tema del rischio legato al bambino. Quell’emozione è stata intensa, tanto da sentire di doverla trasmettere perché era completamente nuova per me. Io non ho mai avuto paura di niente. Era la prima volta che provavo paura nella vita. Credo di essere riuscita a comprendere meglio quell’elemento del film riguardandolo da madre.
Un altro aspetto che ho iniziato a vedere in modo diverso da quando sono madre è l’idea di avere qualcosa di segreto, intimo e protetto. Infine, gli elementi del gioco e della memoria sono quelli che ho voluto maggiormente condividere nelle installazioni di The Secret Garden.
Tradotto talvolta come giardino incantato, il giardino segreto assume una valenza magica che altera lo svolgimento degli eventi e sospende la narrazione. Anche nella forma delle tue sculture emerge un aspetto magico e sospeso. Come dialogano le tue opere con questa dimensione magica?
Esatto. Dal punto di vista estetico, nella scultura cerco sempre un punto difficile da trovare, a metà strada tra l’organico e il futuristico. Voglio una forma capace di toccare chi guarda l’opera perché la natura ha un richiamo universale e primordiale. L’arte, secondo me, deve anche far sognare ed essere una fuga dalla realtà. Per questo, cerco sempre di aggiungere a quell’elemento di organico un elemento un po’ distopico, accoppiando degli elementi inaspettati per non cadere nell’imitazione.
Anche il processo di realizzazione rispecchia questa scelta. Per esempio molti artisti usano la cera persa per trasformare un fiore in bronzo esattamente com’è; io non l’ho mai fatto perché preferisco aggiungere un elemento fantasy. Il bucaneve presente in mostra è riconoscibile come fiore, ma interpretato in un modo che appartiene a un mondo di fantasia. Che poi, è anche il mondo dei bambini. Questo rimanda di nuovo al tema del giardino e a ciò che volevo suscitare nello spettatore.

Il giardino segreto a Venezia offre la possibilità di vedere uno spazio intimo e raccolto, normalmente non aperto al pubblico. Quanto è importante per te questa dicotomia tra pubblico e privato?
Questo è stato uno dei motivi che mi ha spinto a cercare una dimensione segreta da scoprire. Per molte persone il giardino può essere un elemento decorativo; per me rappresenta invece uno spazio di riscoperta, in continua evoluzione, dove si dialoga e dove tutto cambia ciclicamente. Volevo trasmettere quell’emozione attraverso un luogo che fosse raccolto: dentro ci sono installazioni intime, quindi non volevo che fosse accessibile a chiunque, ma allo stesso tempo desideravo che venisse visto. È stato un equilibrio difficile, e questo spazio incarna proprio quel bilanciamento. Volevo che fosse uno spazio per chi ha voglia di scoperta. Infatti, anche se privato, invito tutti a entrare. In questi mesi sono entrate tantissime persone da tutto il mondo: non tutte interessate all’arte, ma anche solo curiose del giardino.
La scelta di esporre le sculture in uno spazio aperto implica il rischio di deterioramento. Fa parte del progetto?
Sì. Le patine del bronzo sono pensate proprio in relazione al tempo. Molte superfici si ossidano, quindi ho scelto patine già scure come punto di partenza, sapendo che ci sarebbe comunque stata qualche variazione nel tempo. Credo che questo cambiamento sia bello: permette di vedere il passare del tempo e rende l’opera viva. Anche l’acqua è importante per il giardino. Oltre al valore simbolico – per me l’acqua è un elemento fondamentale -, in questo contesto crea atmosfera con il suono, l’odore e i riflessi sulle mura. Qui ci sono anche molti animali: l’altro giorno un gabbiano si è fatto il bagno nel pozzo; c’è sempre un merlo – che mi ricorda il pettirosso de Il giardino segreto – che probabilmente ha un nido qui vicino.

In occasione del progetto Murano Illumina il Mondo – che invita artisti a reinterpretare l’arredo del lampadario in collaborazione con le fornaci di Murano – una tua opera è stata selezionata lo scorso novembre. Quanto conta, per te, la collaborazione con realtà artigianali locali?
Per me è fondamentale. Sono metà tedesca e metà italiana, ma ho lasciato l’Italia a 18 anni e se non fosse stato per l’artigianato non sarei mai tornata. L’artigianato mi dà la possibilità di realizzare le opere poiché purtroppo non sono completamente autonoma nella produzione, e il lavoro con gli artigiani è essenziale. Anche se all’esterno il mio lavoro può sembrare funzionale la mia forza nasce prima di tutto dall’idea, e poi dalla gestione dei rapporti umani con gli artigiani – un aspetto spesso complicato ma straordinariamente appagante quando si instaura fiducia reciproca.
Proprio questi rapporti mi hanno spinta verso nuove opere poiché gli artigiani, conoscendo a fondo materiali e processi mi hanno spinta a sperimentare. Il rapporto con l’artigiano, in particolare del vetro, è molto tanto emotivo e umano poiché non ci sono parametri tecnici fissi se non l’intesa. Questo è anche uno dei motivi per cui amo Venezia: qui ho incontrato persone meravigliose che mi hanno arricchito molto dal punto di vista personale.




