Gaber – Mi fa male il mondo è un’esplorazione nell’universo creativo, narrativo, etico e letterario di due grandi autori del teatro e della canzone. Per anni Giorgio Gaber e Sandro Luporini hanno radiografato con acume, spietatezza e ironia, ma pure con grande partecipazione emotiva, le mutazioni della nostra società e degli individui che la abitano. Lo spettacolo vuole ritornare alle radici dell’ispirazione di queste opere in musica, entrando metaforicamente, e a distanza di anni, nello studio/laboratorio/pensatoio dove Gaber e Luporini hanno agito e prodotto pensiero per più di quarant’anni.
In una nera stanza stile Novecento, con le pareti tappezzate di giornali e sacchi, pagine di giornali e pianoforti accatastati in scena, Neri Marcorè torna a celebrare il ricordo di Giorgio Gaber con “GABER – Mi fa male il mondo”, un’opera con regia e drammaturgia di Giorgio Gallione. Lo spettacolo si rifà al teatro canzone, un genere teatrale ideato proprio da Giorgio Gaber e Sandro Luporini* negli anni Settanta, che unisce prosa, soprattutto monologhi, e canzone per generare un unico narrato, con tratti di forte impegno sociale. Esiste anche un album omonimo, che Gaber registrò nel 1992 proprio al Teatro Carcano di Milano, dove va in scena la pièce di Gallione durante la sua tappa milanese del tour italiano.

Con la sua solita voce morbida e il suo savoir faire pacato ed educato, Neri Marcorè in completo nero e camicia rossa recita il suo omaggio al Signor G*, destreggiandosi tra le battute di prosa, le citazioni da Italo Calvino, Enrico Berlinguer, Lucio Dalla e Gianni Rodari e alcuni tra i più noti brani di Gaber, qui riarrangiati per il pianoforte da Paolo Silvestri ed eseguiti dai quattro giovani pianisti Eugenia Canale, Lorenzo Fiorentini, Eleonora Lana, Francesco Negri.
Dichiara Silvestri:“Mi ha sempre colpito e affascinato la regolarità di Gaber che ogni estate, insieme a Luporini, scriveva le canzoni dello spettacolo successivo. È un modo di operare che mi ricorda quello dei compositori classici. […] Per questo motivo, anche se le sue canzoni sono nate alla chitarra, quando penso al suo lavoro mi viene in mente il pianoforte, che nella storia è stato lo strumento dove i musicisti hanno scritto per orchestra e per ogni sorta di formazione strumentale e vocale, e naturalmente, dove hanno immaginato il teatro musicale. Il pianoforte è come la macchina da scrivere per uno scrittore. In questo spettacolo ce ne sono addirittura quattro: abbiamo moltiplicato quest’idea, formando una vera e propria orchestra di pianoforti.“

Tra i brani stupendamente eseguiti da questa orchestra di pianoforti troviamo “Mi fa male il mondo” , “La festa”, “Non importa come”, “Gli inutili”, “L’odore”, “La peste”, “Si può”, “La nave”, “Qualcuno era comunista”, seppur diplomaticamente epurato dal rigo Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana, “Io se fossi Dio” e “La strada”.
L’ecletticità di Marcorè è già nota al pubblico e non viene affatto smentita in “GABER – Mi fa male il mondo”, che ha il pregio più unico che raro di essere uno spettacolo che avrebbe potuto durare decine di minuti in più senza stancare un pubblico entusiasta e partecipativo, anche se manca all’attore marchigiano l’energia e la mimica di Giorgio Gaber e anche l’ironia della denuncia del conformismo e della continua autoassoluzione della società è un po’ troppo pacata per essere graffiante come in origine.
C’è tanta nostalgia in scena, che forse sopprime il monito alle generazioni future e la riflessione sul presente che Gaber e Luporini hanno sempre voluto trasmettere durante i loro spettacoli. In ottanta minuti senza intervallo, non si può avere tutto.




