Netflix, like, scroll: anatomia del lavoro invisibile nell’economia dell’attenzione

Nell’economia digitale contemporanea, il confine tra lavoro e tempo libero si è dissolto. Non più circoscritta a fabbriche, uffici o studi professionali, la produzione di valore permea ogni momento della vita sociale e culturale. Guardare Netflix, scorrere feed social, mettere like o condividere contenuti non è più intrattenimento neutro: diventa lavoro produttivo, invisibile e monetizzabile. C’è un termine che spiega questo: utilizzato da Maurizio Lazzarato nell’omonimo libro, il “lavoro immateriale”; il concetto spiega come le attività cognitive, affettive e relazionali degli individui vengono valorizzate e catturate dal capitale e di conseguenza trasformano il tempo libero e di godimento in tempo produttivo.

Lazzarato descrive con precisione come il lavoro immateriale sia una forma di produzione in cui il valore non nasce più da una fabbrica fisica ma dal sapere generale (a volte chiamato anche general intellect, riprendendo Marx), dall’attenzione e dai dati che ciascun individuo genera. Dal modello post-fordista si nota come la giornata lavorativa sia diventata porosa, estendendosi oltre quelli che erano gli spazi del tradizionale lavoro salariato.

Oggi il lavoratore autonomo – o più in generale l’utente generale contemporaneo – lavora costantemente, anche mentre si riposa o si diverte. Questo succede perché ciò che guardiamo, commentiamo, condividiamo o apprezziamo online entra in circuiti economici complessi: le piattaforme digitali registrano e analizzano movimenti, comportamenti e preferenze trasformandoli in profitto; in questo modo ogni clic o minuto passato davanti a uno schermo è a tutti gli effetti lavoro, che genera guadagno, seppur invisibile.

Se prendiamo in analisi la piattaforma di Netflix, vediamo come questa non si limiti a fornire contenuti video, ma traccia il tempo di visione di ogni utente, i titoli selezionati, le pause, i film completati o abbandonati a metà etc. Questi dati alimentano algoritmi di suggerimento personalizzati, ottimizzano la produzione di nuovi contenuti e aumentano l’engagement. In altre parole, il tempo di consumo diventa input produttivo dove l’utente crea dati e profitto semplicemente esercitando i propri gusti e le proprie abitudini. 

Lo stesso accade sui social network dove ogni like, commento, condivisione o visualizzazione genera informazioni per la pubblicità targettizzata, trasformando le interazioni in capitale simbolico e materiale e alimentando algoritmi che modellano la nostra esperienza quotidiana. Il paradosso qui è evidente: ciò che percepiamo come intrattenimento è in realtà parte di un processo di valorizzazione capitalistico. Lazzarato sottolinea come, nell’era del lavoro immateriale, non sia più possibile distinguere nettamente tra tempo di lavoro, tempo di produzione e tempo di godimento.

Il lavoro non si misura più solo in ore salariate o oggetti prodotti, ma in capacità cognitive e affettive, in informazioni e dati generati dall’uso della tecnologia e dalla partecipazione culturale. Guardare un episodio su Netflix, partecipare a una conversazione su Instagram o TikTok non è un gesto neutrale, è un atto produttivo che contribuisce alla grande fabbrica digitale.

L’esperienza delle piattaforme o dei social viene così inserita in un processo di valorizzazione continua, dove l’utente genera valore senza percepire compenso diretto. In questo senso, il lavoro immateriale realizza ciò che Marx chiamava appropriazione del sapere sociale e delle capacità dell’individuo: l’energia cognitiva e affettiva diventa risorsa produttiva per il capitale.

Installation view of Hito Steyerl: Factory of the Sun, February 21–September 12, 2016 at MOCA Grand Avenue. Courtesy of The Museum of Contemporary Art, Los Angeles. Photo by Justin Lubliner and Carter Seddon.

Hito Steyerl rende tangibile questa dinamica nell’opera Factory of the Sun (2015), presentata al padiglione tedesco della Biennale di Venezia. Nell’installazione sono presenti alcuni lavoratori in uno studio di motion capture vedono i loro movimenti trasformati in luce solare artificiale. L’opera fonde generi diversi – documentario, reportage, videogiochi – per esplorare la circolazione globale di immagini e dati. La luce artificiale generata dai corpi rappresenta l’energia estratta dall’attenzione e dai dati delle persone, rendendo visibile ciò che normalmente resta invisibile: la trasformazione del tempo libero in produzione economica.

La metafora allora è chiara: come i corpi dei performer vengono convertiti in energia produttiva, così i gesti, le interazioni e le percezioni degli utenti digitali diventano materia prima per la valorizzazione economica. Il paradosso di un tempo libero reso produttivo apre a implicazioni politiche; come osserva Lazzarato, il tempo libero non è più uno spazio esterno al capitale, ma si trasforma in un vero e proprio campo di conflitto.

Essere consapevoli del fatto che ogni interazione digitale genera profitto può essere il primo passo per resistere o costruire forme di autovalorizzazione autonoma. L’arte contemporanea, come dimostra Steyerl, è uno strumento privilegiato per visualizzare queste dinamiche invisibili. In Factory of the Sun, la luce artificiale prodotta dai corpi non è solo un’immagine dello sfruttamento perché indica anche un’apertura, la possibilità che ciò che il capitale assorbe possa diventare materiale per una consapevolezza critica.

La centralità del lavoro immateriale, quindi, comporta una ridefinizione profonda del concetto di lavoro stesso. Non più solo produzione di beni o servizi, ma cooperazione, comunicazione e produzione culturale che si manifestano come flussi collettivi e reti sociali. Ogni utente digitale diventa parte di una rete di produzione continua: il suo tempo libero alimenta algoritmi, genera dati, modifica comportamenti collettivi, contribuisce a costruire nuovi ambienti culturali e commerciali e il lavoro diventa un fenomeno ubiquitario, esteso alla vita quotidiana.

2 Commenti

  1. Argomento interessante ma che si poteva spiegare con la metá dei paragrafi. Raramente ho letto una tale serie di ripetizioni dello stesso concetto, che certo meritava piú spunti di riflessione senza inutili ripetizioni.

  2. Un contributo prezioso: illumina con chiarezza il paradosso del lavoro immateriale, rendendo comprensibile come l’economia digitale trasformi ogni gesto quotidiano in valore.

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