Il 1992 è un anno storico per l’Italia e per la comunità internazionale tutta. Un gruppo di scienziati guidati da Giacomo Rizzolatti, fra cui Vittorio Gallese, individuano i “neuroni specchio” rivoluzionando gli studi di neuroscienze e neuroestetica. La simulazione incarnata (embodied situation) è un meccanismo di base del nostro cervello grazie al quale plasmiamo la percezione soggettiva del mondo da un punto di vista neurobiologico.
La scoperta dei neuroni specchio ha dimostrato l’esistenza di un fondamento neurobiologico nella modalità di accesso al significato dei comportamenti e delle esperienze altrui. La caratteristica dei neuroni specchio è quella di attivarsi sia quando si esegue un atto motorio, sia quando si osserva un altro individuo eseguire un atto motorio o un gesto simile. Vedere un’azione significa anche simularla con il proprio sistema motorio, nel proprio sistema motorio e perciò si parla di cognizione incarnata.
Il meccanismo dei neuroni specchio, o rispecchiamento, colloca in tal senso l’individuo all’interno della sfera dell’intersoggettività, indagando le modalità di relazione uomo-ambiente e le forme proprie di esperienze percettive, visive e narrative, con le quali quest’ultimo interagisce. Prima ancora che nella seconda metà del XX venisse sviluppata la tecnologia del brain imaging, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), che ha permesso lo studio non invasivo del cervello, già molti storici dell’arte quali Warburg, per citarne uno, avevano messo in luce come l’esperienza dell’opera non fosse fine a se stessa, ma si legasse a dei pattern motori ed espressivi, detti forme del pathos, in grado di parlare all’individuo attraverso i secoli di storia.
La dinamicità di queste forme parlanti ed espressive è connessa alla sopravvivenza delle stesse nella memoria collettiva umana. La neuroestetica, partendo dagli studi sulla psicologia dell’arte e sul legame fra arte e percezione, indaga l’imprescindibile ruolo del corpo nell’espressione creativa e nella sua ricezione. La simulazione incarnata per molti aspetti coincide con il concetto di empatia, ma non si esaurisce in essa. Essa sottende anche la modalità individuale di costruzione spaziale, relazionale, quale base neurobiologica della nostra facoltà di immaginare.

Vittorio Gallese e Michele Guerra pubblicano nel 2015 il libro “Lo schermo empatico”, intessendo una summa delle ricerche sulla cognizione incarnata in relazione al mondo cinematografico e alle modalità di visione dell’opera. Perché ci commuoviamo mentre guardiamo un film, pur sapendo che esso è una finzione? Queste e tante altre domande costituiscono il punto di partenza per le ricerche esposte.
L’apporto delle neuroscienze nella psicologia dell’arte costituisce una delle ultime frontiere da attraversare per poter comprendere maggiormente lo stretto legame tra tecnologia ed esperienza artistica. La realtà aumentata, ad esempio, permette un’esperienza sensoriale e percettiva in grado di toccare nel profondo le modalità di relazione dell’essere con l’ambiente circostante, in un’ottica di rispecchiamento motorio basato sul meccanismo neuronale individuale e in tal senso condiviso.
Il Centro ATLAS Onlus di Perugia (officina della creatività: spazio di inclusione, crescita, formazione e ricerca) studia e lavora per far sì che i nuovi mezzi multimediali e tecnologici non siano solo strumenti di isolamento, ma veicoli di espressione e relazione profonda. Nei numerosi anni di ricerca, grazie ad un team di artetereapeuti e ricercatori, hanno sviluppato un innovativo software (Painteraction System) che risponde al movimento consentendo l’espressione creativa e l’interazione dell’immagine realizzata con i movimenti del corpo. Tale applicazione arteterapeutica consente un trattamento delle disabilità mentali, dell’autismo e del ritiro sociale in forme nuove ed efficaci, lavorando direttamente sul meccanismo del rispecchiamento, in una prospettiva di dialogo multisensoriale, creando in tal modo nuove modalità di relazione anche tra paziente-arteterapeuta: lo schermo diviene il mediatore artistico che promuove un contatto emotivo e cognitivo che non sarebbe possibile acquisire unicamente mediante forme verbali.
Simone Donnari, fondatore del Centro ATLAS, nonché presidente dell’Associazione Professionale Italiana di Arteterapia, collabora da diversi anni con Vittorio Gallese e il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma. Il riconoscimento delle possibilità di integrazione che l’arteterapia propone e dell’utilizzo del mezzo tecnologico a favore della cura del paziente ha permesso la diffusione in tutto il mondo dell’efficacia di tale metodo nel trattamento dei disturbi dell’individuo.


