Nick Cave a Pompei: un viaggio tra archeologia e lirismo

Domani sabato 19 luglio alle 21:15, l’Anfiteatro degli Scavi di Pompei ospiterà un evento unico: il ritorno in Italia di Nick Cave per un concerto in solo, accompagnato dal bassista Colin Greenwood dei Radiohead. Dopo due decenni dall’unica sua esibizione solista a Napoli, Pompei ospiterà una delle pochissime date italiane di Cave in solitaria con Greenwood, un percorso tra luoghi che sembrano dialogare con la sua estetica: meno show, più rito.

Lo scorso anno ha visto la luce “Wild God”, il 18esimo album in studio dei Nick Cave & The Bad Seeds. Prodotto da Cave e dal suo storico collaboratore Warren Ellis, l’album ha avuto diverse nomination ai Grammy ed è espressione perfetta di Cave, superando i paletti creativi e creando ponti audaci tra sperimentazione e narrazione personale. All’uscita di “Wild God” ha fatto seguito un tour che è partito dalla terra natia di Cave, l’Australia, arrivando fino in Europa, che ha inanellato un sold out dietro l’altro. Tuttavia, nei suoi show, il cantautore australiano pur privilegiando composizioni più recenti, sa attraversare sapientemente tutto il suo percorso artistico. 

La data di Pompei segue quella di Mantova e Lucca, e precede quelle di Roma all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, le uniche cinque tappe italiane.

Cave ha saputo attraversare la scena post-punk e gotica, – fin dalla sua band d’origine, i Boys Next Door/The Birthday Party a metà anni ‘70, divenuti poi Nick Cave and the Bad Seeds nel 1983 –  e godendo di contaminazioni blues, gospel e country rese suggestive dalla sua cifra sonora cupa e inimitabile, prossima ad una vera e propria interpretazione teatrale appassionata. La voce profonda di Cave evoca ossessioni bibliche, violenza, dolore, accettazione della perdita, in un mix che sembra un naturale controcanto del pittoresco sotterraneo delle Domus pompeiane. Ad un passo dalle 67 candeline, difatti, il cantautore australiano vive una fase artistica indissolubile dalla sua parabola di vita, che negli ultimi dieci anni lo ha visto essere colpito dalla morte di due dei suoi quattro figli: nel 2015 quella Arthur, appena 15enne, per una caduta da una scogliera nel sud dell’Inghilterra, e nel 2022 quella del 31enne Jethro Lazenby.

Probabilmente non poteva esserci location più in simbiosi con la sua anima attuale, per Cave: un luogo sospeso tra vita e morte, conservato dall’eruzione, che custodisce il respiro di antichi spettacoli tra gradinate rigide e pietre laviche. La distruzione naturale che sa rendere il dolore bellezza eterna. Pompei, come la musica di Cave, vive di stratificazioni e resistenza. Il blues antico sa raggiungere, modulato dalla sua voce, l’intensità sacrale che, in un anfiteatro che ha attraversato i tempi degli dèi e quelli di Cristo, troverà habitat perfetto per un rito di comunione collettiva. Un’esperienza che va oltre l’ascolto: diventa cerimonia.

Cave è anima musicale e testimonianza. Pompei è memoria e resistenza. Il connubio eleva entrambi, in una performance che saprà emozionare come poche volte può accadere.

In quest’ottica, l’evento a Pompei non è più solo concerto, ma performance culturale, un monologo moderno immerso in un teatro antico. Come se la pietra, sotto il suo piano, restituisse echi di tragedia greca e di folklore gotico, in un abbraccio surreale tra Eros e Thanatos, tra pietra e carne, tra musica e immortalità.

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