In Sardegna il vento non è mai soltanto vento. Porta odori di terra e di sale, piega le canne e le nuvole, spinge le barche verso il largo e, da qualche anno, gira anche le pale eoliche che svettano sulle colline. Per Nicola Mette, performer sardo attivo sulla scena internazionale da oltre venticinque anni, quel vento oggi è anche un segnale di pericolo: un avvertimento che il paesaggio, e con esso l’identità di chi lo abita, è sotto attacco.
Non è la prima volta che Mette si batte contro l’inquinamento visivo e ambientale prodotto dalle cosiddette energie “green”. Lo aveva già fatto con Deturpata (2024), davanti alla fonte nuragica di Gatture de Ganna, a Sindia. In quell’occasione, la performance si svolse davanti a “una pala eolica in stato di decomposizione” che, raccontava l’artista, “ha visto la lana di vetro che la componeva sfaldarsi e contaminare il terreno circostante. Le conseguenze sono evidenti: il suolo è compromesso e la contaminazione può avere effetti negativi sulla flora, sulla fauna e sulla salute umana”.

Ancora prima, nel 2015, con Wind Foreign, aveva messo in scena il conflitto tra progresso tecnologico e tutela ambientale, inaugurando un filone che avrebbe attraversato tutta la sua ricerca: “Un atto di resistenza, un grido visibile contro la deturpazione del nostro territorio e un invito a riflettere sulla nostra identità sarda”.
Ora, con Bentu Estu, la questione si sposta a Barumini, nell’area archeologica di Su Nuraxi, patrimonio Unesco e cuore della civiltà nuragica. Il titolo, in sardo, evoca il maestrale e il mito di Eolo, ma qui il vento non è benevolo. “Il vento, un tempo forza della natura legato alla sopravvivenza, è diventato un ulteriore strumento di sfruttamento”, dice il curatore della performance, Pedro Rocha. “Le alte turbine, presentate come simbolo di progresso, sono anche causa di rottura: spezzano la linea dell’orizzonte, violano territori sacri e ridisegnano la mappa della Sardegna, incuranti del suo patrimonio archeologico e culturale”.

La scena è implacabile e allo stesso tempo leggermente disturbante: un gruppo di volontari nudi, i corpi dipinti di bianco a incarnare le pale eoliche, le braccia tese come lame. Sul bianco, striature rosse suggeriscono “ferite, amputazioni” ma simboleggiano anche “il nastro che delimita la terra, bloccandone l’accesso e trasformando il territorio da bene pubblico a proprietà privata delle società”.

Mette non rinuncia alla nudità come strumento espressivo, e lo chiarisce senza ambiguità: “La nudità nell’arte, ancora oggi, viene spesso vista come qualcosa di scandaloso o inappropriato. Questo accade perché molte società hanno radicato, nel corso dei secoli, l’idea che il corpo nudo debba essere associato a vergogna, immoralità o proibizione. Ma quando la nudità entra in una performance artistica, non si tratta di provocazione fine a se stessa: è uno strumento potente e universale per comunicare messaggi profondi”. Il curatore Pedro Rocha interpreta Bentu Estu come un atto di fondazione dello spazio pubblico: “Questa azione non si limita a occupare un sito archeologico: lo restituisce alla collettività come scena di resistenza. È un modo di legare il passato a una lotta attuale, di trasformare un luogo di memoria in un luogo di azione”.

Ma Mette non si ferma a questa sola performance e raddoppia: in queste stesse settimane, infatti, ha messo in scena un’altra azione, ancora più estrema. Il titolo è già di per sé fortemente simbolico: Pala nell’ano. Qui la citazione è esplicita: il riferimento è a un celebre lavoro di Luigi Ontani, maestro nell’uso del corpo come atlante simbolico e linguistico, tra identità, mito e calembour visivo: Tulipano nell’ano, una delle sue fotografie più iconiche. “La pala nel mio ano non è una provocazione sessuale”, tiene a precisare Mette, “ma una mappa del dolore: il mio corpo diventa Sardegna, e la Sardegna violata parla attraverso di me”. Se per Ontani il tulipano era “emblema barocco di erotismo floreale”, in Mette la pala eolica diventa “emblema del deturpamento permanente: da ornamento erotico a strumento industriale, il passaggio è netto, violento, necessario”.

La performance, realizzata sulle scogliere del Faro di Capo San Marco, nella penisola del Sinis (OR), mostra l’artista nudo, piegato in una posa vulnerabile e ostinata, con la pala eolica inserita come posticcio. Il corpo si fa paesaggio colonizzato, testimone di “un doppio tradimento: quello ecologico e quello culturale”. Lo sfondo marino, di una bellezza accecante, acuisce il contrasto tra la purezza dell’orizzonte e la brutalità dell’intrusione.
Se Tulipano nell’ano appariva come un’ode barocca alla libertà del corpo e alla sua iconoclastia, Pala nell’ano ne è il doppio disilluso: non più fioritura, ma intrusione; non più gioco, ma denuncia. Là dove Ontani sovvertiva il decoro con eleganza onirica, Mette lo demolisce frontalmente, richiamando lo spettatore a una presa di coscienza collettiva. Il suo corpo è un corpo sociale, un corpo di lotta. Come in Bentu Estu, anche qui il paesaggio non è sfondo, ma protagonista: inscritto nella carne, segnato dal vento, trasformato in atto politico.

E forse è questo il filo che lega le sue azioni più recenti: dalla pala eolica in decomposizione di Deturpata, ai corpi-pale di Bentu Estu, fino all’icona rovesciata di Pala nell’ano. Un unico discorso in più atti, in cui l’arte non solo sfida le convenzioni, ma costringe a rivedere il paesaggio come luogo di conflitto, memoria, resistenza.


