Conversazione con l’artista in occasione di EGO – Dal Nastro Adesivo ai Grandi Capolavori, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, curata da Antonello Grimaldi, Milano, 15 maggio – 16 giugno 2026.
No Curves lavora con il nastro adesivo da oltre venticinque anni, e nel farlo ha contribuito a fondare in Italia e a livello internazionale la grammatica della tape art, una pratica che incrocia street art, performance, illustrazione e installazione. La sua estetica si riconosce subito: linee rette, angoli di quarantacinque gradi, volti e figure costruiti per accumulo di segmenti, nessuna concessione alla curva.
Ci siamo incontrati dopo l’inaugurazione della mostra EGO – Dal Nastro Adesivo ai Grandi Capolavori, per indagare insieme l’origine e i molti elementi che danno profondità simbolica e concettuale al suo lavoro.

Il tuo lavoro nasce dentro la cultura della street art ma, fin dal principio, porta con sé una grammatica che non viene solo dal muro. C’è il fumetto, c’è il design, c’è la cultura cyberpunk che torna in modo molto esplicito nei lavori recenti, fino alla cover dell’edizione Mondadori di Neuromante per i quarant’anni del romanzo. Come si sono saldati questi mondi?
Avevo ancora l’ultimo anno di superiori e già frequentavo il mondo dei rave e altri ambienti musicali. Da lì, attraverso quel circuito, sono arrivato al cyberpunk. È stato un incontro che è avvenuto soprattutto grazie a Shake Edizioni Underground, la casa editrice underground italiana che ha portato William S. Burroughs in Italia, e alla rivista Decoder. Sono andato a vedere la redazione, parlavo con Raf Valvola, con Ermanno Guarnieri “Gomma” e Giacomo Spazio, che oggi nessuno conosce ma che sono stati il cyberpunk italiano. A volte mi fa strano notare come in quel mondo fossero presenti tutti i codici visivi che oggi vengono spacciati come novità. Quello è l’immaginario in cui sono cresciuto, insieme a quello della street art.
Nonostante il termine cyberpunk venga spesso ricondotto a Gibson, non è stato coniato da lui. Giusto?
Esatto! Questa è una delle cose che mi affascinano di più. William Gibson ha scritto Neuromante nell’ottantaquattro, ma la parola è stata coniata da Bruce Bethke nell’ottanta, in un piccolo racconto in cui dei bambini, con un’azione punk, si costruiscono dei computer e si creano un mondo virtuale dentro la rete dove non ci sono gli adulti. Quando lo racconti, la gente non ci crede, perché tutti immaginano Matrix, immaginano la roba supertecnologica e i conflitti armati, e invece il cyberpunk è nato come uno scherzo di bambini annoiati che si inventano un universo da abitare. È una cosa che ti ribalta completamente il modo in cui leggi tutto quello che è venuto dopo. Per me la cosa entusiasmante, che ha condizionato il mio lavoro artistico, è l’idea di creare un “concetto” abitabile. L’idea di plasmare dei mondi.

Il rapporto con il videogame, nel tuo lavoro, mi sembra una matrice strutturale che va al di là della mera influenza estetica. C’è un’intercambiabilità continua, nei tuoi progetti, tra creatività digitale e creatività fisica. Penso al lavoro con il videogioco di Fallout, dove sei entrato dentro il gioco, hai applicato il tuo nastro al codice, e poi hai tirato fuori il risultato per rimetterlo in strada.
Esattamente. Fallout 4 è stato il primo, ed era parte di un progetto “Balaclava, Post-apocalyptic Masks and Punks ( che poi è stata la base della mostra Ego). Ho fotografato i nastri, li ho implementati graficamente dentro il gioco, ho ricreato il balaclava fatto con il nastro adesivo come oggetto da trovare durante l’esplorazione. Alle fermate del bus virtuali e negli ambienti ho applicato le mie texture geometriche e le opere. Poi quei lavori sono usciti dal gioco, sono stati stampati o creati fisicamente nella realtà. È un ciclo, e quel ciclo è la cosa che mi interessa di più. Dalla realtà entro nel gioco, faccio quello che devo fare, lo tiro fuori e lo rimetto in strada. Lo stesso vale per il lavoro con CD Projekt RED su Cyberpunk 2077. Se osservi bene le stampe ufficiali ci vedi il nastro, vedi proprio la materia del nastro adesivo che resta dentro la stampa. La materia si mescola lasciando tracce del mio processo in ogni passaggio.
Quello che ti affascina di più, allora, è la possibilità di modellare un mondo, di dare vita alla tua fantasia plasmando uno spazio concettuale abitabile. Nella realtà fisica ovviamente è più complesso, a causa dei costi. Nei mondi digitali no.
Sì, è esattamente così. La prima cosa è la vastità: poter costruire un mondo dietro l’altro, far vedere universi che nella realtà sarebbero impossibili o richiederebbero costi enormi. Ti faccio un esempio che mi ha affascinato sempre: la Casa Lana di Ettore Sottsass, completamente modellata sul suo design e sui suoi concetti, ogni angolo, dalla texture del divano alla sedia, alle luci, all’impianto, tutto coerente. Nel gioco io posso fare la stessa cosa: posso disegnare l’ascensore come un designer, le piastrelle del pavimento, le pareti, ogni dettaglio diventa geometria coerente. Stavo ragionando in questi mesi su un progetto di installazione di un appartamento, una cosa che però materialmente ha dei costi altissimi e richiede sponsor e mesi di lavoro. Nel digitale lo costruisci in tempi diversi e lo abiti.

Dietro questa pratica c’è un punto teorico importante. L’opera non si esaurisce sulla superficie. La parete è solo la prima soglia, lo spazio interno è la seconda. È un passaggio dal disegno all’ambiente, dalla figura allo scenario.
Esatto. Dare forma al tuo universo interiore dentro un altro universo. Anche con le installazioni fisiche, quando le facciamo, l’obiettivo è quello: non un’immagine davanti a cui stai, ma uno spazio in cui entri. Per questo la musica conta tantissimo. Le colonne sonore dei videogames, la musica ambient (lo-fi, scifi, poolrooms o vaporwave) che cerco continuamente su YouTube, soprattutto certe tracce che girano sui video lunghi dieci ore con i paesaggi di zone post-apocalittiche o ambientazioni digitali anni 80, sono diventate il mio mantra lavorativo. Lavoro come una macchina, ventiquattro ore, con la testa a dieci centimetri dalla lastra, mi idrato, mangio poco, e continuo. Il parlato diventa un fastidio perché interrompe la concentrazione. Quella musica costruisce l’atmosfera in cui l’opera nasce.
Il tuo lavoro non sta dentro la grammatica del pixel, sta dentro quella del poligono. Sono due epoche e due logiche diverse del digitale. Il poligono apre alla tridimensionalità; il pixel resta sulla superficie piatta. C’è stato in te uno spostamento di questa natura?
Sono nato nell’epoca in cui i videogame erano pixel e basta, quel punto lì, quell’unità minima, ma il mio lavoro non si è fermato a quella grammatica. Io sono entrato in una dimensione tridimensionale delle cose, per quanto poi sulla parete possa apparire piatta. Quando lavoro penso a scenari, costruisco profondità. Ricerco questa tridimensionalità anche dentro il videogioco, quando costruisco un mondo nel gioco per poi tirarlo fuori. È necessaria, perché parliamo di uno spazio in cui si entra, non solo di un’immagine davanti a cui stare.
Il nome No Curves è una formula che spesso viene letta in modo letterale, e che invece nasconde un paradosso. Lo strumento con cui costruisci la tua poetica della linea retta è uno strumento curvo: il rocchetto di nastro è un cerchio, la bombola spray è un cilindro. La rotondità è il principio materiale da cui le linee prendono forma.
Questo è il crash mentale incredibile ed è stato subito immediato. Con uno strumento rotondo io creo opere che sono l’opposto. Pensa anche al mondo urbano dei graffiti, da cui sono partito: si è passati dalla bomboletta, che è rotonda e produce un movimento rotondo, allo spray flow, a un gesto che vedi come rotondità nelle nuvole, nelle scritte. Io invece, anche per una piccola allergia ai prodotti chimici degli spray, sono passato al nastro, e nel passare al nastro è successo che le cose, in modo immediato, sono diventate geometriche. Non c’è stata una ricerca consapevole di uno stile. È avvenuto in modo naturale. Ed è coerente con qualcosa che mi appartiene da sempre: già da bambino non riuscivo a scrivere in corsivo, scrivevo solo in stampatello. Ancora oggi tutti i miei appunti sono in stampatello. Penso che essere no curves sia anche conseguenza di questo, di un modo personale di stare nella scrittura.

C’è un’idea che mi piacerebbe condividere con te. Le curve, nella tradizione simbolica, appartengono a un registro femminile: il cerchio è la forma dell’origine, dell’utero, della totalità non ancora divisa. La linea retta e l’angolo appartengono a un registro maschile, della separazione, della misura, dello strumento. Tu parti dal cerchio, lo strumento curvo, e arrivi all’angolo. Mi sembra come un passaggio dal metafisico al fisico. Ed è significativo che i tuoi primi interventi nascano sui manifesti di moda, dove andavi a distruggere le linee femminili per ritrasformarle.
Le curve sono immediatamente riconducibili alla donna, alla forma femminile, ed effettivamente quello che facevo sui manifesti di moda era andare a distruggere quelle curve per ritrasformare il linguaggio fotografico. Io ti dico la verità, non mi sono mai fatto troppe domande, perché sono uno che agisce molto d’istinto. Però quando me lo dici così, con questa simbolica, è vero, hai ragione. È una lettura che funziona. Penso tantissimo a tutte le cose che faccio, ma le penso e non le esplico. Raramente riesco a spiegare un’opera fino in fondo, ed è per questo che a me piace quando arrivano gli altri e mi aiutano a ricostruire il pensiero che sta alla base.
Lavori così, allora. Un istinto che porta dentro un significato senza esplicitarlo, e poi un momento in cui qualcun altro lo decodifica.
Sì, ed è una rivelazione, perché ti porta uno step più in alto. Per questo quando si parla di ego e di non accettare la critica, io dico che è importante ascoltare chi ti dà un input. A volte la critica costruttiva può divenire una rivelazione, e allora cresci come artista. Ogni artista, quando si esprime, fa emergere una parte del suo inconscio. Da fuori certe cose si riescono a decodificare meglio.

Il titolo della mostra è EGO. Il tema dell’ego viene affrontato come oggetto stesso del lavoro, non come ornamento concettuale. Nel tuo allestimento l’ego è il blocco, l’antagonista, e nello stesso tempo l’agente di crescita: non si cresce senza incontrarlo.
C’è una frase dello scrittore Ryan Holiday, «Ego is the enemy», che racchiude tante cose. Non è solo che l’ego è il nemico, è anche che dentro di noi c’è il bisogno di avere dei nemici per andare un po’ contro tutto quello che minaccia la nostra sicurezza nella vita. Però ogni grande storia si basa su un’evoluzione. Il viaggio dell’eroe è sempre un viaggio in cui l’antagonista è fondamentale per crescere. Senza antagonista non c’è crescita. Nel mio caso l’antagonista principale sono io, il sabotarmi, le volte in cui cerco di adeguarmi a quello che mi viene chiesto e nel farlo sto già sabotando la mia vita. I nemici esterni, quelli che ti scontri lungo la strada, una volta sconfitti, li dimentichi, il loro nome perde significato. Se ti ci attacchi, invece, dai potere agli altri e l’ego cresce ancora di più. Nel momento in cui qualcuno ti porta via da te stesso, stai già perdendo.
Il balaclava, nelle tue opere, è la materia di questo discorso. Maschera dell’ego, identità protettiva e identità prigione allo stesso tempo. Il problema, e qui c’è il cuore della mostra, è quando la maschera smette di essere uno strumento e diventa una sostanza. Quando la indossi così a lungo che inizia a portarti lei, e non riconosci più chi sei sotto, e non ti riconoscono più nemmeno gli altri.
Esattamente. E la cosa interessante è che il balaclava nasce anche come simbolo dell’anonimato nei graffiti, dello stare insieme e creare una comunità in situazioni di disagio. Però quel mondo spesso si è trasformato in antagonismo e competizione. È il rovesciamento esatto di cui parliamo: la maschera che nasce per proteggere la comunità diventa la maschera per proteggere te stesso dalla comunità. Lo stesso vale per il mondo dell’informatica. Pensa ai nerd, agli startupper, alle figure come Elon Musk. Bambino bullizzato, vive in una sua condizione di disagio, lavora ossessivamente, arriva al successo. E nel momento in cui arriva, perde la pinza con la realtà e diventa come quelli che lo bullizzavano. Inizia a vendicarsi. Questo si chiama Ego.
Mi resta, di questa conversazione, la conferma di qualcosa che già intuivo guardando le sue opere. L’estetica pop che rende il lavoro di No Curves immediatamente riconoscibile funziona come una superficie sotto cui scorre una densità di rimandi e di pensiero, che si lascia raccogliere solo a uno sguardo attento e ripetuto. Questa chiacchierata ha portato in evidenza molti di quei rimandi, e ha lasciato intravedere quanto resti ancora da decifrare. Tornerò a guardare il suo lavoro con questa consapevolezza. Lo ringrazio per il tempo, e per la generosità con cui ha lasciato vedere oltre la soglia dell’apparenza.


