No Other Choice e l’uomo che non può fermarsi: il cinema di Park Chan-wook contro l’ideologia del lavoro

No Other Choice, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e ora nelle sale italiane, racconta la disintegrazione identitaria di Yoo Man su, impiegato modello improvvisamente espulso dal mercato del lavoro. Dopo venticinque anni di fedeltà alla stessa azienda, Man su viene licenziato e privato non solo di un reddito, ma della struttura simbolica che dava senso alla sua esistenza.

Il lavoro non è mai stato per lui un semplice mezzo di sostentamento, bensì il principio ordinatore della vita, il fondamento dell’identità sociale e personale. La sua espulsione dal sistema non produce liberazione, ma un vuoto che deve essere immediatamente colmato.
Il film, tragicommedia nera e satira sociale, mostra come la sopravvivenza, in un contesto di competizione estrema, diventi una questione di azione continua, dove ogni scelta è formalmente libera ma materialmente necessaria.

Park Chan-wook, il regista, costruisce il film attorno a una progressiva colonizzazione della vita quotidiana da parte della logica della prestazione. La dimensione domestica non è un rifugio violato, ma uno spazio gradualmente assorbito dall’urgenza dell’agire. Ogni colloquio di lavoro fallito, ogni rifiuto, non produce introspezione o crisi morale, bensì accelera il bisogno di adattamento. Anche la casa, i cani, la famiglia vengono integrati in un sistema che misura tutto in termini di utilità e valore. La perdita di identità di Man su non è improvvisa: è il risultato di una coerenza portata fino alle estreme conseguenze.

In questo senso, la parabola del protagonista dialoga con le riflessioni di Byung-Chul Han, ma senza ridursi a una semplice illustrazione della società della stanchezza. Han osserva che nella società contemporanea «non domina più il divieto, bensì il progetto», e che il soggetto di prestazione si percepisce come libero proprio mentre interiorizza l’obbligo di prodursi incessantemente. Man su incarna questa condizione: non è oppresso da un’autorità esterna, ma spinto dall’urgenza di restare dentro il sistema. Tuttavia, No Other Choice non insiste sull’esaurimento, bensì sull’iper-coerenza di questo soggetto, che continua ad agire anche quando l’azione diventa autodistruttiva.

Il titolo stesso del film chiarisce questa condizione: non si tratta di una mancanza di volontà, ma di un’assenza strutturale di alternative. Come scrive Han, «il soggetto di prestazione è al tempo stesso carnefice e vittima». La libertà non è negata, è saturata, ed ogni possibilità è già inscritta nella logica del mercato, ogni scelta diventa obbligatoria. Man su è costretto a decidere continuamente: competere o scomparire, adattarsi o essere espulso, eliminare l’altro o essere eliminato. La sua discesa nella violenza non rappresenta una rottura con il sistema, ma la sua applicazione più coerente.

La stessa violenza che attraversa il film non ha un carattere puramente morale o psicologico. Non nasce da un conflitto con un nemico esterno, ma da una pressione interna, immanente. Han sottolinea che la società della prestazione produce una violenza «senza negatività», difficile da percepire perché non assume la forma del divieto o della repressione. In No Other Choice, questa negatività espulsa ritorna sotto forma di azione estrema: gli omicidi di Man su, narrati con ironia grottesca, non sono atti di ribellione, ma allegorie di una razionalità competitiva portata all’eccesso, in cui l’altro diventa ostacolo da rimuovere.

Il film mette così in scena una società interamente fondata sull’azione in cui non c’è spazio per l’attesa, per la sospensione o per il fallimento. Ogni gesto deve avere una finalità, ogni momento deve essere capitalizzato. La casa non è più luogo di riposo, ma prolungamento del tempo di lavoro; la vita privata non è alternativa, ma segmento funzionale alla prestazione. Han osserva che oggi «non si produce più soltanto fabbricando, ma esponendo»: esistere significa mostrarsi, rendersi visibili, dimostrare continuamente il proprio valore e la vita di Man su riflette questa logica fino alle sue conseguenze più estreme.

Anche il tema della stanchezza assume nel film una valenza particolare. Man su non è semplicemente esausto: è intrappolato in un regime di azione continua che non ammette interruzioni. Han distingue tra una stanchezza da esaurimento e una stanchezza capace di aprire uno spazio di visione e di contemplazione. In No Other Choice, questa seconda forma è del tutto assente; non perché il protagonista non riesca a fermarsi, ma perché fermarsi significherebbe uscire dal gioco. 

La tragicità del film emerge proprio da questo paradosso: più Man su tenta di riaffermare il proprio valore, più si allinea alle regole di un sistema che lo consuma. Non c’è redenzione né presa di coscienza finale, il protagonista non smaschera l’ideologia del lavoro: l’incarna fino in fondo.

Il film mostra inoltre il crollo della dimensione comunitaria: in un contesto dominato dalla competizione, ogni individuo è responsabile solo del proprio rendimento. Le relazioni non scompaiono, ma si svuotano di reciprocità, trasformandosi in rapporti strumentali. Han parla di una stanchezza che non unisce, ma divide, isolando ciascun soggetto nel proprio sforzo individuale, e Man su diventa così il simbolo di una solitudine prodotta non dall’esclusione, ma dall’eccesso di integrazione nel sistema.

No Other Choice restituisce una visione tragica e satirica della condizione contemporanea, in cui la perdita del lavoro non è un evento contingente, ma il detonatore che rende visibile la fragilità di un’identità interamente costruita sulla prestazione. Il film non è solo il racconto di una caduta individuale, ma una diagnosi spietata di un sistema che non lascia spazio ad altro che all’azione, anche quando l’azione diventa distruttiva.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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