Quando un gruppo di attivisti decide di trasformare la propria indignazione in azione, creando uno spettacolo politico, nascono, quasi in maniera inaspettata, delle esperienze creative cariche e visivamente potenti. È ciò che è successo a Venezia con il movimento No Space for Bezos, che nelle settimane del matrimonio di Jeff Bezos e Lauren Sánchez – celebrato il 29 giugno all’Abbazia di San Giorgio Maggiore – ha orchestrato una performance di massa, con ritmo, simboli, ritualità e presenza scenica urbana.
Già prima del grande evento, il gruppo (che è in realtà un conglomerato di vari gruppi attivisti) ha lanciato una serie di interventi teatrali in spazi centrali: una proiezione sul campanile di San Marco, stencil in giro per la città, uno striscione da quattrocento metri in piazza San Marco recitante “Se puoi affittare Venezia puoi pagare più tasse” firmato da Greenpeace Italia e dal gruppo britannico “Everyone Hates Elon“. Queste azioni, eseguite nei luoghi della Venezia patrimoniale, hanno iniziato a incorniciare lo spazio urbano come “platea” e ambienti storici come “palcoscenico”, rivelando una strategia per sottrarre narrativa e aderenze estetiche all’élite degli sposi e al sistema oligopolistico dei super billioners.
La protesta è continuata con una flottiglia simbolica, un manichino di Bezos fluttuante sul Canal Grande abbracciato a un pacco di Amazon, mano tesa con banconote false e con vari cartelloni drammatici (“Kisses yes, Bezos no”, “118 000 negozi uccisi da Amazon”). In ogni intervento, l’attivismo politico ha assunto i modi – ritmati, evocativi, teatrali – della performance art urbana.
Il culmine è arrivato sabato, con una marcia che dal terminal ferroviario ha invaso le calli fino all’Arsenale: una coreografia collettiva, con musica, materiali visivi e voci coordinate, costruiva un’atmosfera di comunità -agente – non protesta, ma happening politico. Obiettivo: diventare protagonisti, non comparse.
Lo spostamento del matrimonio dallo storico teatro della Scuola Grande della Misericordia all’Arsenale è stato percepito come segno di sconfitta scenografica: un messaggio al pubblico che la performance ha funzionato. In quel passaggio la performance politica ha conquistato un frammento di sistema, dimostrando che un attore collettivo può spostare una narrativa programmata e gerarchica.
Il risultato finale: una protesta che non si è limitata a manifestare contro un evento, ma ha trasformato Venezia in una scena performativa, con attori, spettatori e regia spontanea. Il movimento ha ribaltato i confini: la sala della grande élite (hotel, feste VIP, chiesa storica) è stata messa in discussione da attori urbani che hanno reclamato uno spazio, appunto urbano, per tutti.
Questa performance politica – costruita con segni visivi, coreografie, timing esatto, slogan che restano impressi – richiama l’arte post-fluxus: Herbert, Beuys, Abramović. Ma qui è collettiva, urbana e popolare. Ogni striscione è un’opera, ogni marcia è una performance, ogni flusso umano è un’installazione in movimento, e Venezia stessa diventa tela, scena, platea.
“No Space for Bezos” non è una protesta contro un matrimonio, ma piuttosto contro il mondo che lo ha reso possibile: un mondo governato dall’1%, dove il potere economico si traduce in accesso esclusivo allo spazio pubblico, al paesaggio, alla storia, alla cultura. E dove il restante 99% è costretto a restare fuori, a fare da sfondo o da comparsa. “We are the 99%”, hanno scritto su uno degli striscioni. E lo hanno urlato con ironia, dignità e – sì – bellezza.
Al netto delle differenze ideologiche, la protesta ha saputo trasformare una protesta in azione coreografica: con ritmo, luoghi, simboli e presenza. E in un’Italia avvezza all’offerta difficile di connettere arte e politica, la protesta di Venezia segna un breakthrough comunicativo. Il corpo collettivo diventa inondazione urbana, spettacolo pubblico: nel momento in cui il movimento non si limita a denunciare, ma performa, Venezia non resta mera spettatrice, ma diventa partecipe e co-creatrice del proprio racconto civico.
Come ha detto il filosofo Massimo Cacciari – zio di uno dei leader del movimento – “se si infilano in un frullatore Bezos, Venezia, le guerre, Trump, le ingiustizie, la distruzione del pianeta, il capitalismo, l’evasione fiscale, l’overtourism, il lusso e via elencando, esce un liquido in cui nulla è più distinguibile”. Forse. Ma ciò che è certo è che No Space for Bezos ha mostrato, attraverso la forma dell’arte urbana, che protestare non significa urlare. Significa agire, muoversi nello spazio, usare il corpo e la voce come strumenti di significato, occupare simbolicamente i luoghi che ci vengono sottratti. Una performance politica che mette in discussione l’idea di città come spettacolo per pochi, e ridefinisce lo spazio urbano come scena di azione collettiva.





