Carsten Höller, artista di fama internazionale, ha da poco pubblicato su Instagram un post in cui prendeva le distanze da un suo possibile coinvolgimento nell’ultimo show di Chanel. “Non ho partecipato alla concezione, progettazione, sviluppo o produzione dei mushrooms esposti all’evento, né ho alcun legame professionale con Chanel.” Nelle stories che sono seguite, foto delle sue installazioni sono “comparse come funghi” – licenza ironica. “Ho realizzato la mia Upside Down Mushroom Room (in esposizione permanente alla Fondazione Prada, Milano) nel 2000 e molte altre sculture di funghi in seguito. A causa della sorprendente somiglianza tra il mio lavoro e la scenografia Chanel, abbiamo ricevuto numerose richieste sul mio possibile coinvolgimento.”.
Holler si riferisce all’evento svoltosi dal 26 al 29 gennaio durante la Paris Haute Couture Week (Spring/Summer 2026), che più di un momento dedicato alla moda è divenuto un rituale, un incontro di anime elette per maestria e dedizione all’unicità. Un evento riservato: la sua esclusività lo rende irripetibile, e tale irripetibilità lo consacra a ben più di una semplice serie di sfilate. Regolamentata dalla Fédération de la Haute Couture et de la Mode, le maisons vengono vagliate e scelte ogni anno: ci sono dei marchi storici che ne fanno parte, ma alcuni standard vanno sempre rispettati: l’ammissione non è assolutamente permanente e può essere revocata.
Effettivamente Chanel, in questa occasione, ha utilizzato un allestimento dalle sfumature rosee e fiabesche: la passerella era delimitata da funghi che, proprio come quelli di Carsten Höller, non rispettano le reali proporzioni della realtà. L’atmosfera Wonderland – percepita un po’ da tutti – non era però quella di Alice: Chanel comunica di puntare sulla trasparenza dei tessuti per dare più rilevanza alla vita interiore. Si arriva poi a ricami di uccelli, piumaggi leggeri, rappresentazioni naturalistiche. Il tutto condito da un reel con audio cenerentolesco: ciò che è andato in scena al Grand Palais è stato un po’ confuso? Forse. Ma non è questo il punto.
La scelta del gergo teatrale non è un caso. Il malinteso Höller-Chanel è solo il più recente tra i confini di una realtà che straborda. Con l’esperienza dell’Haute Couture in particolar modo, la sartoria di lusso ha abbandonato da molto le passive catwalks per dedicarsi sempre più a spettacolari rappresentazioni. Tra scenografiche ambientazioni e concetti creativi, come rintracciamo la linea di demarcazione tra arte, moda e performance?
Daniel Roseberry, al timone creativo di Schiaparelli, ha presentato la collezione come un risveglio: “Ho smesso di pensare per la prima volta dopo anni a come dovrebbe sembrare una cosa, ma invece a come mi sento quando la creo”, un’illuminazione che arriva direttamente dalla Cappella Sistina, visitata di recente. La sua narrazione trova nel concetto il divino e nella sartorialità scultorea il terreno. Un’altra location di ispirazione che si fa anche palco, in un misto di dramma e disciplina caro allo stilista Stephane Rolland, è il Cirque d’Hiver Bouglione di Parigi: qui, Natalia Egorova ha incantato tutti con una performance circense, in un abito di garza traslucida e diamanti.

Ma il caso Valentino è stato quello che forse ha maggiormente lasciato il segno in questa Haute Couture Week: la Maison ha progettato “Specula Mundi” (a cui dedicheremo un approfondimento apposito) come uno spettacolo a cui la moda arriva con un approccio che richiede attenzione, educazione all’osservazione, in un allestimento scenico in cui una moltitudine di kaiserpanoramen accoglie a turno la collezione di Alessandro Michele. In un evento collettivo si fa spazio l’individualità, in un tempo comune viene scelto il ritmo intimo. In uno show che è sia cinema che presenza scenica, Valentino ci ricorda l’importanza di contemplare il pensiero creativo oltre la sua indossabilità.
“The divine androgyne” di Gaurav Gupta è un’ “interazione collettiva di energia e coscienza”, il culmine di un incontro in cui la moda si fa mediatrice di un’esperienza condivisa: l’abito è energia che fluttua sui corpi, talvolta partecipanti di un intreccio di trame che rende concreta la nozione di insieme. Viktor&Rolf chiudono le menzioni speciali, con una cerimonia di vestizione dal titolo “Diamond Kite”: dalle loro creazioni viene generato un aquilone, che a fine show si libra in volo. Ma è un’illusione: in una parvenza di libertà esso è pur sempre legato ad un filo, ed è in un dualismo controllo/abbandono, serietà/gioco, che si sviluppa la messa in scena del duo olandese.
Ciò che appare chiaro è che questa week, in realtà composta da quattro esclusivissime giornate, non è un momento a scopo commerciale. Non è un’esposizione con obiettivo di vendita, almeno non direttamente. È piuttosto un rito di purificazione, un passaggio che arriva due volte l’anno a ripulire l’alta moda dei suoi volgari orpelli da retail, lasciando libere le Maisons di riscattare la loro natura creativa e di continuare a meritare eticamente la loro presenza all’evento più elitario del settore: quello in cui i direttori creativi possono tessere i linguaggi del domani in una sperimentazione che non ha l’incubo del raggiungimento del budget.
L’haute couture non è riproducibile. È rigorosamente a mano: i pezzi sono unici, i clienti pochi. E di tutto questo mondo restano i freschi approcci, le nuove forme, gli impensabili match, le inaudite scommesse. Un banco di prova di cui il mercato assaggerà solo un richiamo: una traccia del concept in capi, borse e accessori tra i più diffusi, preziosi reperti di una creatività ancestrale.



