Non solo pittore: scoprire Paul Klee poeta, archeologo dell’invisibile

Tempo fa mi trovavo a Milano ed ho comprato in una bancarella, quasi sovrappensiero, un libro di poesie di Paul Klee. Inutile negare che è un artista che apprezzo molto, la sua poetica visiva e il suo stretto legame con la psicologia dell’inconscio hanno sempre suscitato in me una forte fascinazione.

Eppure non sapevo, o forse ignoravo, che avesse scritto poesie di tale bellezza. Quando si studia il mondo contemporaneo, a volte per mancanza di tempo, necessariamente si indaga l’essenza della corrente subitanea che è l’arte. Da qualche tempo ormai, presa da un istinto di scavo archeologico, mi piace sfogliare, leggere, qualcosa che mi dica di più dell’artista che ho sempre conosciuto, qualcosa che mi dia una chiave di lettura altra per comprendere ancor di più l’origine dell’arte e della sua espressione.

Come un treno viaggia su un binario e così ne incrocia altri, in mille intercettazioni rotatorie, allo stesso modo l’arte pervade l’artista in ogni sua forma e nel caso di Paul Klee la musica, la scrittura e la pittura hanno sempre avuto un ruolo primo nella sua personalissima elaborazione del mondo. A differenza della sua produzione artistica, che risente, proprio per il suo carattere materico, di un’impronta più analitica, anche se equilibrata nel perenne incontro degli opposti, nelle sue poesie emerge subitanea un’energia così intrinsecamente eterea, metafisica.

Il potere della poesia è quello di parlare all’anima più che all’uomo in senso stretto, nella ballata danzante di parole, suoni, archetipi che riecheggiano nelle profondità più estese del corpo e della mente di chi legge. É una visione critica e fortemente spirituale che si accompagna alla sua opera visiva, ma non per questo ne è inferiore in materia di qualità. E’ come se fosse una forma altra che ne condivide la medesima origine creativa.

L’artista osserva, vive i cambiamenti di un secolo che hanno segnato il mondo dell’arte in un susseguirsi di avanguardie che colpiscono, che riflettono la frammentazione esistenziale che porta alla ricerca profonda di un essenzialità che sia la stessa per tutti. Paul Klee, come dimostra nella sua esperienza in qualità di docente alla scuola di Bauhaus, espone la propria convinzione interna di una organizzazione strutturale del mondo che si colloca al di là della materialità tangibile. Compito dell’arte, come lui descrive, è quello di rendere visibile ciò che non sempre lo è e non riprodurre il visibile. Nella sua scrittura egli elabora, influenzato anche dalla psicoanalisi e dall’arte nata in contesti psichiatrici, una poetica dello sguardo che si riduce nelle forme, ma che acquisisce forza nel colore, in quella ricerca incessante di uno sguardo privo di occhio, nell’archetipo eterno che si offre alle sensibilità che sono in grado di coglierlo.

Paul Klee parla a Dio, quasi come un mantra che rafforza lo spirito, espone la certezza di sapere, dentro di sè, che la frammentarietà dell’essere si risolve solo nell’immortalità dello Spirituale che accoglie, che accomuna. Egli vive ai confini del mondo, “nel mondo terreno non mi si può afferrare, perchè abito altrettanto bene tra i morti come tra i non nati. Più vicino del consueto al cuore della creazione e ancora troppo poco vicino”. Nelle sue poesie emerge l’Amore più puro, il contrappasso-contrapposto fra anime, il riconoscimento della divinità del corpo, dell’atto di unione, della vita stessa. Appoggiati a me / e seguimi se / si apre la terra / chiudi gli occhi./ Fidati del mio passo e del mio / freddo alto spirito./ Così come Dio/ saremo in due. Nel maschile e nel femminile, termini che risentono di un influsso junghiano presente anche nella sua produzione pittorica, l’artista cerca risposte, a partire dalla sua esistenza, si affida ai nuovi impulsi psicoanalitici, ma non solo, per condurre la propria indagine interna, sotterranea: l’universale e il personale che si rincorrono e si risolvono nella sua produzione artistica. Le sue opere rappresentano l’intuizione, la volontà leonina di mostrare un mondo altro, il proprio, nella consapevolezza dell’avanguardia di pensiero che “avanti – nel futuro – solamente gli artisti”. 

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Ilaria Capitani
Ilaria Capitani
Ilaria Capitani nasce nel 2001 in un piccolo paese di montagna. La scrittura e la lettura, presenze costanti nella sua vita, accompagnano gli anni dell’adolescenza e vivificano il sodalizio con l’Arte, in particolare con la pratica teatrale. Trasferitasi a Bologna, si laurea al DAMS con una tesi in Storia e Metodologia della Critica d’arte. Interessata allo studio dei differenti sistemi di vita e di cultura, secondo un approccio di studio antropologico, ha fatto della critica, come giudizio soggettivo, di sguardo sul mondo, il centro della sua ricerca. L’attuale sperimentazione e formazione riguardante l'utilizzo terapeutico del mezzo artistico nasce dalla consapevolezza profonda dell’importanza fondativa dell’essere in rapporto con l’altro.

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