A Los Angeles apre il Lucas Museum of Narrative Art: oltre 40 mila opere fra Frida Kahlo, Norman Rockwell, fumetti, illustrazione e cinema per abbattere il confine tra arte alta e cultura popolare
Quando George Lucas ha cominciato a collezionare arte era ancora uno studente e poteva permettersi soprattutto tavole originali di fumetti da trenta dollari. Oltre cinquant’anni dopo, quella passione è diventata un museo da circa un miliardo di dollari, costruito per mettere in discussione una delle gerarchie più resistenti della cultura occidentale: la separazione tra belle arti e immagini popolari.
Il Lucas Museum of Narrative Art aprirà il 22 settembre 2026 nell’Exposition Park di Los Angeles. Non sarà, come molti potrebbero immaginare, un tempio dedicato esclusivamente a Star Wars. Secondo i dati presentati durante l’anteprima, i materiali legati alla saga occuperanno appena il 7% degli spazi espositivi iniziali. Modelli, costumi, bozzetti e oggetti cinematografici conviveranno con opere di Frida Kahlo, Diego Rivera, Norman Rockwell, Andy Warhol, Jack Kirby, Banksy, Charles White e Kadir Nelson.
Il punto non è riunire celebrità artistiche molto diverse sotto lo stesso tetto. Lucas vuole cambiare il criterio con cui le immagini vengono ordinate e giudicate. Al posto delle tradizionali divisioni fra pittura, fotografia, fumetto, illustrazione e cinema, le trentacinque gallerie seguono temi come amore, famiglia, lavoro, infanzia, sport, comunità, fantasia e avventura. Conta meno il mezzo utilizzato e più la capacità dell’opera di costruire una storia.

È questa l’idea di “arte narrativa” sulla quale si fonda il museo: immagini che raccontano vicende, trasmettono valori e contribuiscono a formare la memoria collettiva. Un’illustrazione destinata alla copertina di una rivista può quindi dialogare con un autoritratto musealizzato; una tavola di fumetto con un dipinto politico; un costume cinematografico con una fotografia documentaria.
La collezione permanente comprende oltre 40 mila opere accumulate da Lucas e dalla moglie Mellody Hobson, investitrice ed ex presidente di Starbucks. Le diciotto esposizioni inaugurali utilizzeranno soltanto una parte di questo patrimonio, esteso dall’illustrazione ottocentesca ai murales, dalla fotografia al fantasy, dai libri per bambini alla cultura cinematografica.
Nel museo entrano così autori che il sistema dell’arte ha spesso collocato ai margini perché considerati illustratori, fumettisti o creatori commerciali. Norman Rockwell è il caso più evidente: popolarissimo negli Stati Uniti, è stato a lungo trattato con sospetto dalla critica proprio per la sua capacità di parlare a milioni di persone. Lo stesso vale per Jack Kirby, fra i grandi inventori visivi del fumetto americano, e per gli artisti che hanno costruito l’immaginario della fantascienza senza trovare posto nelle narrazioni museali ufficiali.
Il progetto architettonico rende visibile questa ambizione. Disegnato da Ma Yansong e dallo studio MAD Architects, l’edificio si estende per circa 28 mila metri quadrati e appare sospeso sopra il terreno, a metà fra una grande astronave e una nuvola metallica. Il campus occupa undici acri e comprende un nuovo parco progettato da Mia Lehrer e Studio-MLA. Oltre ai circa 9.300 metri quadrati di gallerie, sono presenti due sale cinematografiche, una biblioteca, spazi educativi, un ristorante, un caffè e ambienti destinati alla comunità.

La posizione non è secondaria. Il museo sorge a South Los Angeles, accanto al Coliseum, al Natural History Museum e alla University of Southern California. Lucas e Hobson insistono sulla funzione pubblica del progetto e sulla possibilità di raggiungere famiglie che non si riconoscono nei musei tradizionali. L’ingresso costerà 25 dollari per gli adulti e sarà gratuito fino ai diciassette anni, oltre che per alcune categorie, compresi i possessori di una carta EBT californiana.
Resta però una questione aperta: basta mettere insieme Frida Kahlo e Star Wars per eliminare la distinzione fra arte alta e cultura popolare? La categoria di “arte narrativa” è volutamente ampia e rischia di diventare tanto inclusiva da perdere precisione. Inoltre, il racconto nasce soprattutto dalle preferenze di un singolo grande collezionista. Quello che si presenta come il museo dell’arte di tutti è anche il risultato del gusto, delle disponibilità economiche e della visione culturale di due fondatori privati.
Proprio qui si trova l’aspetto più interessante dell’esperimento. Lucas non nasconde la propria soggettività: trasforma cinquant’anni di collezionismo in una proposta pubblica e chiede alle istituzioni di riconoscere che fumetti, manifesti, illustrazioni e oggetti cinematografici hanno già formato generazioni di spettatori. Il museo non vuole dimostrare che ogni immagine popolare sia un capolavoro. Vuole contestare l’idea che la diffusione commerciale impedisca automaticamente a un’immagine di possedere valore artistico, storico o politico.
Dopo oltre dieci anni di progetti, città scartate, ritardi e cambiamenti organizzativi, la prova decisiva arriverà con il pubblico. Se funzionerà, il Lucas Museum non sarà ricordato soltanto come il museo fondato dal creatore di Star Wars. Potrebbe diventare l’istituzione che ha costretto il sistema dell’arte a prendere sul serio le immagini attraverso cui milioni di persone hanno imparato a immaginare il mondo.


