Durante la fittissima Art Week torinese, la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino ha presentato la sua nuova programmazione, inaugurando il 29 ottobre la Terza Risonanza dal titolo Incanto, sogno, inquietudine (visitabile fino al 1° marzo 2026). Si tratta del più recente atto del vasto progetto di rinnovamento e rilancio della GAM, sotto la direzione di Chiara Bertola. Con le Risonanze, la GAM sta portando avanti un approfondito lavoro di ricerca sui linguaggi dell’arte, di volta in volta concentrato su una triade concettuale capace di definire un nucleo tematico: la prima era dedicata a luce, colore, tempo; la seconda a ritmo, struttura e segno; quest’ultima esplora le relazioni tra incanto, sogno e inquietudine. Dall’intersezione di queste tre parole nascono ambiguità e slittamenti percettivi che le mostre ospitate alla GAM intendono sondare, squarciando il velo che spesso cela gli aspetti più fragili, enigmatici o perturbanti del reale, non per appianarli, bensì per comprenderli e accoglierli nella loro complessità.

La prima esposizione, curata da Elena Volpato e Fabio Cafagna, è Notti. Cinque secoli di stelle, sogni, pleniluni, un percorso che, come suggerisce il titolo, ripercorre la rappresentazione del notturno nelle arti figurative dal XVII secolo fino ai giorni nostri. Le cento opere esposte, pur differenti per epoca e tecnica, sono la più viva testimonianza di come la notte sia da sempre un banco di prova, un vero e proprio laboratorio dove artisti e scienziati esplorano insieme il potere rivelatore della luce e la forza suggestionante del buio.
La mostra valorizza il fascino del notturno, quale luogo “senza tempo e senza spazio”, per citare il poeta romantico Novalis: una dimensione di ambiguità, mistero e scoperta, in cui razionalità e sentimento, conoscenza e immaginazione si alimentano vicendevolmente. Scienza e arte diventano una preziosa alleata dell’altra nell’osservazione della notte, momento durante il quale le barriere della ragione si allentano e si libera l’immaginazione.

Dall’oscurità del notturno si approda al candore e alla levità di Frangibile, la mostra di Elisabetta Di Maggio a cura di Chiara Bertola e Fabio Cafagna. Nelle opere dell’artista, il segno si addensa in trame minuziose che rivelano l’ossatura nascosta e talvolta fragile di forme vegetali e oggetti, rendendo visibile la memoria della loro crescita e trasformazione. Ogni opera nasce da un processo in cui l’attenzione per la materialità e la cura della manualità del gesto artistico sono protagoniste; così, fogli di carta velina incisi, mappe intagliate nel sapone, mosaici di vetro e cera, porcellane sottili creano tutti insieme un regno dell’incanto.

Al piano seminterrato le mostre Anger Pleasure Fear e Culture Nature approfondiscono le potenzialità espressive e conoscitive del mezzo fotografico, per il quale il rapporto tra luce e buio è centrale, in continuità con le mostre precedenti. Anger Pleasure Fear, a cura di Cecilia Canziani, presenta la ricerca di Fregni Nagler, la quale opera intersecando ricerca, collezionismo e un’indagine rigorosa sulla materialità dell’immagine. Nella fotografia, presenza e assenza, visibile e invisibile si rincorrono, facendo sfumare i confini tra documento e visione, memoria e oblio, verità e finzione, testimonianza e immaginazione. Le fotografie insegnano a cogliere anche ciò che non viene impresso sulla pellicola e anche ciò che resta ai margini dell’immagine è, a suo modo, un soggetto.

Al bianco e nero predominante nella mostra di Fregni Nagler, fa da contraltare il cromatismo dell’omaggio a Lothar Baumgarten nella Videoteca. Le fotografie realizzate dall’artista durante la sua permanenza tra gli Yanomami in Venezuela, alla fine degli anni Settanta, mostrano una natura come costruzione simbolica e soggetto centrale nella rappresentazione. Attraverso fotografie, film, disegni e installazioni Baumgarten fa emergere saperi alternativi – spesso marginalizzati – e, presentandoli all’Occidente, lo costringe a confrontarsi con le proprie responsabilità, riconoscendo il ruolo del colonialismo nella rappresentazione e, spesso, nella cancellazione di tali saperi.

Questa versione onirica dell’istituzione torinese viene inoltre “visitata” da presenze quasi fantasmatiche: le opere di Davide Sgambaro, scelto come “Intruso” per la Terza Risonanza. La figura dell’Intruso interviene in ogni stagione espositiva con il compito di scompaginare e riconfigurare in modo imprevisto e alternativo le relazioni spazio-temporali nel museo. Con due interventi site specific e una performance, Sgambaro attinge all’immaginario giovanile per svelare la fragilità e, al contempo, la resistenza di una generazione sospesa tra stupore e disincanto, tra la coltivazione dei sogni e l’inquietudine che sempre più spesso li disturba. Se a primo impatto le sue opere appaiono giocose e colorate, uno sguardo più attento rileva le crepe di questo mondo ludico e coglie le spie del disincanto negli oggetti, nelle abitudini e nei gesti giovanili.
Si conclude così un itinerario tra luce e ombra, visibile e invisibile, evanescenza e materialità, memoria e presente, in cui l’opera diventa soglia tra dimensioni differenti, volutamente non riconducibili a sintesi. All’interno di un programma espositivo ampio e variegato – in cui la fragilità dei materiali, il gioco di luce e ombra e l’ambiguità delle immagini giocano un ruolo centrale –, emerge comunque un filo conduttore: guardiamo alle stelle, interroghiamo le mappe, valorizziamo gli incontri, per ritrovare l’orientamento e sondare nuovi percorsi.





