Nowhere Land, quando la fotografia inventa il paesaggio

Che cosa resta di un luogo quando smette di essere geografia e diventa immagine? È attorno a questa domanda che prende forma Nowhere Land. The Imaginary Landscape of Photography, la mostra ospitata dalla Galleria Vik Milano e curata da Alessandro Riva, un progetto che attraversa la fotografia contemporanea scegliendo il paesaggio non come genere, ma come dispositivo di pensiero. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. “Nowhere Land” non indica un territorio inesistente, bensì uno spazio mentale in cui il reale perde la propria funzione descrittiva per trasformarsi in esperienza, memoria e immaginazione. Il paesaggio, qui, non coincide con ciò che abbiamo davanti agli occhi. È piuttosto il risultato di una relazione tra chi guarda e ciò che viene guardato. Ogni fotografia diventa così il luogo di una trasformazione. La mostra riunisce autori appartenenti a generazioni e percorsi differenti, accomunati dall’idea che l’immagine fotografica non sia mai una semplice registrazione del mondo. Al contrario, ogni opera mette in discussione la presunta oggettività del mezzo, mostrando come l’atto fotografico sia sempre una scelta, un’interpretazione, un processo di costruzione del visibile.

George Tatge, Dall’argine MN, 2023, courtesy Paola Sosio Contemporary Art

In questa prospettiva le vedute urbane di Gabriele Basilico acquistano una forza che va oltre il documento. Le sue città, rigorose e silenziose, sembrano organismi sospesi nel tempo, architetture che raccontano la memoria delle trasformazioni urbane e, insieme, la condizione dell’uomo contemporaneo. La precisione dello sguardo non elimina l’emozione: la rende, semmai, più profonda. Accanto a lui, George Tatge conduce il paesaggio verso una dimensione quasi metafisica. Le sue immagini non descrivono semplicemente luoghi attraversati, ma restituiscono la stratificazione delle esperienze, dei ricordi e delle culture che li hanno abitati. Il viaggio diventa così una condizione dello sguardo prima ancora che dello spostamento fisico.

Federica Palmarin

Di natura diversa è la ricerca di Lucio Gelsi, che trasforma New York in un set cinematografico fatto di riflessi, prospettive e atmosfere sospese. La città reale lascia spazio a un immaginario costruito attraverso la luce, dove la fotografia dialoga apertamente con il linguaggio del cinema. L’idea di paesaggio come apparizione emerge con particolare evidenza nelle immagini islandesi di Luca Gilli, appartenenti alla serie Absolute Landscape. Qui la natura assume una dimensione quasi originaria, lontana da ogni intento documentario, mentre nelle fotografie di Federica Palmarin dedicate a Mauritius il paesaggio si riduce all’essenza di luce, colore e orizzonte, sfiorando un linguaggio prossimo all’astrazione pittorica.

Anna Muzi

Anche Teresa Emanuele lavora sul limite tra presenza e dissolvenza. Riflessi, trasparenze e dettagli apparentemente marginali diventano strumenti per mettere in crisi la certezza della visione, suggerendo che ogni immagine custodisca una zona di ambiguità impossibile da risolvere. In altri lavori il paesaggio nasce letteralmente dall’invenzione. I collage di Anna Muzi costruiscono geografie impossibili assemblando frammenti provenienti da tempi e luoghi differenti. La memoria diventa materia compositiva, mentre il montaggio genera spazi che non appartengono ad alcuna cartografia, ma risultano sorprendentemente credibili.

Olga Mai

Una riflessione affine, seppure sviluppata attraverso un procedimento opposto, caratterizza il lavoro di Santi Caleca. Le sue fotografie derivano da modellini architettonici progettati da Ettore Sottsass e Johanna Grawunder, trasformati mediante luce e inquadratura in paesaggi plausibili, capaci di mettere continuamente in discussione il rapporto tra realtà e finzione. Di tono più raccolto è invece la ricerca di Olga Mai, che presenta piccole immagini custodite all’interno di antiche cornici. La scala ridotta invita a un rapporto ravvicinato con l’opera, quasi domestico, trasformando il paesaggio in un oggetto della memoria più che della contemplazione.

Antonio De Luca

Nelle fotografie di Antonio De Luca la natura viene progressivamente sottratta al dettaglio descrittivo per diventare ritmo, equilibrio e forma. Rocce, mare e vegetazione si organizzano secondo una sintesi che restituisce l’essenza del luogo anziché la sua semplice rappresentazione. A chiudere idealmente il percorso è Uliano Lucas, che ricorda come il paesaggio sia anche una costruzione sociale. Le sue immagini dedicate all’Italia del secondo dopoguerra raccontano territori abitati da persone, gesti quotidiani, relazioni e trasformazioni collettive. Il paesaggio coincide qui con la storia di chi lo vive.

Uliano Lucas, Durante la festa del Redentore, Venezia, luglio 1999 stampa ai sali d’argento su carta barritata, 24×30, courtesy Antonia Jannone arte contemporanea

L’aspetto più interessante del progetto curatoriale di Alessandro Riva consiste proprio nell’aver evitato una lettura cronologica o stilistica della fotografia di paesaggio. Il percorso preferisce interrogare il modo in cui ogni autore costruisce un rapporto personale con il reale, mostrando come il paesaggio sia, prima di tutto, un processo mentale. La fotografia non certifica il mondo: lo interpreta, lo riscrive e, in qualche misura, lo inventa. In un momento storico in cui siamo quotidianamente sommersi da immagini che pretendono di coincidere con la realtà, Nowhere Land ricorda invece che ogni fotografia è sempre una forma di immaginazione. Non esiste uno sguardo neutrale. Esiste soltanto il continuo attraversamento di quella soglia dove il luogo smette di appartenere alla geografia e diventa esperienza interiore. È proprio in questo spazio incerto, tra documento e visione, che la mostra trova la propria ragione più profonda, restituendo alla fotografia la sua capacità di costruire mondi anziché limitarsi a registrarli.

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