Qualche anno fa decidemmo di inaugurare, da queste pagine, un nuovo genere di critica d’arte: quella delle copertine dei libri, cominciando da quelli finalisti al Premio Strega. D’altra parte, si usa dire da sempre che un libro non si giudica dalla copertina: e proprio per questo noi, da bravi bastian contrari, abbiam deciso di farlo; giacché, nella società dello spettacolo avanzato, dove tutto è immagine, confezione, marketing, comunicazione, paillettes e posizionamento, continuare a sostenere che l’aspetto esteriore non conti un fico secco significa fingere di ignorare ciò che sanno persino i bambini: e cioè che ciò che è ben confezionato viene guardato, e a volte persino acquistato (quanto al leggerlo, beh, non esageriamo!), mentre ciò che è malpresentato finisce nel dimenticatoio prima ancora di essere, non diciamo letto, ma neppure sfogliato.
Forti dunque di questa nostra bella invenzione, della quale andavamo tanto orgogliosi, oggi ci siamo chiesti: perché non passare dalle copertine alle banconote, visto che la Banca Centrale Europea si prepara a vararne una serie nuova fiammante? Anche la banconota, dopotutto, è una superficie illustrata: possiede un fronte e un retro, immagini, colori, simboli, retoriche e promesse, proprio come un’opera d’arte o la copertina di un libro. E, proprio come certi libri, circola moltissimo senza che quasi nessuno si prenda la briga di guardarla veramente. Questa volta, per di più, a invitarci all’esercizio è stata nientemeno che la stessa Banca Centrale Europea, che ha presentato dieci proposte per le future banconote chiedendo ai cittadini di indicare le loro preferite (qua il link per votare, ndr). E poiché non capita tutti i giorni che la massima autorità monetaria europea ci autorizzi a esprimere pubblicamente il nostro parere, non certo sulla sua politica – non sia mai! –, ma perlomeno, cara grazia, sulla sua estetica, sarebbe scortese da parte nostra non approfittarne. Eccoci dunque pronti.
Prima, però, qualche precisazione. Va infatti detto che i grafici invitati al concorso non erano liberi di mettere sulle banconote ciò che pareva loro. La BCE aveva già stabilito due temi, assegnando a ciascun taglio personaggi, animali, ambienti ed edifici. Ai concorrenti restava il non semplicissimo compito di combinarli senza limitarsi a svolgere diligentemente il compitino. Vediamole, allora, queste linee guida. Il primo tema, “Cultura europea: spazi culturali condivisi”, prevedeva Maria Callas sui cinque euro, Beethoven sui dieci, Marie Curie sui venti, Cervantes sui cinquanta, Leonardo da Vinci sui cento e, udite udite, nientemeno che Bertha von Suttner sui duecento (Chi era costei?, avremmo voluto domandare noi: ma non volevamo fare la figuraccia di Fedez quando si lasciò andare a quel poco cortese, e assai rivelatore della sua beata ignoranza, “Ma chi c….o è Strehler?”!. Noi boomer, invece, che fin da ragazzi ci siamo nutriti a pane e Strehler, dobbiamo d’altra parte ammettere che qualcun altro, ai tempi suoi, si sarà ben nutrito a pane e von Suttner: siamo dunque andati a cercarcela su Google e abbiamo scoperto che Bertha von Suttner fu una baronessa, scrittrice e pacifista austro-boema, autrice del romanzo antimilitarista Giù le armi!, nonché, nel 1905, la prima donna a ricevere il premio Nobel per la pace. Una signora di tutto rispetto, insomma: e siamo quindi sinceramente contenti che ci sia, oltre che leggermente sollevati dall’aver finalmente scoperto chi diavolo fosse).
Sul retro, poi, le indicazioni – altra sorpresa – prevedevano che campeggiassero le arti performative, la musica, le scuole e le università, le biblioteche, i musei e le piazze pubbliche. Insomma, sarà anche vero che con la cultura non si mangia – e noi ne sappiamo qualcosa –, ma almeno, nella nuova Europa, la cultura finirà direttamente stampata sui soldi. Meglio che un calcio in c…o, direbbe quel tale. Il secondo tema, “Fiumi e uccelli: resilienza nella diversità”, ci conduce invece dalla sorgente montana fino al mare, accompagnati rispettivamente dal picchio muraiolo, dal martin pescatore, dal gruccione, dalla cicogna bianca, dall’avocetta e dalla sula bassana. Perché proprio gli uccelli?, ci siamo chiesti sempre noi; ed ecco perché: secondo la BCE, essi, non riconoscendo le frontiere, rappresentano la libertà, l’unità degli europei e il nostro legame con la natura. Non sappiamo se gli uccelli, appositamente interrogati, sarebbero d’accordo: soprattutto vedendo, almeno da noi, le proposte di ulteriore e scellerata liberalizzazione della caccia volute da questo governo; ma per ora ce lo teniam per noi. Sul retro dovevano infine comparire il Parlamento europeo, la Commissione, la Banca Centrale, la Corte di giustizia, il Consiglio e la Corte dei conti. In breve: davanti la libertà degli uccelli, dietro gli edifici delle istituzioni, e non sempre quelle più amate. Una contraddizione sulla quale, tuttavia, i progettisti sono stati prudentemente invitati a sorvolare.
Queste erano le regole. Vediamo ora come i dieci concorrenti, dalla A alla J, siano riusciti a rispettarle, interpretarle o, quando possibile, aggirarle.
A. Studio Joost Grootens. L’Europa in scatola

Joost Grootens è un grafico olandese specializzato in atlanti, mappe e sistemi d’informazione. E si vede: più che sei banconote, le sue sembrano altrettante mappe nelle quali sei illustri europei sono stati sistemati a forza dentro caselle troppo strette, come Alice nella casa del Bianconiglio quando, divenuta improvvisamente gigantesca, si ritrova con un braccio fuori dalla finestra e un piede infilato nel camino. Callas, Beethoven, Marie Curie, Cervantes, Leonardo e Bertha von Suttner appaiono infatti compressi dietro una griglia di rettangoli e costretti ad affacciarsi da minuscole aperture, come se qualcuno li avesse chiusi dentro un mobile Ikea dimenticando le istruzioni per farli uscire. “Il filo conduttore del disegno”, spiega lo studio, “è una riflessione su come si forma la cultura. Gli occhi rappresentano l’osservazione, la percezione e la riflessione, mentre la bocca simboleggia l’espressione, il dialogo e lo scambio”. È un po’ come voler spiegare la nascita dell’amore attraverso una tavola anatomica: gli occhi servono a guardarsi, la bocca a baciarsi, altre parti del corpo, assai più intime, lascio a voi immaginare a cosa possano servire; alla fine sappiamo tutto dell’anatomia dell’amata, o dell’amato, tranne l’unica cosa che conti davvero: perché ce ne siamo innamorati.

il risultato? Piuttosto freddino, in linea con il clima olandese: Maria Callas, sui cinque euro, sembra infatti chiedersi chi abbia osato attribuirle il taglio più basso della serie; Beethoven, sui dieci, ci guarda con la comprensibile irritazione di chi, oltre a essere diventato sordo, è stato ora incastrato dentro una finestrella; di Cervantes rimangono gli occhi, i baffi e l’aria perplessa di chi sta pensando di mandare Don Chisciotte a liberarlo, ma teme che sottrarlo ai diktat della Banca Centrale sia, persino per uno come lui, una battaglia contro i mulini a vento; Leonardo, infine, privato di buona parte della fronte e della barba, ha l’aria pensosa di un uomo che sta cercando di capire quale diavolo d’un algoritmo abbia sconciato così il suo autoritratto.

Sul retro, ecco poi comparire concerti, scuole, biblioteche, musei e piazze, debitamente trasformati in mappe, silhouette e prospettive assonometriche. Non vediamo, con buona pace dei progettisti, persone che partecipano alla cultura, ma diagrammi di persone che dovrebbero partecipare alla cultura. È, con tutto il rispetto per la categoria, la cultura come potrebbe immaginarla un bancario o un ragioniere: ordinata, classificata, perfettamente contabilizzata e, soprattutto, senza il minimo rischio di scoperto emotivo. Il concerto non deve commuovere, il museo non deve sorprendere: l’importante è che, alla fine, i conti riescano a tornare.

Il sistema è ordinato, leggibile, contemporaneo e irrimediabilmente freddo. La cultura viene rappresentata come un problema di organizzazione dello spazio; l’umanità, quando compare, è pregata di non uscire dal rettangolo assegnato.
Un’Europa perfettamente impaginata, nella quale Callas, Beethoven e Leonardo sembrano attendere che qualcuno venga finalmente ad aprire la loro striminzita gabbia. Più che pagare con queste banconote, viene voglia di liberarne i poveri ostaggi. Voto: 5
B. PunktFormStrich. L’euro per birdwatcher

PunktFormStrich è uno studio di Salisburgo specializzato in branding, grafica e illustrazione. La sua proposta sembra destinata a quanti, prima di accettare cinquanta euro, desiderano sapere a quale velocità voli una cicogna. Ogni banconota presenta infatti un uccello nel proprio habitat, accompagnato da nome, caratteristiche, canto tradotto in barre orizzontali e velocità di volo indicata su una scala verticale. Più che il protagonista di una banconota, il volatile sembra essere stato fermato alla frontiera: generalità, domicilio, segni particolari, capacità di spostamento e registrazione della voce. Mancano soltanto le impronte digitali, alle quali, per evidenti ragioni anatomiche, si è dovuto rinunciare.

Il disegno degli animali è elegante e accurato; meno chiaro è perché il martin pescatore debba essere trasformato in un’infografica e il canto del gruccione sottoposto a misurazione, quasi fosse un rumore molesto segnalato dai condomini. La natura, qui, non viene propriamente contemplata: viene schedata. Tutto ciò che vola, canta o attraversa liberamente il paesaggio europeo viene prudentemente convertito in un dato.

Sul retro ritroviamo la mappa dell’Europa e gli edifici delle istituzioni comunitarie. Dopo avere identificato, misurato e registrato ciascun uccello, insomma, lo si consegna finalmente all’autorità competente perché ne faccia quel che attestano le leggi (comunitarie, ça va sans dire). Sul retro ritroviamo la mappa dell’Europa e gli edifici delle istituzioni comunitarie. Non stupisce dunque che la cicogna dei cinquanta euro voli via ad ali spiegate: sull’altra faccia della banconota l’aspetta la Corte di giustizia.

Il risultato è graficamente limpido e assai ben costruito, ma possiede il fascino un po’ zelante di un manuale per il riconoscimento dell’avifauna. Con queste banconote, ricevere il resto al bar potrebbe trasformarsi in un esame di ornitologia: “Ecco il suo caffè. Mi dica ora il richiamo del martin pescatore e la sua velocità media di crociera”.
Un euro colto, ordinato e naturalistico, nel quale gli uccelli non conoscono frontiere ma devono esibire i documenti prima di cantare. Voto: 6 –
C. Neue Gestaltung. L’astrazione come bene rifugio

Neue Gestaltung è uno studio berlinese fondato nel 1995, attivo tra direzione artistica, grafica editoriale e identità visiva. Una formazione che emerge chiaramente soprattutto sul fronte delle banconote, dove i ritratti fotografici, trattati in tonalità monocrome accordate ai colori tradizionali dei diversi tagli, dialogano con altrettante composizioni astratte.

Cerchi concentrici, rettangoli, archi, diagonali, campiture e trasparenze costruiscono intorno ai personaggi una specie di compendio del modernismo europeo, dal Bauhaus al costruttivismo, dall’astrazione geometrica al design degli anni Sessanta. Le immagini non si limitano dunque a fare da sfondo, ma stabiliscono ogni volta una relazione con la figura e con il campo culturale che questa rappresenta.

Accanto alla Callas, i cerchi concentrici richiamano i celebri Target di Kenneth Noland; per Beethoven, rettangoli rossi, rosa e amaranto compongono una sorta di tastiera passata attraverso gli esercizi cromatici di Josef Albers. Nel taglio dedicato a Marie Curie, cerchi e rettangoli formano una grande ampolla da laboratorio ridisegnata secondo la grammatica del Bauhaus; intorno a Cervantes, gli archi colorati rimandano invece tanto alle ricerche di Sonia Delaunay quanto alla grafica europea degli anni Sessanta. Leonardo è accompagnato da triangoli e piani prospettici sovrapposti, tra costruttivismo e avanguardia geometrica; Bertha von Suttner, infine, da un motivo di foglie modulari sospeso tra tessuto modernista e carta da parati, nel quale persino la pace mondiale sembra essere diventata una questione d’impaginazione.

Del resto, nei momenti d’incertezza i capitali si rifugiano nei beni sicuri e i grafici nell’astrazione: un cerchio non offende alcuna nazione, una diagonale non rivendica confini e una campitura cromatica non pretende rappresentanza politica. Neue Gestaltung compie dunque un investimento prudente, ma redditizio: i riferimenti sono colti, i colori funzionano e il rapporto tra fotografia e geometria conferisce alla serie una riconoscibilità non comune.

Più debole il retro, dove le costellazioni che per secoli hanno guidato i viaggiatori vengono sovrapposte alla mappa dell’Europa e affiancate da scenette popolate da omini senza volto, a metà strada tra le figure di Julian Opie, un Marco Lodola sottoposto a normalizzazione aziendale e le illustrazioni della cosiddetta Corporate Memphis: quella rassicurante umanità vettoriale che popola i siti di banche, assicurazioni e compagnie telefoniche, dove tutti sono giovani, inclusivi, collaborativi e misteriosamente privi di lineamenti.

La BCE spiega che le figure sono state rappresentate senza caratteristiche individuali affinché ogni cittadino possa riconoscervisi. Un principio democratico ineccepibile: per rappresentare tutti, basta non assomigliare a nessuno.
Una proposta graficamente colta e molto ben costruita, soprattutto sul fronte, dove fotografia e astrazione riescono a convivere senza trasformare la banconota in un manifesto didattico. Sul retro l’Europa perde invece fisionomia e scivola verso l’illustrazione aziendale. Davanti frequenta il Bauhaus; dietro apre un conto online. Voto: 7,5
D. Rudy Guedj e François Girard-Meunier. Voli d’uccello e giochi di prestigio

Rudy Guedj e François Girard-Meunier sono due graphic designer attivi ad Amsterdam, soprattutto nel campo dell’editoria e delle istituzioni culturali. La loro proposta si distingue immediatamente per una scelta insolita: il fronte della banconota è costruito in verticale. Per guardarlo correttamente bisogna dunque ruotare il denaro di novanta gradi, come facciamo con lo smartphone quando una fotografia non entra nello schermo. Il problema è che la banconota, a differenza del telefono, non dispone ancora della rotazione automatica; bisognerà quindi stabilire ogni volta se tenerla in modalità ritratto, per contemplare l’uccello, oppure in modalità paesaggio, per capire quanti soldi abbiamo in mano. Con il rischio di prodursi nello stesso piccolo balletto che conosciamo bene davanti allo smartphone: lo giriamo, l’immagine si dispone dalla parte sbagliata; lo rigiriamo, resta ostinatamente bloccata; tentiamo una terza volta e, alla fine, non sappiamo più se sia capovolto lo schermo, la banconota o noi. A quel punto, però, il passaggio dalla rotazione automatica al gioco delle tre carte è breve: ritrovato finalmente il verso giusto, converrà controllare che nel frattempo non sia sparito il portafoglio.

I sei tagli raccontano il viaggio di un fiume dalla sorgente montana fino al mare in tempesta. Il paesaggio emerge attraverso linee, reticoli, campiture luminose e diagrammi che diventano progressivamente più complessi mentre l’acqua si avvicina alla foce. L’idea è elegante, benché leggermente impegnativa per chi volesse soltanto pagare un caffè.

Gli uccelli, disegnati con minuzia quasi naturalistica, attraversano uno spazio fatto di sonogrammi, piume isolate, ingrandimenti, sequenze di ali e tracciati del movimento. Il riferimento corre inevitabilmente agli studi cronofotografici di Étienne-Jules Marey, che alla fine dell’Ottocento cercava di scomporre e rendere visibile il volo degli animali; ma anche alle tavole scientifiche, all’Op Art, alla grafica generativa e a certe copertine della musica elettronica. Più che raffigurare un uccello, Guedj e Girard-Meunier provano a mostrarci tutto ciò che normalmente non vediamo del suo volo: il suono, la traiettoria, il ritmo e la successione dei movimenti. Talvolta, però, sembra che il birdwatcher evocato dalla presentazione ufficiale si sia portato dietro l’intero laboratorio. Tra onde sonore, rilevamenti, diagrammi, piume e ricostruzioni del battito alare, l’uccello rischia di essere sottoposto a più esami di un astronauta prima della partenza.

Sul retro, tornato prudentemente orizzontale, ecco comparire gli edifici delle istituzioni europee, fasci di luce, trame fluttuanti e soprattutto grandi mani che, secondo la spiegazione ufficiale, «sostengono, stabilizzano, allineano e discutono». A noi, invece, ricordano soprattutto quelle di un prestigiatore sul punto di far sparire qualcosa.

D’altra parte, mettere tante mani sopra una banconota è una scelta simbolicamente rischiosa. Le mani sono quelle con cui il denaro si conta, si scambia, si accumula, si nasconde e, in alcuni casi, si fa passare sotto il tavolo. C’è la mano che dà e quella che prende, la mano invisibile del mercato e quella, assai più visibile, che entra nel portafoglio. E quando un prestigiatore ci invita a seguire attentamente i movimenti delle sue mani, sappiamo bene che è proprio allora che dovremmo guardare da un’altra parte.
Una serie elegante, colta e visivamente riconoscibile, forse un po’ troppo innamorata dei propri diagrammi. Gli uccelli volano, il fiume scorre, le mani si agitano e la banconota gira continuamente tra formato verticale e orizzontale: più che un mezzo di pagamento, una piccola esperienza interattiva. Voto: 7
E. Myrsini Vardopoulou. Classici contemporanei

Myrsini Vardopoulou, pittrice e incisora greca, è una specialista della piccola superficie: per oltre trent’anni ha disegnato francobolli per le poste elleniche, più di duecentocinquanta, e alla storia ideologica ed estetica della filatelia greca ha dedicato persino un dottorato. Ha dunque trascorso buona parte della vita a condensare personaggi, simboli e avvenimenti in pochi centimetri quadrati; e si vede.

La sua è la proposta più classica, più propriamente numismatica e, diciamolo subito, a nostro giudizio anche la più bella. Grandi ritratti incisi, figure solenni e un corredo di simboli trasformano i protagonisti in un piccolo pantheon di santi laici, ciascuno provvidenzialmente accompagnato dai propri attributi: la Callas da note e chiave di violino; Beethoven dal metronomo e dalla tastiera; Marie Curie da molecole e orbite atomiche; Cervantes dalla penna e dal mulino a vento; Leonardo dall’Uomo vitruviano e dalla geometria; Bertha von Suttner dal ramo d’ulivo, perché anche la pace, quando entra in banca, deve presentarsi munita di documento.

A tenere insieme tutto sono cerchi, spirali, reticoli e diagrammi che mescolano l’incisione tradizionale della cartamoneta con l’Op Art e la grafica scientifica novecentesca. Ma nei grandi volti trattati per campiture, nei retini, nelle gamme cromatiche ridotte e in certi raggi concentrici si riconosce anche la lezione della grafica di propaganda politica, dal Costruttivismo ai manifesti novecenteschi, così come è stata ripresa e trasformata dalla Street Art di Shepard Fairey, alias Obey. La classicità numismatica passa dunque attraverso uno dei linguaggi più riconoscibili dell’arte urbana contemporanea: operazione tutt’altro che nostalgica, e forse uno dei motivi per cui queste banconote riescono a essere insieme autorevoli e sorprendentemente attuali.

La BCE spiega che il progetto vuole concentrarsi “sul valore universale del lavoro di ogni individuo piuttosto che sulla sua personalità”: proposito singolare, visto che la personalità occupa in genere metà della banconota, con tanto di nome, ritratto e apparato iconografico. Ma il sistema funziona: è chiaro, elegante e perfettamente leggibile, senza sembrare per questo né vecchio né polveroso.

Qualche cedimento arriva semmai sul retro, quando Vardopoulou abbandona la sicurezza dell’incisione per tentare di apparire più contemporanea. Concerti, scuole, biblioteche, musei e piazze vengono affidati a sagome anonime, reticoli, edifici sfumati e mappe dell’Europa: la cultura viva si trasforma così nella consueta umanità senza volto dei dépliant istituzionali, in cui tutti partecipano, collaborano, studiano e s’incontrano, ma nessuno sembra divertirsi particolarmente. Il cedimento più vistoso arriva sui cento euro, dove l’Uomo vitruviano viene trasformato in una gigantesca opera di Street Art, davanti alla quale un passante, naturalmente ridotto anch’egli a silhouette, si affretta a scattare una fotografia. Quello che sul fronte era un intelligente richiamo alla grafica di Shepard Fairey diventa qui il rendering un po’ oleografico di un progetto comunale per la riqualificazione di un brutto palazzo di periferia.

Non va molto meglio nei duecento, con quella piazza alberata, popolata di famigliole e bambini festanti, che sembra promettere non la pace universale di Bertha von Suttner, ma l’imminente inaugurazione di un nuovo complesso residenziale. È il destino di molti classicisti quando vogliono dimostrare di essere moderni: smettono per un momento di essere sé stessi e diventano, immancabilmente, un poco più banali.
Resta tuttavia la serie più compiuta, riconoscibile e convincente fra quelle viste finora: bellissima davanti, meno risolta dietro, ma dotata di quella gravità visiva che una banconota dovrebbe pur conservare, se non vuole sembrare un buono sconto o la schermata di un’applicazione bancaria. Voto: 8,5
F. Jan Robert Dünnweller. L’Europa a mano libera

Nato a Colonia nel 1984, Jan Robert Dünnweller ha studiato design industriale e comunicazione visiva tra Linz, Istanbul e Weimar e lavora soprattutto come illustratore per giornali, riviste e marchi internazionali, dal New York Times al New Yorker, da Die Zeit ad Apple e Moncler. E si vede: più che banconote, le sue sembrano uscite dalla pagine di una rivista culturale con molta eleganza ma anche un po’ di puzza sotto il naso.

Il progetto intende tradurre in immagini il motto europeo “Uniti nella diversità”. Dünnweller mette dunque insieme pennellate, retini, macchie, frammenti geometrici e texture, guardando al Costruttivismo, a Dada, a Rauschenberg e alla grafica editoriale contemporanea. Ma il vero elemento unificante, più ancora del collage, è la stilizzazione del segno: ogni figura e ogni ambiente vengono ridotti a pochi tratti, campiture e segni essenziali, come se l’intera cultura europea fosse stata affidata al taccuino di un illustratore particolarmente veloce.

I ritratti, disegnati a mano con una linea mobile, nervosa e insieme molto controllata, sono infatti la parte migliore della serie. Fanno pensare alle copertine jazz di David Stone Martin, al virtuosismo lineare di Al Hirschfeld e, più vicino a noi, alle fulminanti osservazioni umane di Giuseppe Novello; più lontano, affiora persino qualcosa dei disegni commerciali del primo Warhol. Bastano pochi tratti per rendere riconoscibili i volti e, soprattutto, per restituire loro una presenza: la Callas sembra posare per la copertina di un disco; Beethoven, spettinato e accigliato, pare aver appena scoperto che qualcuno ha remixato la Nona; Marie Curie affronta con encomiabile dignità un’esplosione di macchie blu; Cervantes e Leonardo emergono da una cartoleria d’avanguardia, mentre Bertha von Suttner, circondata da foglie, impronte e campiture gialle, sembra essere stata scelta come testimonial di una campagna europea per la pace, o almeno per la raccolta differenziata.

Una fascia scura verticale attraversa ogni taglio e tenta di riportare ordine fra i materiali: una sorta di dogana grafica incaricata di controllare che pennellate, fotografie e frammenti astratti possano circolare liberamente nello spazio Schengen della composizione. Ma la diversità è tanta e l’unità, qualche volta, deve farsi largo a gomitate.

Sul retro, concerti, scuole, biblioteche, musei e piazze subiscono la medesima riduzione e diventano schizzi rapidi, quasi appunti presi durante una riunione. Sono immagini fresche, leggere e persino piacevoli; il problema è che non sembrano affatto soldi. Sembrano piuttosto pagine strappate dal taccuino di un illustratore, con tanto spazio ancora disponibile per continuare il lavoro. Il rischio è che, durante una telefonata particolarmente lunga, qualcuno finisca per aggiungere baffi alle figure, annerire qualche casella o disegnare un paio di nuvolette; e si accorga soltanto riattaccando di avere scarabocchiato duecento euro.
La serie possiede energia, cultura visiva e una sua piacevole irriverenza; le manca però quella gravità che dovrebbe impedire a una banconota di essere scambiata per un foglio da disegno. Belle da guardare, dunque, ma poco inclini a ricordarci che quei foglietti sono pur sempre denaro sonante: dettaglio non del tutto trascurabile, soprattutto quando il foglietto vale duecento euro. Voto: 7 e 1/2
G. Rubio & del Amo e Cruz más Cruz. La cultura (rovesciata) al metal detector

La proposta nasce dalla collaborazione fra Rubio & del Amo, studio murciano specializzato in identità visiva, editoria e packaging, e Cruz más Cruz, fondato da José María Cruz Novillo con il figlio Pepe. Il curriculum è di tutto rispetto: Cruz Novillo è stato uno dei padri della grafica spagnola contemporanea e aveva già progettato le serie di pesetas emesse fra il 1978 e il 1985. Il risultato, proprio per questo, sorprende ancora di più; e non necessariamente in bene.

Anche qui, come nella proposta D, le banconote sono concepite in verticale. Ma ciò che là appariva una bizzarria almeno coerente con il volo degli uccelli, qui diventa decisamente più fastidioso. Callas, Beethoven, Curie, Cervantes, Leonardo e von Suttner sono costretti dentro un formato che sembra quello di una storia di Instagram, mentre la banconota, ostinatamente analogica, continua a essere estratta dal portafoglio in orizzontale. Bisognerà dunque girarla per guardare il personaggio, rigirarla per leggere il valore e forse girarla ancora per capire da quale parte consegnarla al cassiere.

Gli autori dichiarano di avere posto al centro lo sguardo, inteso come occasione di incontro e dialogo con chi tiene in mano la banconota. Gli occhi, in effetti, non mancano: enormi, frontali, insistenti. A mancare è semmai lo sguardo. I volti fotografici, filtrati da retini, linee concentriche, campiture trasparenti e colori uniformi, perdono ogni vibrazione individuale e assumono la fissità delle immagini ottenute durante un riconoscimento biometrico. Più che incontrare sei grandi personalità della cultura europea, abbiamo l’impressione di essere osservati da sei efficientissimi sistemi di videosorveglianza.
Il retino, ripetuto con identica regolarità su visi, abiti e fondali, invece di unificare la serie finisce infatti per livellarla. Callas, Beethoven e Leonardo diventano varianti cromatiche dello stesso modello grafico: perfettamente riconoscibili, certamente, ma anche perfettamente refrigerati. La griglia ispirata alle lettere della parola EURO e la fascia centrale a capsule completano l’effetto, a metà strada fra un documento elettronico, un test ottico e la tessera d’accesso a qualche edificio europeo nel quale il pubblico non è ammesso.

Il retro riesce, se possibile, a essere ancora più freddo. Concerti, scuole, biblioteche, musei e piazze sono popolati da figure stereotipate, rigide e prive di qualsiasi dinamismo, incastrate fra fotografie, cerchi e fasce verticali. Dovrebbero rappresentare la cultura come esperienza condivisa; sembrano invece persone convocate per partecipare a una simulazione obbligatoria di vita sociale.
È una serie tecnicamente controllata, ma proprio il controllo è il suo problema: tutto è ordinato, filtrato, sorvegliato, omogeneizzato. Persino l’umanità, prima di entrare nella composizione, sembra essere stata pregata di passare sotto il metal detector. Voto: 5
H. Atelier Goppel-Toperngpong. Questione di liquidità

L’Atelier Goppel-Toperngpong, oggi Atelier Goto, riunisce a Ratisbona Gisela Goppel, illustratrice per editori, riviste e marchi internazionali, e Florian Toperngpong, grafico, autore e progettista attivo soprattutto per teatri e istituzioni culturali. Una coppia specializzata, dunque, nel trasformare contenuti complessi in racconti visivi; e infatti, più che progettare sei banconote, costruisce una piccola storia illustrata dell’acqua europea.

Il concetto è presto detto: una goccia può sembrare insignificante, ma un corso d’acqua, col tempo, riesce persino a modellare le montagne; allo stesso modo un singolo cittadino può poco, mentre milioni di europei uniti diventano una forza. La metafora è edificante e, applicata a una banca centrale, persino inevitabile: quando si parla di denaro, prima o poi si finisce sempre per parlare di liquidità.

Sul fronte, comunque, l’acqua scorre, metaforicamente, piuttosto bene. Gli uccelli sono dipinti con una tecnica libera, fra acquerello, collage e illustrazione naturalistica di indubbio livello: il picchio muraiolo apre le ali davanti alle montagne; il martin pescatore si staglia come una macchia rossa e turchese; i gruccioni, sul taglio da venti, si concedono addirittura una piccola riunione di famiglia; la cicogna sorvola il fiume, le avocette passeggiano nell’acquitrino e la sula bassana affronta finalmente il mare aperto. Le immagini conservano precisione senza diventare tavole zoologiche e possiedono una qualità tattile, quasi da libro illustrato, che le rende immediatamente leggibili.

La progressione dalla sorgente al mare è raccontata attraverso il mutare dei paesaggi e della luce: dai grigi azzurrati della montagna ai rossi, ai verdi, fino al giallo luminoso dei duecento euro. È una serie forse poco audace, ma equilibrata e coerente; e soprattutto gli uccelli sembrano ancora animali, non dati biometrici, diagrammi di volo o indizi raccolti sulla scena di un delitto.

Il gioco cade un po’ sul retro, quando la natura cede il posto agli edifici delle istituzioni europee. Parlamento, Commissione, Banca Centrale, Corte di giustizia, Consiglio e Corte dei conti appaiono isolati, ripuliti e immersi in morbide sfumature cromatiche, come nei rendering preparati per convincere il consiglio comunale ad approvare un nuovo centro direzionale. Davanti l’acquerello, dietro il catasto; davanti gli uccelli in libertà, dietro l’amministrazione che ha già provveduto a registrarne il passaggio.
Nel complesso, tuttavia, la serie è gradevole, leggibile e possiede una continuità narrativa non comune. Non rivoluziona la storia della cartamoneta, ma almeno evita di prosciugarla completamente: risultato già apprezzabile, soprattutto quando la materia prima dichiarata è l’acqua. Voto: 7 e 1/2
I. Isabelle Daëron. Correnti alternate

Designer e ricercatrice francese, Isabelle Daëron ha fondato nel 2018 Studio Idaë, dedicando gran parte del proprio lavoro ai flussi naturali – acqua, aria e luce – e al loro impiego nello spazio pubblico. Fontane alimentate dalla pioggia, dispositivi urbani, installazioni e progetti ambientali costituiscono da anni il suo campo di ricerca: fra tutti i concorrenti, insomma, è forse quella che si è trovata più propriamente nel proprio elemento.

La serie mette in relazione il movimento del fiume e quello degli uccelli, facendo convivere fotografia, disegno manuale e grafica vettoriale. Sul fronte, ciascun volatile attraversa un paesaggio ridotto a profili, stratificazioni, linee topografiche e correnti sinuose: qualcosa fra una carta geologica, un diagramma meteorologico e una stampa giapponese passata attraverso un programma di modellazione. Il grande disco chiaro alle spalle degli uccelli funziona ora come sole, ora come luna, ora come bersaglio dal quale, fortunatamente, gli animali sembrano essere appena riusciti a fuggire.

Accanto a loro compaiono farfalle, libellule, api, rane e pesci: piccole presenze che ricostruiscono l’ecosistema del fiume e impediscono alla biodiversità di ridursi ai soli protagonisti prescritti dalla BCE. Il risultato è elegante e controllato, forse persino troppo: gli uccelli non abitano realmente il paesaggio, ma sembrano sospesi davanti a una sofisticata presentazione scientifica sul paesaggio.

La verticalità, qui, non è un incidente né un’ambiguità, ma il principio sul quale è costruito l’intero progetto. Uccelli, paesaggi, edifici, cifre e scritte sono tutti orientati nello stesso verso: Daëron non si limita a modificare la composizione della banconota, prende la banconota stessa e la gira di novanta gradi. La coerenza è impeccabile; un po’ meno scontata è la comodità, dal momento che portafogli, casse, cassetti e abitudini continuano ostinatamente a essere orizzontali. Potrebbe essere considerato un raffinato esercizio di realismo politico europeo: quando il progetto non si adatta alla realtà, si invita cortesemente la realtà a ruotare.

Sul retro, Parlamento, Commissione, Banca Centrale, Corte di giustizia, Consiglio e Corte dei Conti sono ripresi fotograficamente e attraversati dalle ramificazioni dei corsi d’acqua e da piccoli stormi in volo. La trama fluviale possiede una sua eleganza cartografica, ma gli edifici incombono con la consueta severità amministrativa: davanti la natura è ridotta a un sistema di flussi, dietro i flussi finiscono inevitabilmente davanti all’istituzione competente.
Una proposta concettualmente coerente e graficamente raffinata, nella quale però tutto appare più studiato che vissuto. Il fiume scorre, gli uccelli volano e l’euro, dopo venticinque anni trascorsi in orizzontale, viene invitato a mettersi sull’attenti. Voto: 6,5
J. Ville Tietäväinen. Moneta fuori corso

Nato a Helsinki nel 1970, Ville Tietäväinen si è laureato in architettura, ma ha poi scelto l’illustrazione, la grafica e soprattutto il fumetto. È autore di alcune fra le più note graphic novel finlandesi, tra cui Näkymättömät kädet (Le mani invisibili) e – coincidenza quasi troppo perfetta – Linnut ja meret, ovvero Uccelli e mari. Il tema assegnato dalla BCE sembrava dunque scritto appositamente per lui; ed è forse proprio questo il problema.
Tietäväinen concepisce infatti le sei banconote come altrettante tavole di un racconto illustrato. Dai cinque ai duecento euro, il fiume scende dalla montagna verso il mare, mentre picchio muraiolo, martin pescatore, gruccione, cicogna, avocetta e sula bassana si susseguono nei rispettivi ambienti. I disegni sono accurati, atmosferici, spesso di notevole qualità: tengono insieme illustrazione naturalistica, fumetto e antica incisione zoologica. Come immagini, dunque, funzionano; come banconote, assai meno.

Anche qui l’intera composizione è verticale, ma il vero problema non è tanto dover ruotare ancora una volta il denaro: è che, una volta ruotato, il denaro scompare. Restano belle tavole, pagine di un libro illustrato, copertine di un romanzo grafico; manca però quella particolare grammatica visiva – fatta di gerarchie, scansioni, segni, margini e contrappesi – che permette a un’immagine di diventare moneta. Stampare un valore sopra un’illustrazione non basta necessariamente a trasformarla in una banconota.

Sul retro, poi, il progetto perde anche parte della propria qualità. Gli edifici delle istituzioni europee vengono inseriti dentro enormi sagome d’ala, mentre folle minutamente disegnate si accumulano ai loro piedi. L’idea di fondere architettura e volo è fin troppo letterale e l’insieme appare rigido, affollato, talvolta persino impacciato: né vera illustrazione né convincente disegno monetario.
Tietäväinen sa certamente raccontare una storia per immagini. Ma una banconota non è la pagina verticale di una graphic novel, né un supporto neutro sul quale collocare un bel disegno. Questa serie illustra molto, racconta parecchio e dimentica quasi completamente di essere denaro. Per noi, dunque, è fuori corso prima ancora di entrare in circolazione. Voto: 4




