Oltre il codice: il vibe coding tra espressione emotiva e rivoluzione digitale

È una nuova forma di alfabetizzazione digitale ed emotiva oppure è l’ennesima tendenza dell’intelligenza artificiale potenzialmente pericolosa e quasi certamente passeggera? Il vibe coding, una pratica innovativa che unisce la programmazione informatica con l’espressione artistica e l’esperienza sensoriale, è ormai una realtà con cui fare i conti, con le sue potenzialità e i suoi rischi. 

Realizzare un’app o un sito web, fino a poco tempo fa, era un’impresa riservata a programmatori esperti o a chi aveva padronanza dei linguaggi di coding. Oggi lo scenario è radicalmente cambiato grazie all’intelligenza artificiale. Ed eccoci al tempo del vibe coding. Basta descrivere all’IA le caratteristiche desiderate e, in pochi secondi, il codice è pronto a generare app e siti web pronti per andare online. Tutto senza dover scrivere una sola riga di codice o conoscere le basi della programmazione.

Il primo a utilizzare l’espressione “vibe coding”, che tiene sapientemente insieme l’elemento emozionale con quello tecnologico, è stato Andrej Karpathy, uno scienziato informatico che ha lavorato a Tesla ed è tra i cofondatori di Open Ai. Sul suo profilo X, Karpathy è arrivato a definire il vibe coding “un nuovo tipo di programmazione”, nel quale “ci si abbandona completamente alle vibrazioni, si accettano gli esponenziali e ci si dimentica persino che il codice esista”. Non si tratta, quindi, solo di scrivere un codice, ma di creare un’esperienza emotiva e multisensoriale nel corso del processo di sviluppo digitale. Un dialogo sempre più profondo tra emozioni umane, sensazioni, suoni, luci, rumori e la macchina. Con il vibe coding, i programmatori utilizzano il codice non solo per creare applicazioni funzionali, ma anche per esprimere emozioni e concetti astratti attraverso il linguaggio di programmazione stesso. L’idea centrale è che la tecnologia possa diventare più intuitiva, empatica e reattiva se in grado di “percepire” la “vibrazione” emotiva e sentimentale. Quando insomma ci affidiamo a un’esperienza di sviluppo che rientra nel vibe coding, a prevalere è l’aspetto estetico, emozionale, su quello tecnico e funzionale. 

Il vibe coding può diventare un elemento in grado di aprire nuovi spazi di espressione personale e creatività attraverso la programmazione? «É un’importante tendenza del mondo che gira intorno all’intelligenza artificiale – spiega ad Artuu Magazine Fabio De Felice, professore di Operation management all’Università degli studi di Napoli ‘Parthenope’ e docente della Luiss Business School – , potremmo definirla una sorta di ‘ribellione gentile’, qualcosa che punta ad avvicinare l’elemento umano al mondo, percepito come distante e arido, della scritture del codice. Un cambiamento di approccio che vuole mettere in evidenza come possiamo in realtà essere più vicini all’ambiente tecnologico che, in questo caso, trova ispirazione nei colori, nelle sensazioni, e in tutti quegli elementi che rendono meno freddi e impersonali i sistemi di IA»

Non si tratta, quindi, solo di scrivere ‘istruzioni’ destinate alla macchina: l’obiettivo è lo sviluppo di un ambiente in grado, grazie all’elemento umano, di contaminare la tecnologia. In questo senso, “non è l’IA che domina l’uomo e si sostituisce – sottolinea De Felice – ma è l’elemento esperienziale personale che ‘contagia’ lo sviluppo della tecnologia”. Tuttavia esistono dei pericoli. Se è vero che, con il vibe coding, in pochi minuti è possibile generare giochi, app o siti vetrina, con rischi tutto sommato contenuti nonostante la possibile presenza di codici di scarsa qualità, quando si passa ad applicazioni più complesse, come per esempio l’ambito della sicurezza dei dati personali del settore bancario, le criticità aumentano. 

La raccolta e l’analisi di dati sensibili richiedono infatti rigorose misure di protezione che, senza un controllo adeguato dei processi legati all’IA, rischiano di essere trascurate. Guardando al futuro, il vibe coding rappresenta una frontiera promettente nell’intelligenza artificiale e nell’interazione uomo-macchina le cui potenzialità non sono limitate necessariamente al mondo del gaming: moda, marketing, intrattenimento, benessere e salute mentale, educazione, automotive sono altri potenziali ambiti di applicazione del vibe coding, con prospettive interessanti.

«Le potenzialità di crescita e sviluppo nei prossimi anni – conclude De Felice – dipendono sempre dai risultati. A mio avviso, un passaggio determinante sarà l’evoluzione dalla dimensione, al momento prevalente, dell’’estetica’, a quella etica. Oggi i processi di vibe coding sono legati a un’immagine influenzata dal mondo Instagram, ma vanno invece caricati di quei significati etici che caratterizzano il sistema dei valori umani. Sarà questo il salto di qualità importante che ci permetterà di comprendere il reale significato del vibe coding»

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Valentina Monarco
Valentina Monarco
Nata a Napoli, laureata in scienze politiche, giornalista professionista dal 2009. Ha iniziato come ufficio stampa e addetto alla comunicazione per enti e istituzioni del territorio, collaborando con diverse testate nazionali e locali. Oggi è impegnata nella valorizzazione e nella promozione di iniziative che uniscono storia, territorio e sperimentazione, e collabora con diverse realtà, locali e nazionali, come giornalista freelance, esplorando nuovi racconti e progetti culturali.

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