Oltre il museo: COM.unità dell’Arte Diffusa e l’idea di un City Open Museum

Cosa succede quando il museo smette di essere un luogo chiuso, riconoscibile, istituzionalmente protetto e diventa una condizione diffusa, mobile, temporanea? Quando l’arte non si limita a occupare uno spazio, ma lo attraversa, lo attiva, lo mette in discussione insieme alle comunità che lo abitano? Con COM.unità dell’Arte Diffusa, progetto finanziato dal PNRR e sviluppato all’interno del sistema AFAM, questa domanda smette di essere teorica e si traduce in un dispositivo operativo che coinvolge 18 istituzioni accademiche, artisti, studenti, territori e pubblici non standardizzati.

Diretto artisticamente da Angelo Capasso e a partire dall’Accademia di Belle Arti di Carrara, COM.unità propone l’idea di un City Open Museum, un museo senza perimetro che lavora per cerchi concentrici, per relazioni, per accumulo di esperienze e differenze. Non una somma di eventi, ma un opificio di pratiche che mette al centro il lavoro per l’Arte come lavoro dello spirito, antidoto alla burocratizzazione culturale e all’anestesia del pensiero critico.

In questa intervista Capasso riflette sul superamento del museo tradizionale, sul ruolo politico dell’arte pubblica oggi, sul rischio (e sulla necessità) della complessità, e su cosa significa davvero parlare di comunità nell’arte contemporanea, senza ridurla a slogan.

COM.unità dell’Arte Diffusa nasce con l’idea di trasformare città e territori in un “City Open Museum”. In che  modo questo modello mette in discussione il ruolo tradizionale del museo e quali responsabilità nuove attribuisce  agli artisti, alle istituzioni e al pubblico?  

Il tema dei luoghi convenzionali e del pubblico standard è stato affrontato ampiamente dalla critica d’arte negli ultimi 20 anni. L’arte non nasce all’interno delle convenzioni né ha un pubblico prestabilito. “Com.Unità dell’arte diffusa”,  coinvolgendo 18 istituzioni di didattica dell’arte, intende proporre un modello nuovo di condivisione. Come dico nel mio testo/manifesto: “Dall’Accademia di Belle Arti di Carrara si slancia allora un progetto che intende costruire uno spirito di comunione tra le comunità delle arti secondo un un sistema a cerchi (centri) concentrici, in cui i progetti dei Conservatori, delle Accademie e delle Università che hanno accolto l’invito si inanellano l’un l’altro generando a loro volta altre comunità che condividono le esperienze scaturite da ogni singolo, come una costellazione temporanea fatta di differenze, in cui ogni territorio, contesto culturale locale, o sensibilità alla ricerca, mantiene la propria identità. Il risultato è la generazione di luoghi mentali che reinterpretano la vocazione dell’arte a vivere al di fuori di confini rigidi, all’interno di una totalità, secondo quella spinta wagneriana che oggi si esprime come una grande comunità (con)temporanea. Il fil rouge che lega i progetti di C.O.M. è il lavoro per l’Arte. C.O.M. è un opificio di progetti diversi che riguardano il territorio, la memoria, la storia, le tematiche sociali, i fatti estetici: tutte le problematiche attraversate  dal lavoro svolto dagli artisti, dagli studiosi, dagli studenti. C.O.M. intende valorizzare queste conoscenze perché  rappresentano la fonte di una modalità di operare che il mondo sociale tende ad anestetizzare”.  

Il progetto coinvolge 18 istituzioni accademiche e una pluralità di linguaggi – dalle arti visive alle pratiche  performative, dal digitale alla musica. Come si evita il rischio di una dispersione progettuale e quali criteri guidano la costruzione di una visione comune pur mantenendo le identità dei singoli territori?  

Il progetto è suddiviso in fasi successive. C’è stata una fase di progettazione iniziale in cui ogni partner ha proposto un progetto e lo ha portato a termine. Ogni progetto nasce da una spinta interna all’Accademia, Università o Conservatorio  che sia. Quindi risponde ad una progettualità interna e territoriale.  

COM.unità è finanziato dal PNRR e si colloca all’interno del sistema AFAM. Dal tuo punto di vista, che tipo di  modello culturale e formativo può rappresentare per il futuro dell’arte pubblica e dell’alta formazione artistica in  Italia, oltre la durata del progetto stesso?  

Il modello che ne può scaturire è quello di una consolidata compartecipazione tra Accademie, Conservatori, Università, secondo uno spirito di comunità, e aggiungerei del tipo di lavoro che in queste istituzioni si pratica: il lavoro per l’Arte è un “lavoro dello spirito”, come potremmo dire citando il titolo di un libro di Massimo Cacciari. Riprendendo gli argomenti di due conferenze di Max Weber, Cacciari riaccende il dibattito attorno al “lavoro dello spirito” per evidenziare una qualità del lavoro che, come sostiene nel suo saggio, dovrebbe essere indispensabile già per la  professione del politico.

Con il sociologo tedesco, Cacciari ricorda che la professione del politico deve essere libera,  autonoma, indipendente; il “lavoro dello spirito” è quindi diametralmente opposto al lavoro alienato nato con le fabbriche e a quello burocratizzato del mondo post-industriale nel capitalismo avanzato. Non è forse scontato, allora, ricordare che il primo lavoro dello spirito è il lavoro dell’artista; l’Arte è anzi il modello per ogni attività che aspiri ad  una totale emancipazione.

Ogni progetto, ogni sede, ogni artista, ogni studioso partecipa a C.O.M. con un suo contributo all’Arte, e le Arti, prese in questo grande contenitore, si presentano come gli arti di un corpus totale, com posito e com-posto, tenuto insieme dalla cornice concettuale ed elastica di C.O.M. dove ogni esperienza è atta a produrre uno spirito di comunità laboriose con audience sempre diverse: i concerti, le mostre e le installazioni con il pubblico generale; i laboratori e di dibattiti con un pubblico selezionato; e gli studi preparatori, le sperimentazioni, le ricerche con un pubblico potenziale, ovvero quello che ne fruirà a futura memoria.  

Portare l’arte fuori dai musei significa anche confrontarsi con spazi non neutri, comunità reali e contesti sociali complessi. Cosa hai osservato finora nel rapporto tra le opere, i luoghi e le persone, e in che modo questo  “ritorno al quotidiano” sta cambiando il senso stesso della pratica artistica contemporanea?  

L’arte e la vita: è un tema fondamentale dell’arte del Novecento, quindi non di oggi. Molte mostre dei Dadaisti o dei Surrealisti si tenevano in spazi “non neutri”. L’unico cambiamento che noto è la proliferazione di Fiere e Biennali in ogni parte del mondo: è un fenomeno strettamente legato a quella spinta novecentesca, quindi con dei tratti certamente positivi, l’importante è dilatare ogni volta il cerchio in cui si contiene la partecipazione del pubblico, perché diventi una  com-partecipazione. La particella COM-, dice il mio testo, è una capsula linguistica in grado di rinnovare lo spirito di relazione proprio dell’arte. 

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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