Guardare oggi una mostra di Robert Mapplethorpe significa confrontarsi con un autore che ha già attraversato decenni di dibattiti e riletture. Le forme del desiderio, in programma a Palazzo Reale di Milano dal 29 gennaio al 17 maggio 2026, non vuole reinterpretare il grande fotografo né smussarne gli spigoli, ma riportare l’attenzione su una ricerca che si è sempre mossa tra performance e poesia, provocazione e dolcezza.
Curata da Denis Curti e prodotta in collaborazione con la Robert Mapplethrope Foundation, l’esposizione riunisce un’ampia selezione di opere che riesce a ricostruire un’antologia con tutti i nuclei fondamentali del lavoro dell’artista: i nudi maschili e femminili, i ritratti, i fiori, gli autoritratti, nonché i primi (rari) collage. Ciò che emerge lungo tutto il percorso è una forte coerenza sia formale che concettuale, improntata al culto della forma in ogni sua declinazione.

Nato a New York nel 1946 e formatosi in un clima segnato dalla controcultura e dalle sperimentazioni interdisciplinari, Mapplethorpe arriva alla fotografia dopo aver cominciato il suo percorso artistico con il disegno e il collage. È il curatore (e all’epoca compagno dell’artista) Sam Wagstaff a regalargli la prima Polaroid, con cui avviene un vero e proprio colpo di fulmine e grazie alla quale comincia ad approcciare il linguaggio fotografico.
Troviamo così in sala i primi autoritratti, che raffigurano sia Robert che un suo alter ego femminile – richiamo alla figura di Rose Cestlavie, interpretata da Marcel Duchamp – caratterizzati da un visibile senso di curiosità e indagine. Sperimentare, andare oltre la superficie, esprimere se stesso: questo è ciò che cerca. Ma presto il ritratto comincia a traslarsi sull’altro, sulle persone che lo circondano e affascinano. Prima fra tutte vediamo la storica amica Patti Smith, a cui viene dedicato un intero approfondimento, che negli anni rimane la musa principale di Mapplethorpe. Accanto a Lisa Lyon, prima donna bodybuilder professionista della storia, immortalata in decina di scatti in cui l’impatto visivo del corpo umano inizia a diventare focus principale.

Questo passaggio è fondamentale: la sua pratica fotografica mantiene sempre una forte impronta scultorea. Nei celebri nudi maschili che troviamo dopo, come quelli dedicati a modelli ricorrenti come Ken Moody, i muscoli tesi sono scolpiti dalla luce, diventando immagini quasi grafiche. Un’ispirazione dalla statuaria classica e dal mondo del Neoclassicismo in generale, che si articola in modo ancora più esplicito nella sezione dedicata al parallelismo tra immagini di corpi umani e sculture.

Nulla è lasciato al caso nel lavoro di Mapplethorpe: dalla sperimentazione iniziale la sua ricerca si muove verso il rigore tecnico ed estetico, in una misurazione attenta di luci (del suo studio) e colori (quasi esclusivamente bianchi e neri che lavora in camera oscura). E poi ancora ritratti di musicisti, pittori e scultori, dive del cinema: da Isabella Rossellini a Truman Capote, da Francesco Clemente a Yoko Ono. Anche qui, l’intensità non nasce dall’improvvisazione, ma da un equilibrio rigoroso tra soggetto e dispositivo fotografico. Il desiderio, più che un contenuto esplicito, diventa una forza che attraversa la composizione. Un capitolo altrettanto significativo è quello dei fiori, che Mapplethorpe fotografa con la stessa attenzione formale riservata al corpo umano. Isolati su fondi neutri, illuminati con precisione scientifica, questi soggetti vegetali si trasformano in una presenza polivalente – sensuali ma puri, essenziali senza risultare semplici.

La mostra milanese insiste su questo aspetto di ricerca stilistica, evitando di leggere l’opera di Mapplethorpe solo attraverso la lente della trasgressione. Le immagini più esplicite, presenti nel percorso, non sono trattate come eccezioni provocatorie, ma come parte integrante di una ricerca che non separa mai erotismo, amore per la bellezza e sensibilità umana. In questo senso, Le forme del desiderio offre una rilettura estremamente contemporanea di un artista consapevole del mezzo fotografico e delle sue implicazioni culturali, capace di usare la propria arte come strumento per raccontarci un pezzo di storia, vissuto tra modernità e post-modernità, che rompe ancora gli schemi.



